Uno studio con risonanze magnetiche ripetute collega il controllo del grasso viscerale a migliori prestazioni cognitive e a una minore degenerazione cerebrale nella mezza età avanzata.
Uno studio longitudinale basato su risonanza magnetica ha dimostrato che mantenere nel tempo livelli più bassi di grasso addominale viscerale è associato a un rallentamento significativo dell’invecchiamento cerebrale e a migliori prestazioni cognitive nella tarda mezza età. La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Nature Communications, rappresenta il primo lavoro in grado di collegare misurazioni cumulative e ripetute del grasso viscerale alle traiettorie a lungo termine della struttura cerebrale e della cognizione.
Lo studio ha coinvolto 533 uomini e donne seguiti per un periodo compreso tra cinque e sedici anni, integrando dati provenienti da quattro grandi trial clinici nutrizionali internazionali: DIRECT, CASCADE, CENTRAL e DIRECT-PLUS. La ricerca è stata guidata dalla professoressa Iris Shai dell’Università Ben-Gurion del Negev, in collaborazione con ricercatori della Harvard University, dell’Università di Lipsia e della Università di Tulane.
Durante il follow-up sono state effettuate ripetute risonanze magnetiche cerebrali e addominali insieme alla valutazione cognitiva mediante test MoCA. I risultati indicano che un minore accumulo di grasso viscerale è associato a punteggi cognitivi più elevati, alla preservazione della sostanza grigia e del volume cerebrale totale e a un rallentamento dell’espansione ventricolare, considerata un indicatore affidabile di atrofia cerebrale.
Come è stato condotto lo studio a lungo termine
L’indagine ha utilizzato tecniche avanzate di risonanza magnetica per monitorare simultaneamente l’evoluzione del grasso addominale e delle strutture cerebrali nel corso degli anni. I partecipanti sono stati sottoposti a scansioni ripetute dell’addome e del cervello, permettendo ai ricercatori di osservare non soltanto variazioni puntuali, ma l’esposizione cumulativa al grasso viscerale.
Un sottogruppo ha effettuato tre risonanze cerebrali nell’arco di cinque anni, consentendo un’analisi particolarmente precisa della velocità di atrofia. Parallelamente, la funzione cognitiva è stata valutata con test standardizzati MoCA, permettendo di correlare direttamente i cambiamenti anatomici con le prestazioni mentali.
Questa impostazione longitudinale distingue lo studio da precedenti ricerche trasversali, offrendo una visione dinamica dell’invecchiamento cerebrale.
Il grasso viscerale, non il peso corporeo, come fattore di rischio
Uno dei risultati più rilevanti riguarda la distinzione tra peso corporeo complessivo e distribuzione del grasso. Livelli persistentemente elevati di grasso viscerale sono risultati associati a una perdita accelerata del volume cerebrale, soprattutto nell’ippocampo, area fondamentale per memoria e apprendimento. Al contrario, né il grasso sottocutaneo né l’indice di massa corporea hanno mostrato associazioni significative con l’atrofia cerebrale. Questo suggerisce che l’obesità valutata attraverso il peso totale rappresenti un indicatore troppo generico per comprendere i reali rischi neurologici.
Un ulteriore dato chiave emerge dagli interventi dietetici: la riduzione del grasso viscerale durante un programma nutrizionale di 18 mesi ha predetto una migliore conservazione delle strutture cerebrali anche a cinque e dieci anni di distanza. L’effetto è rimasto significativo anche dopo aver corretto i risultati per la perdita di peso complessiva.
In sostanza, non è dimagrire in sé a proteggere il cervello, ma ridurre specificamente il grasso addominale profondo, metabolicamente più attivo e biologicamente dannoso.
Il controllo glicemico come strategia centrale di prevenzione
L’analisi dei biomarcatori metabolici ha indicato che il legame tra grasso viscerale e invecchiamento cerebrale è mediato principalmente dal metabolismo del glucosio. I livelli di glicemia a digiuno e di emoglobina glicata (HbA1c) sono stati gli unici parametri capaci di prevedere la velocità di cambiamento strutturale cerebrale nel tempo, mentre lipidi plasmatici e marcatori infiammatori non hanno mostrato la stessa capacità predittiva.
Secondo gli autori, l’insulino-resistenza cronica potrebbe compromettere la perfusione cerebrale, alterare la barriera emato-encefalica e accelerare la degenerazione della sostanza grigia e dell’ippocampo. Questo meccanismo spiegherebbe perché individui con peso corporeo relativamente stabile possano comunque presentare traiettorie cognitive molto diverse.
La prima autrice dello studio, Dafna Pachter, sottolinea che il peso corporeo rappresenta un indicatore limitato dei cambiamenti metabolici profondi: anche modeste riduzioni del grasso viscerale, mantenute nel tempo, risultano associate a una preservazione cerebrale significativa.
Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato