Salute 15 Giugno 2026 14:22

Microcefalia, nuova scoperta su 2 geni: perché il cervello non si sviluppa correttamente

Studio italiano rivela nuove funzioni dei geni ASPM e CENPJ nello sviluppo del cervello, aprendo scenari inediti per la comprensione della microcefalia primaria e future strategie diagnostiche e terapeutiche.

di Viviana Franzellitti
Microcefalia, nuova scoperta su 2 geni: perché il cervello non si sviluppa correttamente

Una ricerca condotta da un team congiunto tra Sapienza Università di Roma e CNR-Istituto di biologia e patologia molecolari ha individuato nuovi meccanismi alla base della microcefalia primaria autosomica recessiva, una rara malattia genetica che compromette lo sviluppo del cervello fin dalla nascita.

Lo studio, pubblicato su una rivista scientifica internazionale di settore, ha utilizzato il modello del moscerino della frutta (Drosophila melanogaster) per analizzare il ruolo di due geni già noti nella patologia, ASPM e CENPJ, rivelandone però funzioni molto più ampie rispetto a quanto finora conosciuto. I risultati mostrano che queste proteine non agiscono solo sulla divisione cellulare, ma anche sull’organizzazione del DNA e della cromatina, con effetti diretti sull’espressione genica e sulla stabilità del genoma. Un avanzamento che aiuta a comprendere meglio perché, in questa malattia, il cervello non si sviluppi correttamente.

Non solo divisione cellulare: il ruolo nascosto dei geni nello sviluppo cerebrale

Fino a oggi, i geni associati alla microcefalia erano considerati soprattutto regolatori della divisione cellulare e della corretta formazione dei centrosomi, strutture fondamentali per l’organizzazione del citoscheletro. Il nuovo studio cambia prospettiva: ASPM e CENPJ risultano coinvolti anche nella struttura dell’involucro nucleare e nell’architettura della cromatina, influenzando direttamente il modo in cui il DNA viene “compattato” e letto dalle cellule. Questo significa che le alterazioni non si limitano alla proliferazione cellulare, ma incidono anche sui processi che regolano quali geni si attivano o si spengono durante lo sviluppo del cervello.

Cosa succede nelle cellule: il DNA perde la sua organizzazione

Le analisi sui modelli sperimentali hanno evidenziato che la perdita di funzionalità di questi geni provoca profondi cambiamenti nella struttura nucleare. In particolare, la cromatina risulta meno stabile e più disorganizzata, con conseguenze sulla capacità delle cellule nervose in sviluppo di mantenere un corretto programma genetico. Questo squilibrio può compromettere la sopravvivenza cellulare e la formazione delle reti neuronali, elementi essenziali per la crescita cerebrale. In altre parole, non è solo una questione di “quante cellule si dividono”, ma anche di come queste cellule riescono a mantenere un’identità funzionale corretta nel tempo.

Microcefalia primaria: una malattia rara ma con impatto complesso

La microcefalia primaria autosomica recessiva è una condizione genetica rara che si manifesta alla nascita con una riduzione significativa della circonferenza cranica e dello sviluppo cerebrale, spesso associata a disabilità intellettiva. Negli ultimi anni sono stati identificati oltre 30 geni coinvolti, molti dei quali legati alla formazione dei centrosomi. Tuttavia, questa nuova evidenza suggerisce che il quadro biologico sia più complesso del previsto e che il problema non riguardi solo la proliferazione delle cellule cerebrali, ma anche la regolazione dell’intero programma genetico dello sviluppo.

Ricadute possibili: cosa cambia per diagnosi e futuro dei pazienti

Dal punto di vista clinico, la scoperta non si traduce ancora in terapie immediate, ma apre scenari importanti per il futuro. Comprendere come ASPM e CENPJ influenzano la struttura del DNA potrebbe migliorare la diagnosi precoce delle forme genetiche di microcefalia e permettere in prospettiva lo sviluppo di strategie mirate a stabilizzare i meccanismi cellulari alterati. Per i pazienti e le famiglie, il valore principale è nella possibilità di arrivare in futuro a diagnosi più precise e a una migliore definizione dei percorsi di presa in carico, oggi ancora limitati per le forme rare di questa patologia.

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