Salute 19 Giugno 2026 15:54

Instagram e identità corporea: “L’utilizzo prolungato potrebbero rendere più sfumati i confini del sé”

Una ricerca italiana pubblicata su Computers in Human Behavior suggerisce che anni di utilizzo di Instagram potrebbero influenzare alcuni dei processi attraverso cui il cervello riconosce il proprio corpo come "proprio"

di Isabella Faggiano
Instagram e identità corporea: “L’utilizzo prolungato potrebbero rendere più sfumati i confini del sé”

Non si tratta soltanto di come ci vediamo allo specchio. O di quanto ci piaccia la nostra immagine riflessa in una fotografia. Secondo un nuovo studio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, l’esposizione prolungata ai social media potrebbe influenzare anche alcuni dei meccanismi più profondi attraverso cui costruiamo il senso di identità e riconosciamo il nostro corpo come parte di noi stessi. La ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale Computers in Human Behavior e coordinata da Giuseppe Riva, direttore dell’Humane Technology Lab dell’Università Cattolica, con Maria Sansoni come prima autrice, propone quella che gli studiosi definiscono l’ipotesi dell'”erosione digitale dell’identità corporea” (Digital Erosion of Bodily Identity Hypothesis). L’idea è che anni di esposizione a selfie, filtri estetici e rappresentazioni digitali del sé possano rendere più permeabili i confini percettivi che consentono di distinguere il proprio corpo da quello degli altri.

Oltre l’immagine corporea

Negli ultimi anni numerosi studi hanno evidenziato il legame tra uso dei social media e insoddisfazione corporea. Instagram, in particolare, ha trasformato il corpo e il volto in strumenti centrali di comunicazione e autorappresentazione. In questi ambienti digitali le immagini vengono continuamente osservate, confrontate, modificate e sottoposte al giudizio altrui attraverso like, commenti e metriche di visibilità. Secondo i ricercatori, tuttavia, il problema potrebbe essere più complesso. “La maggior parte degli studi si è concentrata sugli aspetti esterni dell’esperienza corporea, come l’insoddisfazione per il proprio aspetto fisico – spiegano gli autori -. Ma il corpo non è soltanto qualcosa che vediamo. È anche il modo in cui percepiamo noi stessi dall’interno”. Ogni giorno il cervello integra informazioni provenienti dall’organismo – come il battito cardiaco, la posizione degli arti o le sensazioni viscerali – con ciò che vediamo e tocchiamo. Da questa integrazione nasce la sensazione che quel corpo sia il nostro e che esistiamo come individui distinti dagli altri. Quando questi processi funzionano correttamente, contribuiscono alla regolazione emotiva e alla consapevolezza di sé. Quando si alterano, può diventare più difficile sentirsi pienamente “a casa” nel proprio corpo.

Lo studio su 95 giovani adulti

Per indagare questo fenomeno, il team ha coinvolto 95 giovani adulti, uomini e donne, con un’età media di circa 26 anni e una storia di utilizzo di Instagram di quasi otto anni. partecipanti hanno compilato questionari relativi alle proprie abitudini sui social media e sono stati sottoposti a una serie di esperimenti in realtà virtuale basati sulle cosiddette “illusioni corporee”. Si tratta di procedure utilizzate da anni nelle neuroscienze che, attraverso la sincronizzazione tra ciò che una persona vede e ciò che sente sul proprio corpo, possono temporaneamente indurre la sensazione che il volto o il corpo di un’altra persona appartengano a sé stessi. Questi esperimenti consentono di studiare quanto siano solidi i confini che separano il sé dagli altri e rappresentano uno strumento utile per valutare la plasticità dell’identità corporea.

L’effetto “dose”

I risultati hanno evidenziato un fenomeno che gli autori definiscono inatteso. Più lunga era la storia di utilizzo di Instagram, maggiore risultava la probabilità che i partecipanti arrivassero a percepire come proprio il volto di uno sconosciuto mostrato in realtà virtuale. “È attraverso il volto che ci riconosciamo allo specchio, costruiamo la nostra individualità e veniamo riconosciuti dagli altri – osserva Giuseppe Riva -. L’associazione non emerge in una qualsiasi rappresentazione corporea, ma proprio nella parte del corpo più strettamente legata al senso di chi siamo“. Anche l’utilizzo dei filtri di bellezza è risultato associato a una maggiore suscettibilità a queste illusioni percettive. Secondo gli autori, i dati suggeriscono che un’esposizione prolungata ad ambienti digitali fortemente centrati sull’immagine potrebbe influenzare alcuni dei processi attraverso cui il cervello costruisce il senso di appartenenza del corpo a sé stesso e distingue il sé dagli altri.

Un’ipotesi da approfondire

I ricercatori invitano però alla prudenza nell’interpretazione dei risultati. Lo studio non dimostra che Instagram provochi problemi di salute mentale, né che queste modificazioni abbiano necessariamente conseguenze negative. Inoltre non è stata dimostrata una relazione di causa-effetto tra l’uso della piattaforma e i cambiamenti osservati. La ricerca apre però una nuova prospettiva sul rapporto tra tecnologia e identità personale. “I partecipanti coinvolti nello studio appartengono alla prima generazione cresciuta insieme ai social media – sottolinea Maria Sansoni -. Hanno iniziato a utilizzare queste piattaforme durante la tarda adolescenza e le hanno integrate nella propria vita quotidiana per quasi un decennio. Se già in questi giovani adulti emergono associazioni con processi fondamentali per la costruzione dell’identità corporea, la domanda che si apre riguarda le nuove generazioni, che entrano in contatto con queste tecnologie sempre più precocemente e per periodi di tempo sempre più lunghi”.

La salute mentale dei giovani sotto osservazione

La ricerca si inserisce in un contesto più ampio che vede la salute mentale di adolescenti e giovani adulti al centro dell’attenzione della sanità pubblica. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, circa un adolescente su sette e un adulto su otto convivono con un disturbo mentale. Tra i fattori che destano maggiore preoccupazione figurano proprio quelli legati all’immagine corporea e all’identità personale. Lo studio dell’Università Cattolica suggerisce che, accanto agli effetti già noti dei social media sull’autostima e sulla percezione dell’aspetto fisico, potrebbe esistere un livello più profondo di influenza che riguarda il modo in cui costruiamo il senso del nostro corpo e, in ultima analisi, il senso di chi siamo.

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