Advocacy e Associazioni 18 Maggio 2026 10:11

MICI. L’infermiere “regista della cura”, accompagna pazienti e caregiver nel loro percorso

Alla vigilia del World IBD Day, Daniele Napolitano racconta il ruolo dell’IBD Nurse tra continuità assistenziale, terapie biologiche e supporto a pazienti e caregiver

di Valentina Vanzi, Presidente Commissione Albo Infermieri Pediatrici FNOPI
MICI. L’infermiere “regista della cura”, accompagna pazienti e caregiver nel loro percorso

Il 19 maggio si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale delle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (World IBD Day), un’occasione per richiamare l’attenzione sul vissuto delle persone con MICI e sul ruolo dei professionisti coinvolti nella loro cura. All’interno del gruppo di lavoro per gli IBD Nurse promosso da FNOPI, abbiamo approfondito questi temi con il Dr. Daniele Napolitano, Coordinatore Infermieristico Unità Attività Assistenziale finalizzata alla Ricerca UOC SITRA – DIREZIONE SCIENTIFICA – Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, per comprendere come la professione infermieristica contribuisca in modo concreto alla qualità dell’assistenza e alla continuità del percorso di cura.

Qual è il contributo dell’infermiere nel percorso clinico-assistenziale dei pazienti con malattie infiammatorie croniche intestinali?

Il percorso di una persona con malattie infiammatorie croniche intestinali non è lineare. È fatto di attese, di esami che si rincorrono, di momenti in cui tutto sembra chiaro e altri in cui prevale la confusione. In questo scenario, l’infermiere non è semplicemente una presenza operativa: è una figura con competenze avanzate di coordinamento clinico, di lettura dei bisogni e di gestione della complessità. È colui che tiene insieme i pezzi quando il sistema rischia di frammentarsi.

Nella pratica quotidiana, questo si traduce in una competenza organizzativa strutturata: saper pianificare, anticipare le criticità, coordinare appuntamenti e percorsi diagnostico-terapeutici, evitando ritardi e duplicazioni. Ma non è solo organizzazione. È anche competenza comunicativa: l’infermiere sa parlare con il medico, con il paziente, con il caregiver, traducendo linguaggi diversi e facilitando una reale integrazione tra professionisti. È, a tutti gli effetti, un “traduttore di sistema”.

Accanto a questo, c’è una competenza clinica spesso sottovalutata: la capacità di svolgere l’assessment. L’infermiere coglie segnali che non emergono nei referti, ma nella narrazione del paziente: una difficoltà a seguire la terapia, un disagio sociale, una fatica emotiva. Questi elementi, se non intercettati, diventano ostacoli concreti al percorso di cura. Qui emerge la sua capacità decisionale: capire quando attivare un percorso più rapido, quando coinvolgere altri professionisti, quando “semplicemente” essere presente.

Nei modelli più evoluti, come quelli che prevedono Care e Case Manager, queste competenze vengono formalizzate. L’infermiere diventa il regista del percorso, con responsabilità chiare nella presa in carico, nel follow-up e nella continuità assistenziale. Nei momenti di transizione, come dopo una diagnosi o una dimissione, è spesso l’unico punto stabile per il paziente.

Il suo contributo è concreto: riduce la frammentazione, migliora l’appropriatezza e rende il percorso più accessibile. Ma soprattutto restituisce al paziente una sensazione fondamentale: non essere solo dentro un sistema complesso.

In che modo l’infermiere contribuisce a migliorare la qualità di vita dei pazienti con malattie infiammatorie croniche intestinali?

Per una persona con malattie infiammatorie croniche intestinali, la qualità di vita non è una definizione teorica. È riuscire a programmare una giornata senza paura, è lavorare senza sentirsi limitati, è poter uscire senza pensare continuamente alla malattia. L’infermiere entra in questa dimensione con competenze precise, ma anche con una capacità relazionale che spesso fa la differenza.

Durante gli incontri, l’infermiere utilizza competenze multidimensionali: non si limita ai parametri clinici, ma esplora la fatigue, il dolore, l’ansia, l’impatto sociale. Sa che molti sintomi non si leggono negli esami, ma nelle parole o nei silenzi del paziente. Qui entra in gioco una competenza comunicativa avanzata: creare uno spazio sicuro, senza giudizio, dove il paziente può raccontarsi. Questo, di per sé, è già un intervento terapeutico.

Spesso il paziente arriva dopo visite complesse, con termini tecnici difficili da comprendere. L’infermiere diventa un vero “traduttore”: semplifica, chiarisce, riorganizza le informazioni. Questa competenza educativa è centrale, perché la comprensione è il primo passo verso l’autonomia. Un paziente che capisce, aderisce meglio, gestisce meglio, vive meglio.

Attraverso interventi di educazione terapeutica, l’infermiere sviluppa nel paziente competenze di self-care: riconoscere i segnali del proprio corpo, gestire la terapia, adattare lo stile di vita. Ma c’è anche una competenza più profonda: aiutare la persona a ricostruire un senso di controllo. La malattia cronica spesso lo erode, e l’infermiere lavora proprio su questo, restituendo al paziente un ruolo attivo.

Inoltre, grazie alla sua visione integrata, l’infermiere è in grado di attivare altri professionisti quando necessario, facilitando un approccio realmente multidisciplinare. E soprattutto, valorizza ciò che il paziente riferisce, integrandolo nei processi decisionali.

Nel tempo, questo lavoro produce un cambiamento concreto: non solo nei sintomi, ma nel modo in cui la persona vive la propria malattia.

Qual è il ruolo dell’infermiere nella gestione delle terapie biologiche nei pazienti con malattie infiammatorie croniche intestinali?

L’inizio di una terapia biologica rappresenta spesso un passaggio critico, in cui il paziente si confronta con aspettative, timori e molte domande. In questo contesto, l’infermiere assume un ruolo centrale, integrando competenze cliniche, organizzative ed educative, e diventando un punto di riferimento stabile lungo tutto il percorso. In un contesto terapeutico in cui le nuove terapie biologiche hanno formulazioni orali, questo aspetto è sempre più attuale.

Sul piano operativo, l’infermiere gestisce in modo strutturato il percorso terapeutico: programma le somministrazioni, verifica la disponibilità e l’appropriatezza degli esami pre-terapia e valuta le condizioni cliniche del paziente prima di ogni trattamento. Attraverso un assessment mirato, rileva parametri vitali, indaga eventuali sintomi intercorrenti e intercetta precocemente condizioni che potrebbero controindicare temporaneamente la somministrazione. Durante l’infusione o la somministrazione, monitora attentamente il paziente, riconoscendo e gestendo tempestivamente eventuali reazioni avverse. Parallelamente, garantisce la sicurezza del processo assistenziale: supervisiona la corretta conservazione dei farmaci, la tracciabilità dei lotti e il rispetto dei protocolli, contribuendo alla qualità e all’affidabilità del setting assistenziale.  Nel follow-up, l’infermiere mantiene un contatto attivo con il paziente, monitora l’andamento della terapia e supporta l’autogestione, soprattutto nei trattamenti sottocutanei, attraverso interventi di educazione mirata. Verifica nel tempo la corretta tecnica di somministrazione, la gestione pratica della terapia e l’aderenza al piano terapeutico. Accanto a queste competenze tecniche, l’infermiere svolge una funzione fondamentale di mediazione e supporto: traduce informazioni complesse, ascolta i bisogni del paziente e coglie segnali precoci di difficoltà o inefficacia terapeutica, spesso prima che emergano dai dati clinici. In questo modo, garantisce continuità assistenziale e contribuisce a costruire una relazione di fiducia che favorisce l’aderenza e migliora gli esiti. L’infermiere, quindi, non gestisce solo una terapia, ma governa un percorso complesso, accompagnando il paziente nel processo di adattamento alla malattia cronica.

In che modo l’infermiere supporta il caregiver nel percorso di cura del paziente con malattie infiammatorie croniche intestinali?

Accanto al paziente, c’è quasi sempre una figura che vive la malattia in modo parallelo: il caregiver. Spesso invisibile, spesso silenzioso, ma profondamente coinvolto. L’infermiere è tra i pochi professionisti che riconoscono attivamente questo ruolo e lo integrano nel percorso di cura. Attraverso competenze relazionali, l’infermiere è in grado di cogliere il burden del caregiver: la fatica, la preoccupazione, il senso di responsabilità. Non sempre questi aspetti vengono espressi apertamente, ed è qui che emerge la sensibilità professionale.

L’infermiere utilizza competenze educative per fornire strumenti concreti, come spiegare la malattia, insegnare a gestire i sintomi, aiutare a riconoscere i segnali di allarme e utilizzare i dispositivi necessari per somministrare le terapie biologiche. Questo aumenta la competenza percepita del caregiver e riduce l’ansia.

Ma c’è anche una competenza emotiva. Ad esempio, saper ascoltare, accogliere, legittimare le difficoltà. Il caregiver spesso ha bisogno di essere visto, non solo come supporto, ma come persona. Questo ha un impatto diretto anche sul paziente. Inoltre, l’infermiere facilita l’accesso a risorse esterne, ampliando la rete di supporto. E promuove un coinvolgimento attivo nelle decisioni, creando un’alleanza reale tra paziente, caregiver e team, ma anche con le associazioni pazienti.

Quando il caregiver è supportato, anche il paziente lo è. E l’infermiere, con le sue competenze, rende possibile questo equilibrio, portando la cura fuori dall’ospedale e dentro la vita quotidiana.