Secondo uno studio pubblicato su JAMA Network Open, chi passa a sigarette a bassissimo contenuto di nicotina tende a ridurre il numero di sigarette fumate ogni giorno.
Passare a sigarette con un contenuto di nicotina drasticamente ridotto non sembra spingere i fumatori a consumarne di più o a inalare più profondamente per compensare. È quanto emerge da una revisione sistematica guidata dalla Wake Forest University School of Medicine e pubblicata su JAMA Network Open.
I ricercatori hanno analizzato 17 studi clinici randomizzati, pubblicati tra il 2010 e il 2024, che hanno coinvolto oltre 5.500 adolescenti e adulti. Una parte dell’analisi ha utilizzato i dati di più di 2.400 fumatori arruolati in sette sperimentazioni statunitensi. Nessuno studio ha rilevato un aumento medio del numero di sigarette fumate ogni giorno tra chi utilizzava prodotti a bassissimo contenuto di nicotina. Al contrario, in 16 studi su 17 i partecipanti assegnati a queste sigarette ne fumavano meno rispetto a chi continuava a usare prodotti tradizionali. I risultati assumono particolare rilievo nel dibattito sulla proposta della Food and Drug Administration di fissare livelli di nicotina minimamente dipendenti nei prodotti del tabacco combusti.
Perché non sono paragonabili alle vecchie sigarette “light”
Il confronto con le sigarette “light” è decisivo per comprendere la portata dei risultati. I prodotti a bassissimo contenuto di nicotina contengono circa il 95% in meno della sostanza responsabile della dipendenza rispetto alle sigarette convenzionali. Le “light”, invece, non riducevano realmente la nicotina presente nel tabacco: utilizzavano filtri ventilati per diluire il fumo misurato dalle macchine. Nella pratica, molti fumatori chiudevano involontariamente i fori del filtro, aspiravano più intensamente o aumentavano il numero delle sigarette, mantenendo così l’esposizione alle sostanze tossiche.
Proprio questa esperienza aveva alimentato il timore che una nuova riduzione regolamentare della nicotina potesse produrre un analogo fumo compensatorio. La revisione indica però uno scenario diverso. Oltre a non aumentare il consumo giornaliero, i partecipanti non hanno mostrato un incremento medio dell’esposizione al monossido di carbonio, uno degli indicatori utilizzati per valutare la quantità di fumo inalata. Dopo sei settimane, secondo le stime dei ricercatori, meno dell’1% avrebbe fumato più sigarette in risposta alla minore disponibilità di nicotina.
Diversi partecipanti hanno inoltre compiuto tentativi spontanei di cessazione, pur non essendo entrati negli studi con l’obiettivo di smettere. Ridurre la nicotina sembra quindi diminuire il potenziale di dipendenza senza indurre la maggioranza dei fumatori a cercare dosi equivalenti attraverso modalità più rischiose.
Meno nicotina non significa sigarette innocue
La nicotina provoca dipendenza, ma non rappresenta la principale causa diretta delle malattie legate al fumo. I danni derivano soprattutto dalla combustione, che libera monossido di carbonio e numerose sostanze tossiche e cancerogene. Per questo le sigarette con meno nicotina non devono essere considerate innocue o “salutari”.
Il possibile beneficio consiste piuttosto nel renderle meno capaci di mantenere la dipendenza, facilitando la riduzione del consumo e i tentativi di cessazione. Secondo gli autori, una diminuzione obbligatoria e uniforme potrebbe anche limitare l’ingresso delle nuove generazioni in una dipendenza stabile. La misura dovrebbe comunque essere accompagnata da comunicazioni chiare, servizi per smettere e controlli sul mercato, evitando che i consumatori interpretino erroneamente questi prodotti come privi dei rischi connessi al fumo.
Le possibili conseguenze per la proposta della FDA
I risultati arrivano mentre la Food and Drug Administration sta valutando una norma che imporrebbe livelli di nicotina minimamente o non dipendenti nelle sigarette e in alcuni altri prodotti del tabacco combusti. L’obiettivo non sarebbe rendere il fumo sicuro, ma ridurre la capacità delle sigarette di creare e sostenere la dipendenza. Il tema resta rilevante nonostante il forte calo della prevalenza negli Stati Uniti: a metà degli anni Sessanta fumava oltre il 40% degli adulti, mentre negli ultimi anni la quota è scesa sotto il 10%. Si tratta comunque di circa 25 milioni di persone, e il tabacco continua a essere una delle principali cause prevenibili di malattia e morte prematura.
Secondo Rachel Denlinger-Apte, autrice principale dello studio, le prove raccolte ridimensionano una delle obiezioni più frequenti alla proposta federale, cioè il rischio che milioni di fumatori reagiscano aumentando il consumo o l’intensità delle boccate. La revisione non esclude che singoli individui possano adottare comportamenti compensatori, né dimostra da sola quali sarebbero gli effetti di una politica applicata all’intera popolazione. Gli studi clinici si sono infatti svolti in condizioni controllate e per periodi limitati, mentre nella vita reale potrebbero intervenire mercato illecito, passaggio ad altri prodotti e differenze nell’accesso ai trattamenti per smettere. Tuttavia, la coerenza dei risultati tra sperimentazioni diverse offre un sostegno importante all’ipotesi che uno standard nazionale possa ridurre progressivamente il consumo. Modelli precedenti hanno stimato che una simile politica potrebbe incoraggiare milioni di persone a smettere e prevenire nuove dipendenze.
Per gli autori, se accompagnata da informazione corretta, assistenza alla cessazione e sorveglianza degli effetti, la riduzione obbligatoria della nicotina potrebbe diventare una delle più incisive misure di salute pubblica contro il tabacco. Resta essenziale, però, monitorare nel tempo gli effetti indesiderati e garantire alternative terapeutiche accessibili ai fumatori più dipendenti, soprattutto nei gruppi sociali vulnerabili.
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