Una revisione internazionale pubblicata su Nature Reviews Disease Primers conferma l’impatto del Long Covid sul sistema nervoso e richiama l’attenzione sulla necessità di monitoraggi neurologici nel tempo
A distanza di anni dalla fase più acuta della pandemia, il Long Covid continua a rivelare nuove implicazioni cliniche, soprattutto sul fronte neurologico. Non si tratta solo di una sindrome post-infettiva generica, ma di una condizione complessa che può coinvolgere memoria, attenzione, equilibrio emotivo e funzioni cognitive. Una recente revisione internazionale pubblicata su Nature Reviews Disease Primers, con il contributo dell’Università degli Studi di Milano, ha raccolto le evidenze più aggiornate sui meccanismi biologici alla base del cosiddetto Neurocovid, evidenziando come i sintomi possano comparire entro tre mesi dall’infezione e persistere in modo continuo o intermittente per almeno un trimestre. Le stime indicano che il Long Covid potrebbe interessare tra 80 e 400 milioni di persone nel mondo, con un’incidenza compresa tra il 5% e il 20% nella popolazione generale e fino al 50% nei pazienti ospedalizzati durante l’infezione acuta da Sars-CoV-2.
Dalla “brain fog” ai disturbi psichiatrici: sintomi ancora senza biomarcatori
La revisione scientifica conferma che il coinvolgimento neurologico rappresenta uno degli aspetti più complessi del Long Covid. Tra i sintomi più frequenti emergono deficit di memoria, difficoltà di concentrazione, disturbi esecutivi, ansia, depressione, cefalee persistenti, disturbi del sonno, neuropatie periferiche e alterazioni del gusto e dell’olfatto. In molti pazienti compaiono anche vertigini associate a variazioni della frequenza cardiaca e una marcata intolleranza allo sforzo. Alla base della condizione, spiegano gli autori, potrebbero concorrere diversi meccanismi: la persistenza del virus nell’organismo, la riattivazione di virus latenti, alterazioni del microbiota, fenomeni autoimmuni, disfunzioni della coagulazione e un’attivazione immunitaria cronica. Proprio l’eterogeneità dei sintomi rende la diagnosi ancora prevalentemente clinica e impone un approccio terapeutico personalizzato.
Il contributo italiano e la ricerca multidisciplinare
Lo studio nasce da una collaborazione internazionale che ha coinvolto centri accademici tra cui Yale University, University of California e University of London. Per l’ateneo milanese hanno partecipato Tommaso Bocci e Alberto Priori, che sin dalle prime fasi della pandemia hanno sviluppato linee di ricerca dedicate alle complicanze neurologiche del Covid-19. In particolare, i ricercatori italiani sono stati tra i primi a documentare il possibile coinvolgimento del sistema nervoso centrale e il ruolo delle vie neuro-immunologiche nella diffusione del virus. “Questo lavoro – spiega Bocci – rappresenta un riferimento internazionale perché integra aspetti neurologici, psichiatrici e biologici, offrendo un quadro aggiornato della complessità del Neurocovid”.
Una sfida clinica destinata a durare nel tempo
Secondo gli esperti, il vero nodo clinico riguarda oggi le conseguenze a lungo termine. Sebbene il numero delle complicanze neurologiche acute si sia ridotto rispetto alle prime ondate, resta aperta la questione dell’impatto cronico della malattia. “Gli effetti a distanza dell’infezione devono rimanere sotto osservazione – sottolinea Priori – perché esistono evidenze che indicano come il Covid-19 possa attivare processi biologici associati alla neurodegenerazione”. Da qui l’indicazione a mantenere attivi programmi di monitoraggio neurologico per chi ha avuto l’infezione, soprattutto nei casi più severi.
Le nuove priorità della ricerca sul neurocovid
La revisione individua alcune direttrici fondamentali per i prossimi anni: migliorare la definizione clinica della sindrome, identificare biomarcatori affidabili, avviare studi clinici su terapie mirate e rafforzare i percorsi multidisciplinari di presa in carico. Secondo gli autori dello studio, il Long Covid non rappresenta più soltanto l’eredità della pandemia, ma una nuova area della medicina che richiede integrazione tra neurologia, psichiatria, immunologia e medicina interna. Comprendere il Neurocovid, concludono gli autori, significa preparare i sistemi sanitari a una sfida destinata a proseguire anche negli anni futuri.
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