I risultati suggeriscono che potenziare il sonno a onde lente potrebbe diventare una strategia non farmacologica per contrastare ansia e declino emotivo nella terza età.
Con l’avanzare degli anni, il sonno diventa più leggero e frammentato, mentre la regolazione emotiva può farsi più fragile. Diverse ricerche hanno mostrato che molte persone anziane dormono meno rispetto alla giovinezza e riportano livelli di ansia più elevati, insieme a una maggiore difficoltà nel gestire emozioni negative.
In questo scenario si inserisce uno studio condotto presso la University of California, Berkeley e pubblicato su Communications Psychology, che ha indagato il legame tra qualità del sonno, riduzione del volume cerebrale e ansia negli over 65. L’obiettivo era comprendere se il sonno profondo continui a esercitare una funzione protettiva anche quando il cervello invecchia.
Sonno profondo e cervello che invecchia
Il gruppo guidato dal Dott. Eti Ben Simon e dal Dott. Matthew P. Walker è partito da un dato già noto: nei giovani adulti, una maggiore attività cerebrale a onde lente durante il sonno profondo non REM è associata a livelli di ansia più bassi il giorno successivo.
Con l’età, però, il sonno profondo tende a ridursi e alcune aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione delle emozioni possono andare incontro ad atrofia. La domanda centrale dello studio era se il sonno profondo potesse continuare a svolgere il suo ruolo di regolatore emotivo anche in presenza di questi cambiamenti strutturali.
Lo studio
Per rispondere, i ricercatori hanno reclutato 61 adulti sani sopra i 65 anni con diversi livelli di ansia quotidiana. Ogni partecipante ha trascorso una notte in laboratorio, dove il sonno è stato monitorato tramite elettroencefalografia per registrare l’attività cerebrale e in particolare le onde lente tipiche del sonno profondo. Il mattino seguente è stata effettuata una risonanza magnetica per valutare eventuali segni di atrofia nelle regioni cerebrali legate alla regolazione delle emozioni. Incrociando i dati del sonno con le immagini cerebrali e i livelli di ansia riportati al risveglio, il team ha potuto osservare come qualità del sonno, integrità cerebrale e stato emotivo siano strettamente connessi.
Implicazioni terapeutiche e prospettive future
I risultati indicano che anche in età avanzata il sonno profondo agisce come un vero e proprio ansiolitico naturale. Gli anziani che riuscivano a generare un’attività a onde lente più robusta mostravano livelli di ansia inferiori il giorno successivo, anche in presenza di una certa perdita di volume cerebrale.
Questo apre la strada a interventi non farmacologici mirati ad aumentare il sonno profondo, come tecniche di stimolazione non invasiva, con potenziali benefici per la salute mentale. Considerando che l’ansia è associata anche a un maggior rischio di declino cognitivo, migliorare la qualità del sonno potrebbe rappresentare una strategia concreta per proteggere non solo l’equilibrio emotivo, ma anche la salute cerebrale nel lungo periodo.
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