Diminuire l'apporto di proteine nella dieta, o limitarne alcune in particolare, potrebbe aiutare l'organismo a invecchiare meglio. È l'ipotesi rilanciata da una review pubblicata su Cell Press Blue
Per molto tempo le proteine sono state considerate quasi una garanzia di salute, soprattutto dopo i 60 anni, quando aiutano a preservare la massa muscolare. Negli ultimi anni, però, la ricerca ha iniziato a raccontare una storia più complessa. Secondo una nuova review pubblicata su Cell Press Blue, infatti, non è detto che mangiare più proteine sia sempre la scelta migliore. Anzi, in alcuni casi potrebbe essere vero il contrario: ridurne moderatamente l’apporto, o limitare alcuni specifici aminoacidi, potrebbe aiutare l’organismo a mantenersi più in salute durante l’invecchiamento. Il tema è particolarmente attuale. Negli ultimi anni sono aumentati gli alimenti arricchiti con proteine, dai cereali alle bevande fino agli snack e persino all’acqua “proteinizzata”, mentre molte raccomandazioni nutrizionali hanno suggerito di incrementarne il consumo, soprattutto nelle persone anziane per contrastare la perdita di massa muscolare. Secondo gli autori della review, però, le evidenze scientifiche raccontano un quadro più complesso e invitano a superare l’idea che “più proteine” significhi automaticamente “più salute”.
Una strada alternativa alla restrizione calorica
Da decenni gli scienziati sanno che mangiare meno calorie può rallentare l’invecchiamento in molte specie animali. Il problema è che seguire una dieta ipocalorica per tutta la vita è difficile e, per molte persone, poco realistico. Per questo i ricercatori si sono chiesti se fosse possibile ottenere benefici simili senza ridurre le calorie, ma modificando la composizione della dieta. È così che l’attenzione si è spostata sulle proteine.
Cosa succede quando si riducono le proteine
Negli studi sugli animali, una dieta con meno proteine ha prodotto risultati sorprendenti: gli animali vivevano più a lungo, accumulavano meno grasso, avevano una migliore sensibilità all’insulina e mostravano meno segni dell’invecchiamento. Anche studi condotti sull’uomo hanno evidenziato effetti favorevoli. Dopo poche settimane di dieta povera di proteine sono stati osservati una riduzione della glicemia, del grasso corporeo e un miglioramento del metabolismo. In alcuni studi questi benefici sono comparsi anche senza ridurre le calorie complessive della dieta, suggerendo che possa essere proprio la quantità di proteine, più che l’apporto energetico totale, a influenzare alcuni meccanismi metabolici. Questo, però, non significa che una dieta povera di proteine faccia vivere più a lungo le persone. Su questo punto gli stessi autori sono molto chiari: mancano ancora studi sufficientemente lunghi per poterlo dimostrare.
Non conta solo la quantità, ma anche il tipo di proteine
Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla review è che forse non è necessario ridurre tutte le proteine, ma soltanto alcuni aminoacidi, cioè i “mattoni” che le compongono. Tra quelli che sembrano avere il maggiore impatto ci sono metionina, isoleucina e valina. Secondo gli autori, un consumo eccessivo di questi aminoacidi potrebbe invece favorire processi biologici legati alla crescita cellulare e aumentare il rischio di obesità, infiammazione e altre malattie croniche associate all’età. Al contrario, una dieta molto ricca di proteine, soprattutto se mantenuta a lungo, è stata associata in diversi studi osservazionali a un rischio più elevato di diabete, malattie cardiovascolari e mortalità. Anche in questo caso, però, si tratta di associazioni che non dimostrano un rapporto di causa-effetto.
Perché meno proteine potrebbero fare bene?
Secondo gli autori, quando l’organismo riceve meno proteine attiva una sorta di modalità “risparmio e manutenzione”. Le cellule rallentano alcuni processi legati alla crescita e concentrano le energie sulla riparazione dei danni, sul riciclo delle componenti usurate e sul controllo dell’infiammazione. In pratica, dedicano meno risorse a costruire e più a “fare manutenzione”, un meccanismo che potrebbe contribuire a rallentare l’invecchiamento. In questa risposta entra in gioco anche FGF21, un ormone che aumenta quando l’apporto di proteine diminuisce. Secondo gli studi analizzati, favorisce il consumo energetico, migliora il controllo della glicemia e contribuisce a ridurre l’infiammazione. Nei modelli animali è stato associato anche a una maggiore longevità e aumenta anche nell’uomo dopo una dieta povera di proteine.
Serve prudenza
La review affronta anche il ruolo di altri aminoacidi, come glicina, glutammina, arginina e cisteina. Per alcuni di essi emergono risultati interessanti, ma le prove sono ancora limitate e spesso contrastanti. Il messaggio finale degli autori è quindi prudente. “È assolutamente chiaro che le proteine apportano benefici alla crescita muscolare e alla risposta all’esercizio fisico nelle persone attive”, osserva Dudley Lamming. “Ma poiché la maggior parte delle persone è relativamente sedentaria, è probabile che molti consumino più proteine di quante ne abbiano realmente bisogno”. Questo non significa che tutti debbano ridurre le proteine, né che esista oggi una “dieta anti-età” basata sulla loro limitazione. Al contrario, gli autori sottolineano che il fabbisogno proteico non è uguale per tutti: donne in gravidanza, persone molto attive e alcuni anziani possono avere esigenze superiori alla media. Anche gli atleti, spiegano, sembrano compensare un elevato apporto proteico grazie all’attività fisica, che utilizza questi nutrienti per costruire e mantenere la massa muscolare. La sfida dei prossimi anni sarà capire quali proteine ridurre, in quale quantità e in quale fase della vita, così da ottenere eventuali benefici senza aumentare il rischio di malnutrizione o perdita di forza muscolare. Quello che la review suggerisce è che il futuro della nutrizione potrebbe non dipendere solo da quante proteine mangiamo, ma anche da quali scegliamo di portare in tavola. Per trasformare questa ipotesi in una raccomandazione clinica, però, serviranno studi sull’uomo molto più lunghi e solidi di quelli disponibili oggi. Le future indicazioni, concludono gli autori, dovranno essere sempre più personalizzate, tenendo conto non solo dell’età, ma anche dello stato di salute e del livello di attività fisica di ciascuna persona.
Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato