Salute 9 Ottobre 2026 15:44

Malattie rare, le proteine del sangue possono svelare ciò che i test genetici non vedono

Integrare i test genetici con l’analisi delle proteine nel sangue potrebbe aiutare a risolvere casi ancora senza risposta. Uno studio internazionale apre nuove prospettive per chi attende una diagnosi.

di Viviana Franzellitti
Malattie rare, le proteine del sangue possono svelare ciò che i test genetici non vedono

Arrivare alla diagnosi di una malattia rara può richiedere anni, anche quando sono già stati eseguiti test genetici approfonditi. Il problema è che individuare una variante genetica non significa sempre riuscire a stabilire se sia davvero responsabile della malattia. Per affrontare questo limite, un gruppo di ricercatori della Queen Mary University of London, della Charité di Berlino e di Genomics England ha studiato come integrare le informazioni genetiche con quelle ricavate dalle proteine presenti nel sangue. Lo studio, pubblicato nel settembre 2026 su Science Translational Medicine, ha preso in esame persone con malattie rare ancora prive di una diagnosi genetica conclusiva, analizzando quasi 1.500 proteine. L’obiettivo era verificare se il profilo proteico potesse aggiungere elementi utili all’interpretazione delle varianti genetiche e contribuire a restringere il campo delle possibili cause della malattia. I risultati indicano che le proteine del sangue possono offrire indizi biologici complementari ai test genetici, aiutando a interpretare alcuni risultati incerti.

Perché il test genetico non sempre porta a una diagnosi

Le malattie rare comprendono migliaia di condizioni differenti, molte delle quali hanno un’origine genetica. Il percorso diagnostico può includere analisi molecolari, valutazioni cliniche e indagini specialistiche, ma non sempre permette di identificare con certezza la causa dei sintomi. In alcuni casi, il sequenziamento del DNA individua una o più varianti genetiche il cui significato clinico rimane incerto. In altri, le analisi non restituiscono una spiegazione convincente del quadro clinico. La difficoltà non consiste soltanto nel trovare una differenza nella sequenza del DNA, ma nel capire quale conseguenza abbia quella variazione nell’organismo. Una variante può essere innocua, contribuire allo sviluppo di una patologia oppure avere un significato ancora non chiarito. Per distinguere queste possibilità servono ulteriori elementi, che possono arrivare dall’osservazione dei sintomi, dalla storia familiare e da altre indagini biologiche. Questa incertezza pesa soprattutto sui pazienti che non riescono a ottenere una diagnosi definitiva. Senza una spiegazione precisa, può essere difficile orientare gli accertamenti successivi, definire la prognosi e individuare eventuali trattamenti mirati. Per questo, affiancare ai dati genetici informazioni sul funzionamento dell’organismo rappresenta una possibile strategia per rendere più completo il percorso diagnostico.

Che cosa possono rivelare le proteine presenti nel sangue

Le proteine svolgono funzioni essenziali nell’organismo: partecipano alle reazioni cellulari, trasportano sostanze, regolano processi biologici e contribuiscono alla comunicazione tra cellule e tessuti. La loro presenza e la loro quantità nel sangue possono riflettere, almeno in parte, ciò che accade nei diversi sistemi dell’organismo. L’analisi simultanea di numerose proteine consente di costruire un profilo biologico più articolato rispetto alla misurazione di un singolo parametro. In ambito diagnostico, questo approccio può aiutare a individuare segnali coerenti con l’effetto di una determinata variante genetica. Se una modifica del DNA altera il funzionamento di una proteina o di un processo biologico, le conseguenze potrebbero emergere anche attraverso cambiamenti nel profilo proteico. Il dato proteico non sostituisce quello genetico, ma può contribuire a interpretarlo. Le due informazioni descrivono infatti aspetti diversi dello stesso problema: il DNA contiene le istruzioni genetiche, mentre le proteine forniscono indizi su come tali istruzioni si riflettano nei processi biologici. Integrarle può quindi aiutare a collegare una variante osservata in laboratorio al quadro clinico della persona.

L’integrazione tra genetica e proteomica

La ricerca si inserisce nel campo della proteomica, la disciplina che studia l’insieme delle proteine prodotte o presenti in un sistema biologico. Rispetto all’analisi di singoli marcatori, la misurazione su larga scala permette di osservare contemporaneamente numerosi segnali e di cercare associazioni tra alterazioni genetiche e caratteristiche molecolari. Nel lavoro pubblicato su Science Translational Medicine, i ricercatori hanno combinato i dati genetici con le misurazioni di quasi 1.500 proteine nel sangue di persone con malattie rare non ancora diagnosticate sul piano genetico. L’intento era aggiungere una dimensione funzionale alle informazioni ricavate dal DNA, verificando se le differenze nel profilo proteico potessero aiutare a interpretare varianti di significato incerto e a sostenere alcune ipotesi diagnostiche. Il valore di questo metodo sta nella possibilità di raccogliere indizi indipendenti e metterli in relazione. Quando le informazioni genetiche e quelle proteiche risultano coerenti, l’ipotesi che una determinata variante abbia un ruolo nella malattia può acquisire maggiore sostegno. Questo non significa, tuttavia, che ogni anomalia proteica identifichi automaticamente la causa della patologia: i risultati devono essere interpretati nel contesto clinico e alla luce delle altre evidenze disponibili.

Quali prospettive per i pazienti senza diagnosi

Per chi convive con una malattia rara ancora senza nome, un esame capace di aggiungere informazioni utili può rappresentare un passo importante. L’integrazione tra dati genetici e profili proteici potrebbe contribuire a ridurre l’incertezza diagnostica, indirizzando gli approfondimenti verso le varianti e i meccanismi biologici più plausibili. L’approccio potrebbe essere particolarmente utile nei casi in cui le analisi genetiche abbiano già individuato elementi sospetti, senza però fornire prove sufficienti per stabilire un collegamento definitivo con la malattia. In queste situazioni, il profilo delle proteine potrebbe offrire un ulteriore livello di valutazione, aiutando i ricercatori e i clinici a distinguere le ipotesi più promettenti da quelle meno supportate. La possibilità di applicare questo metodo nella pratica clinica dipenderà comunque da ulteriori verifiche, dalla riproducibilità dei risultati e dalla capacità di dimostrare quanto l’informazione aggiuntiva migliori concretamente il percorso diagnostico. Non si tratta di un’alternativa ai test genetici né di una soluzione immediata per tutti i casi irrisolti, ma di una strategia complementare che potrebbe ampliare gli strumenti a disposizione della medicina delle malattie rare. Per i pazienti che attendono da tempo una spiegazione, la prospettiva più rilevante è proprio questa: non fermarsi alla ricerca di una variante nel DNA, ma provare a capire anche quali tracce del suo possibile effetto siano riconoscibili nell’organismo.

Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato