A mostrarlo è uno studio condotto a Barcellona che, grazie all’eye tracking, individua un possibile effetto precoce degli inquinanti sullo sviluppo del cervello, con segnali più marcati nei maschi
Il periodo prenatale è una finestra cruciale per lo sviluppo del cervello. Eppure, per anni, l’attenzione della ricerca si è concentrata soprattutto sugli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute respiratoria e cardiovascolare, trascurando in larga parte le possibili conseguenze sullo sviluppo cognitivo nelle primissime fasi della vita. Un nuovo studio condotto dal Barcelona Institute for Global Health (ISGlobal), in collaborazione con l’Università di Barcellona, riporta al centro dell’attenzione questo tema, mostrando che l’esposizione prenatale agli inquinanti atmosferici è associata a performance cognitive inferiori nei bambini già nei primi mesi di vita. Lo studio, pubblicato sulla rivista Environmental Pollution, si basa sui dati di 168 coppie madre-figlio partecipanti alla Barcelona Life Study Cohort (BiSC), seguite tra il 2018 e il 2023.
Come è stata misurata l’esposizione agli inquinanti
I ricercatori hanno stimato l’esposizione complessiva durante la gravidanza a diversi inquinanti: biossido di azoto (NO2), carbonio nero (black carbon), particolato fine (PM2,5) e al contenuto di rame e ferro del PM2,5. Le stime sono state ottenute attraverso modelli avanzati di regressione sull’uso del suolo, integrati con informazioni sul tempo trascorso dalle donne a casa, sul luogo di lavoro e durante gli spostamenti quotidiani. Un approccio che ha permesso di andare oltre la sola esposizione domestica, ricostruendo in modo più accurato l’ambiente reale in cui le donne in gravidanza vivono e si muovono.
Eye tracking per valutare lo sviluppo cognitivo
Per valutare lo sviluppo cognitivo dei bambini, lo studio ha utilizzato una metodologia innovativa e non invasiva: l’eye tracking. Attraverso un compito di Visual Paired-Comparison, i ricercatori hanno analizzato la capacità dei neonati di riconoscere volti già visti e di mostrare una preferenza per stimoli nuovi, un indicatore precoce della memoria di riconoscimento. I test sono stati effettuati a 6 mesi di età e ripetuti, per una parte del campione, a 18 mesi. In totale, 180 bambini hanno partecipato alla valutazione a 6 mesi, con 75 rivalutati successivamente.
Prestazioni cognitive peggiori con livelli più alti di inquinamento
I risultati indicano una relazione inversa tra l’esposizione prenatale agli inquinanti e la preferenza per la novità nel test visivo: all’aumentare dei livelli di inquinamento, i bambini mostrano una minore capacità di distinguere stimoli nuovi da quelli familiari. Le associazioni più forti sono emerse per il carbonio nero, il PM2,5 e il contenuto di rame del PM2,5, inquinanti legati soprattutto alle emissioni da traffico. Un dato che rafforza l’ipotesi di un ruolo particolarmente dannoso delle emissioni da combustione e dall’usura di freni e pneumatici sul cervello in via di sviluppo.
Differenze di genere e possibili meccanismi biologici
Per tutti gli inquinanti analizzati, le associazioni risultavano più marcate nei maschi rispetto alle femmine, suggerendo una possibile vulnerabilità specifica legata al sesso. Un’osservazione in linea con altre ricerche che indicano come il cervello maschile possa essere più sensibile agli insulti ambientali nelle fasi precoci dello sviluppo. “Diversi meccanismi biologici possono spiegare come l’esposizione prenatale all’inquinamento atmosferico influenzi lo sviluppo neurologico”, spiega Jordi Sunyer, coordinatore del progetto BiSC e autore senior dello studio. “Gli inquinanti possono attraversare la barriera placentare, innescando infiammazione sistemica e stress ossidativo nel feto, interferendo con i processi di maturazione del cervello”.
Un’ulteriore conferma del ruolo dell’ambiente
I risultati si inseriscono in un filone di ricerca sempre più consistente che mostra come l’inquinamento atmosferico non sia solo un problema per polmoni e cuore, ma rappresenti un fattore di rischio anche per lo sviluppo neurologico. Un precedente studio dello stesso gruppo di ricerca aveva già evidenziato un’associazione tra esposizione prenatale all’inquinamento e alterazioni nelle strutture cerebrali fetali. “I nostri risultati confermano che il periodo prenatale rappresenta una finestra critica di vulnerabilità alle esposizioni ambientali”, sottolineano gli autori, “e rafforzano la necessità di politiche ambientali più rigorose e di misure specifiche per proteggere la salute delle donne in gravidanza e dei bambini”.
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