Nutri e Previeni 9 Settembre 2026 10:25

La caffeina attiva un “interruttore” cellulare legato a un invecchiamento più lento

Uno studio della Queen Mary University di Londra individua nel lievito un meccanismo attraverso cui la caffeina attiva AMPK, sistema coinvolto nell’energia, nella risposta allo stress e nella riparazione del DNA.

di Arnaldo Iodice
La caffeina attiva un “interruttore” cellulare legato a un invecchiamento più lento

La caffeina potrebbe contribuire a rallentare l’invecchiamento cellulare attivando un antico sistema di risposta all’energia e allo stress. È quanto emerge da una ricerca condotta dal laboratorio di Invecchiamento Cellulare e Senescenza del Centro di Biologia Cellulare Molecolare della Queen Mary University di Londra, pubblicata sulla rivista Microbial Cell. Gli scienziati hanno scoperto che la caffeina sembra attivare un sistema energetico cellulare coinvolto nella crescita, nella resistenza allo stress e nella riparazione del DNA, processi strettamente legati all’invecchiamento. Il risultato potrebbe contribuire a spiegare perché, in precedenti studi, il consumo di caffeina sia stato associato a potenziali benefici per la salute e a un invecchiamento più sano. La ricerca, tuttavia, non dimostra che bere caffè allunghi la vita. Gli esperimenti sono stati condotti sul lievito di fissione, un organismo unicellulare utilizzato per studiare meccanismi biologici fondamentali.

Il lievito come modello per capire le cellule umane

La caffeina è il composto neuroattivo più diffuso al mondo: agisce sul sistema nervoso e sull’attività cerebrale ed è conosciuta soprattutto per la capacità di aumentare vigilanza e attenzione. Negli ultimi anni, però, la ricerca scientifica si è concentrata anche sulla possibile relazione tra caffeina e minore rischio di alcune malattie associate all’età. Rimaneva meno chiaro il meccanismo attraverso il quale la sostanza potesse produrre questi effetti all’interno delle cellule.

Per approfondire la questione, i ricercatori hanno utilizzato il lievito di fissione, un organismo unicellulare che condivide numerose caratteristiche biologiche fondamentali con le cellule umane. Per questo motivo viene talvolta definito un “mini-umano” ed è ampiamente impiegato nello studio dei processi cellulari di base.

Il team ha scoperto che la caffeina sembra influenzare l’invecchiamento sfruttando un sistema di rilevamento dell’energia profondamente conservato nel corso dell’evoluzione. I cosiddetti percorsi conservati sono meccanismi rimasti simili in organismi diversi perché svolgono funzioni essenziali. Lo stesso gruppo aveva già dimostrato alcuni anni fa che la caffeina poteva aiutare le cellule a vivere più a lungo influenzando TOR, un regolatore della crescita cellulare. TOR funziona come un interruttore che permette alle cellule di decidere quando crescere sulla base della disponibilità di nutrienti ed energia. Un sistema molto antico, presente negli organismi viventi da oltre 500 milioni di anni.

La sorpresa: il bersaglio è AMPK

L’ultimo studio ha però mostrato un meccanismo inatteso. La caffeina, infatti, non sembra agire direttamente su TOR, come inizialmente ipotizzato, ma attraverso un altro importante sistema cellulare: AMPK, acronimo di AMP-activated protein kinase. Si tratta di un sensore energetico che contribuisce a mantenere l’equilibrio metabolico della cellula.

In termini semplici, AMPK funziona come un indicatore del livello di carburante disponibile. Quando l’energia cellulare sta diminuendo, il sistema si attiva e aiuta la cellula ad adattarsi alla situazione. “Quando le cellule sono a corto di energia, AMPK interviene per aiutarle a far fronte alla situazione”, spiega il Dott. Charalampos (Babis) Rallis, professore associato di Genetica, Genomica e Biologia Cellulare Fondamentale presso la Queen Mary University di Londra, autore senior dello studio. “E i nostri risultati dimostrano che la caffeina contribuisce ad attivare questo meccanismo.”

Dalla caffeina alla metformina: il ruolo dell’AMPK

Il collegamento con AMPK rende la scoperta particolarmente interessante. Questo sensore energetico è infatti presente sia nel lievito sia negli esseri umani ed è già al centro di numerose ricerche sul metabolismo, sull’invecchiamento e sulle malattie. AMPK è inoltre collegata alla metformina, farmaco ampiamente utilizzato per il trattamento del diabete che negli ultimi anni ha attirato l’attenzione della ricerca sulla longevità.

La metformina è nota soprattutto per la sua capacità di contribuire al controllo della glicemia, ma gli scienziati stanno studiando anche la possibilità che influenzi processi biologici associati all’invecchiamento. Un interesse analogo riguarda la rapamicina, un altro composto capace di modificare la segnalazione cellulare legata alla crescita e studiato per i suoi possibili effetti sulla durata della vita. Il fatto che la caffeina possa attivare AMPK mette quindi in relazione una sostanza di uso quotidiano con una via metabolica già considerata importante nella ricerca sull’invecchiamento. Secondo gli esperimenti, gli effetti della caffeina su questo sistema possono influenzare diversi processi cellulari coinvolti nell’invecchiamento e nelle malattie, tra cui crescita cellulare, risposta allo stress e riparazione del DNA.

Quest’ultimo processo è particolarmente rilevante. Il danno al DNA tende infatti ad accumularsi nel corso del tempo e, quando le cellule non riescono a ripararlo efficacemente, possono perdere parte della loro normale funzionalità, aumentando potenzialmente il rischio di malattie. L’attivazione di AMPK potrebbe dunque rappresentare un punto di collegamento tra metabolismo energetico, risposta allo stress e mantenimento dell’integrità cellulare.

Un indizio sulla longevità, non una prova sul caffè

“Questi risultati aiutano a spiegare perché la caffeina potrebbe essere benefica per la salute e la longevità”, ha affermato il Dott. John-Patrick Alao, ricercatore post-dottorato a capo dello studio. “E aprono interessanti possibilità per future ricerche su come potremmo innescare questi effetti in modo più diretto, attraverso la dieta, lo stile di vita o nuovi farmaci”.

Gli stessi ricercatori sottolineano però la necessità di interpretare i risultati con cautela. Lo studio non dimostra che bere caffè allunghi la vita e non permette di stabilire quale quantità di caffeina sarebbe eventualmente necessaria per ottenere un effetto sull’invecchiamento. Gli esperimenti sono stati condotti sul lievito di fissione e i meccanismi osservati negli organismi semplici non sono automaticamente trasferibili all’uomo. Il dato più significativo riguarda quindi il meccanismo biologico individuato. AMPK è presente anche nelle cellule umane e rappresenta un sistema evolutivamente conservato, offrendo ai ricercatori un indizio da approfondire negli studi futuri. La caffeina, dunque, potrebbe avere effetti che vanno oltre la stimolazione del cervello: sembra essere in grado di attivare un antico sistema cellulare che regola energia, stress, crescita e riparazione del DNA. Tutti processi che hanno un ruolo importante nel mantenimento della funzionalità cellulare e nel processo di invecchiamento.

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