Nutri e Previeni 15 Luglio 2026 10:45

Peperoncino sotto esame: rischio di tumori gastrointestinali più alto del 64%

Una revisione su oltre 11.000 persone rileva un’associazione tra consumo elevato di peperoncino e tumori dell’apparato digerente. Il legame più forte riguarda l’esofago, mentre i dati su stomaco e colon restano incerti.

di Arnaldo Iodice
Peperoncino sotto esame: rischio di tumori gastrointestinali più alto del 64%

Un consumo elevato di peperoncino potrebbe essere associato a un maggiore rischio di alcuni tumori gastrointestinali, soprattutto del cancro dell’esofago. È quanto emerge da un’ampia revisione pubblicata su Frontiers in Nutrition, che ha riunito i risultati di 14 studi osservazionali condotti su oltre 11.000 partecipanti. Tra questi, più di 5.000 avevano ricevuto una diagnosi di tumore dell’apparato digerente. Gli autori precisano, tuttavia, che i risultati mostrano soltanto un’associazione statistica: non dimostrano che il peperoncino o la capsaicina provochino direttamente il cancro. Per chiarire il rapporto serviranno studi più rigorosi e prolungati nel tempo.

Il rischio appare più elevato per il tumore dell’esofago

Confrontando le persone che consumavano più peperoncino con quelle che ne mangiavano meno, i ricercatori hanno rilevato nel primo gruppo una probabilità complessivamente superiore del 64% di sviluppare un tumore gastrointestinale. L’associazione più marcata riguardava il cancro esofageo: tra i consumatori più assidui, il rischio risultava quasi triplicato rispetto al gruppo con i consumi più bassi. Il quadro era invece meno definito per lo stomaco, il colon e il retto. Per il tumore gastrico emergeva una tendenza verso un aumento del rischio, stimato intorno al 77%, ma il dato non raggiungeva la significatività statistica. Nessuna associazione significativa è stata osservata per il cancro colorettale.

Secondo gli autori, le prove disponibili suggeriscono quindi che il peperoncino possa rappresentare un fattore di rischio per alcune neoplasie gastrointestinali, in particolare per il carcinoma esofageo. La conclusione deve però essere letta con prudenza, perché gli studi considerati differivano per quantità consumate, caratteristiche delle popolazioni e modalità utilizzate per misurare l’esposizione ai cibi piccanti.

Capsaicina tra possibili benefici e irritazione dei tessuti

Il sapore piccante del peperoncino deriva principalmente dalla capsaicina, una sostanza naturale che attiva i recettori TRPV1, coinvolti nella percezione del calore e del dolore. È proprio questa attivazione a produrre la tipica sensazione di bruciore avvertita quando si consumano alimenti particolarmente piccanti.

La capsaicina è da tempo al centro della ricerca scientifica. In alcuni esperimenti di laboratorio ha mostrato proprietà antinfiammatorie, effetti sul metabolismo e la capacità di danneggiare determinate cellule tumorali. In condizioni differenti, tuttavia, altri studi hanno ipotizzato che possa favorire l’irritazione dei tessuti o contribuire a processi che sostengono la crescita tumorale. I risultati apparentemente opposti potrebbero dipendere dalla dose, dalla durata dell’esposizione e dalle caratteristiche delle cellule analizzate. L’esofago potrebbe risultare particolarmente vulnerabile perché entra direttamente in contatto con il cibo prima che questo raggiunga lo stomaco. Un’esposizione frequente a pietanze estremamente piccanti potrebbe provocare irritazioni ripetute della mucosa nei soggetti predisposti. Anche la diversa capacità dei tessuti di riparare e sostituire le cellule danneggiate potrebbe avere un ruolo.

Si tratta, però, soltanto di ipotesi biologiche. Non è stato dimostrato che la sensazione di bruciore corrisponda a un danno capace di causare il cancro, né che la capsaicina abbia gli stessi effetti negli esseri umani osservati negli esperimenti cellulari.

Differenze geografiche e limiti degli studi disponibili

L’associazione tra peperoncino e tumori non è risultata uniforme nelle diverse aree del mondo. Gli studi condotti in Asia, Africa e Nord America hanno generalmente rilevato rischi più elevati tra i maggiori consumatori. Le ricerche svolte in Europa e Sud America, invece, non hanno riscontrato aumenti significativi e, in alcuni casi, hanno persino osservato rischi inferiori.

Queste differenze possono dipendere dalle varietà di peperoncino utilizzate, dalle quantità consumate, dai metodi di cottura e dalle abitudini alimentari complessive. Anche fumo, alcol, condizioni socioeconomiche, predisposizione genetica e infezioni potrebbero modificare i risultati. Inoltre, tutti gli studi inclusi erano osservazionali e non consentono di stabilire un rapporto di causa ed effetto.

Resta irrisolta soprattutto la questione del dosaggio. Non è chiaro se un consumo moderato presenti gli stessi rischi osservati nelle persone che mangiano quantità molto elevate di peperoncino, né se esista una soglia oltre la quale il pericolo aumenti. Per ora, quindi, i risultati non giustificano allarmismi o divieti generalizzati.

Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato