Salute 10 Settembre 2026 15:11

Narcolessia e ipersonnia, il primo registro nazionale fotografa 480 pazienti: sintomi persistenti nonostante le terapie

Il registro ReN&IS, attivo dal 2022 in 20 centri italiani, raccoglie per la prima volta dati real-world sui disturbi centrali di ipersonnolenza

di Isabella Faggiano
Narcolessia e ipersonnia, il primo registro nazionale fotografa 480 pazienti: sintomi persistenti nonostante le terapie

Un sonno che non ristora, una sonnolenza diurna difficile da controllare e, in alcuni casi, episodi di paralisi del sonno e allucinazioni legate al sonno. Sono manifestazioni che possono compromettere profondamente la vita quotidiana delle persone con disturbi centrali di ipersonnolenza, un gruppo eterogeneo di patologie neurologiche rare e ancora sottodiagnosticate che comprende narcolessia di tipo 1 (NT1), narcolessia di tipo 2 (NT2) e ipersonnia idiopatica (IH). A fotografare per la prima volta in modo sistematico la realtà italiana è il ReN&IS, Italian Registry for Narcolepsy and Central Disorders of Hypersomnolence, registro nazionale multicentrico e osservazionale istituito nel 2022. L’analisi preliminare, pubblicata su Sleep Medicine, prende in esame 480 casi raccolti tra marzo 2022 e settembre 2025 in 20 centri di riferimento italiani.

Otto pazienti su dieci hanno una narcolessia di tipo 1

La distribuzione dei casi mostra una netta prevalenza della narcolessia di tipo 1: l’80% dei pazienti inseriti nel registro ha una NT1, mentre il 14,6% presenta una narcolessia di tipo 2 e il 5,4% un’ipersonnia idiopatica. La NT1 si distingue dalle altre due condizioni anche per l’età: nel registro i pazienti con questa forma hanno avuto un esordio più precoce della malattia e sono risultati più giovani anche al momento dell’inserimento nel registro rispetto alle persone con NT2 e IH. La narcolessia di tipo 1 presenta inoltre il maggior carico di sintomi associati alla disregolazione del sonno REM. Tra le manifestazioni che possono accompagnare la narcolessia ci sono paralisi del sonno e allucinazioni ipnagogiche o ipnopompiche. Nel registro questi fenomeni risultano più frequenti nella NT1, ma la loro presenza anche nei pazienti con NT2 e ipersonnia idiopatica suggerisce che le alterazioni del sonno REM non siano riconducibili esclusivamente alla carenza di orexina.

Le terapie migliorano i sintomi, ma la sonnolenza resta

Un altro risultato rilevante riguarda il controllo della malattia. La maggior parte dei pazienti del registro era in trattamento al momento dell’inserimento: le terapie farmacologiche erano utilizzate nell’88-94% dei casi, mentre gli interventi non farmacologici interessavano il 58-77% dei pazienti. Nonostante questo, la sonnolenza diurna eccessiva residua (EDS) rimaneva frequente, interessando il 65-85% dei diversi gruppi diagnostici. Il dato suggerisce che il trattamento riesca spesso a ridurre la sintomatologia, ma non necessariamente a riportare il quadro clinico alla completa normalità. Gli autori sottolineano infatti come, nella pratica clinica, molti pazienti continuino a riferire sintomi residui, in particolare EDS e, nei pazienti con NT1, cataplessia. La gestione della narcolessia comprende sia interventi farmacologici sia strategie comportamentali. Tra queste, i sonnellini programmati durante il giorno rappresentano uno degli strumenti consolidati, mentre sul piano farmacologico il modafinil è ampiamente utilizzato per il controllo della sonnolenza. L’ossibato di sodio trova invece un impiego prevalentemente nella NT1, in relazione alla sua efficacia sulla cataplessia e sulla EDS e al possibile beneficio sul sonno notturno disturbato.

Obesità e comorbidità: un peso clinico comune

Il registro ha analizzato anche la presenza di altre condizioni patologiche. Obesità e comorbidità mediche non hanno mostrato differenze significative tra NT1, NT2 e IH, considerando anche patologie cardiovascolari, polmonari e del tessuto connettivo. Il dato è interessante perché le persone con disturbi centrali di ipersonnolenza possono presentare un carico clinico che va ben oltre la sola sonnolenza. Nel complesso della coorte emergono infatti condizioni associate, in particolare nell’ambito cardiovascolare, psichiatrico ed endocrino-metabolico. Secondo gli autori, questi risultati rafforzano la necessità di una valutazione multidisciplinare che non si limiti al trattamento della EDS. Gli stessi ricercatori invitano però alla cautela nell’interpretazione delle differenze tra i sottogruppi, soprattutto per NT2 e IH, ancora numericamente meno rappresentati. I risultati relativi a obesità e comorbidità dovranno quindi essere confermati con l’ampliamento della casistica.

Un registro per colmare i gap diagnostici e terapeutici

Il valore del ReN&IS non sta soltanto nella fotografia dei primi 480 pazienti, ma nella possibilità di costruire nel tempo una base dati nazionale capace di collegare fenotipo clinico, biomarcatori, esami neurofisiologici, comorbidità e trattamenti. L’analisi attuale è trasversale e non consente ancora di valutare in modo definitivo l’evoluzione della malattia, la stabilità delle diagnosi o la risposta ai trattamenti nel lungo periodo. Il registro, tuttavia, è stato concepito come piattaforma prospettica e la raccolta longitudinale dei dati è già in corso. Un limite importante è rappresentato anche dal fatto che il reclutamento è ancora in corso e non tutti i centri italiani di riferimento partecipano al progetto. Per questo i dati del registro non possono essere utilizzati per stimare prevalenza e incidenza dei disturbi centrali di ipersonnolenza in Italia. Inoltre, la maggiore presenza di centri specialistici potrebbe determinare una sottorappresentazione delle forme più lievi, seguite al di fuori dei centri di riferimento. La prospettiva è però quella di utilizzare il registro per comprendere meglio l’evoluzione delle diverse forme di ipersonnolenza, identificare eventuali sottogruppi definiti dai biomarcatori e valutare nel mondo reale l’efficacia dei trattamenti già disponibili e di quelli in sviluppo. Il ReN&IS si propone così come uno strumento per passare progressivamente da una gestione prevalentemente centrata sui sintomi a un approccio più preciso, basato sui meccanismi biologici della malattia e sempre più personalizzato.

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