Pandemie 9 Aprile 2026 12:06

Long Covid: costi fino a 145 miliardi l’anno entro il 2035

Solo pochi Paesi Ocse hanno politiche strutturate per la gestione del Long Covid. In Italia oltre il 9% dei pazienti di base ha avuto sintomi persistenti nel 2023.

di Arnaldo Iodice
Long Covid: costi fino a 145 miliardi l’anno entro il 2035

Il Long Covid continua a rappresentare una delle eredità più complesse lasciate dalla pandemia. Un’analisi pubblicata dall’Ocse (“Addressing the Costs and Care for Long Covid. The Long Shadow of the Pandemic”), avverte che da qui al 2035 questa condizione potrebbe generare un costo complessivo superiore a 145 miliardi di dollari l’anno tra spese sanitarie e perdite economiche. Nonostante la portata del fenomeno, solo pochi Paesi risultano realmente attrezzati per affrontarlo in modo sistematico.

Il Long Covid resta infatti uno degli aspetti meno conosciuti dell’infezione da SARS-CoV-2. Si stima che tra il 5% e il 15% delle persone contagiate sviluppi sintomi persistenti che possono durare mesi o anni. Il documento Ocse sottolinea come la sindrome possa coinvolgere quasi tutti i sistemi dell’organismo: tra le manifestazioni più frequenti figurano disfunzione cognitiva (la cosiddetta “nebbia mentale”) affaticamento cronico, disautonomia e malessere dopo sforzi anche minimi.

Un’indagine precedente dell’organizzazione aveva evidenziato che l’Italia è stata tra i Paesi più colpiti: nel 2023 oltre il 9% dei pazienti seguiti dai medici di famiglia dichiarava di aver sofferto di Long Covid e per circa un terzo di loro i sintomi duravano oltre un anno. Secondo l’Ocse, la condizione va ormai considerata una nuova patologia cronica con effetti duraturi sulla salute pubblica e sulla sostenibilità economica dei sistemi sanitari.

Costi sanitari e perdite economiche

Al picco della pandemia, nel 2021, il Long Covid ha interessato circa il 5% della popolazione residente nei Paesi Ocse, pari a circa 75 milioni di persone. I soli costi sanitari diretti sono stati stimati in 53 miliardi di dollari. Oggi la prevalenza è molto più bassa e, secondo le previsioni, tra il 2025 e il 2035 resterà ampiamente sotto l’1% della popolazione. Tuttavia, il calo dei casi non significa la fine del problema economico.

Il rapporto sottolinea che le spese sanitarie continueranno a crescere a causa della natura cronica della malattia. Se il virus continuerà a circolare, il Long Covid potrebbe incidere tra lo 0,07% e lo 0,14% della spesa sanitaria complessiva dei Paesi Ocse, fino a circa 11 miliardi di euro l’anno. Si tratta soprattutto di costi legati a visite specialistiche ripetute, riabilitazione, supporto psicologico e monitoraggio a lungo termine, che spostano il peso della spesa dalla fase emergenziale ospedaliera alla gestione cronica territoriale.

Ancora più rilevanti risultano i costi indiretti. Assenze prolungate dal lavoro, riduzione della produttività, pensionamenti anticipati e fenomeni di “presenteismo” (lavoratori presenti ma con capacità ridotta) potrebbero generare perdite comprese tra lo 0,1% e lo 0,2% del Pil dei Paesi Ocse, pari a circa 135 miliardi di dollari ogni anno.

Nonostante questi numeri, solo pochi Paesi (Austria, Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi) hanno sviluppato politiche strutturate dedicate alla gestione del Long Covid. Nella maggior parte delle nazioni persistono criteri diagnostici disomogenei, scarsa formazione degli operatori e linee guida cliniche ancora incomplete.

Lavoro e disuguaglianze sociali

Il Long Covid non incide soltanto sulla sanità, ma anche sull’equilibrio sociale ed economico. Molti pazienti faticano a rientrare pienamente nelle attività lavorative, con riduzione dell’orario, cambi di mansione o lunghi periodi di inattività. Questo fenomeno colpisce soprattutto chi svolge lavori fisicamente impegnativi o con minori tutele contrattuali.

Secondo l’Ocse, la malattia rischia di ampliare le disuguaglianze esistenti: i lavoratori con maggiore flessibilità professionale riescono ad adattarsi meglio, mentre altri possono essere spinti verso disoccupazione o uscita anticipata dal mercato del lavoro. Per questo il rapporto invita i governi a integrare politiche sanitarie, occupazionali e previdenziali, favorendo reinserimenti graduali e adattamenti delle condizioni lavorative.

La prevenzione (vaccinazioni, monitoraggio post-infezione e diagnosi precoce) resta uno strumento chiave anche per contenere l’impatto economico futuro.

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