Si è chiuso il 26° Convegno nazionale dell’Associazione italiana ingegneri clinici con circa 3mila partecipanti, 200 relatori e oltre 130 aziende. Al centro del confronto intelligenza artificiale, cybersecurity, dispositivi medici, Pnrr e nuovi modelli di governance dell’innovazione. Presentato anche un protocollo di collaborazione tra AIIC e Fiaso
“L’ingegneria clinica italiana ha dimostrato a Torino di essere una comunità professionale capace di costruire relazioni, pienamente consapevole delle proprie competenze e sufficientemente coraggiosa da proporre idee concrete per progettare il futuro della sanità italiana”.
Con queste parole Umberto Nocco, presidente di AIIC, ha chiuso il 26° Convegno Nazionale dell’associazione, appena conclusosi a Torino. L’evento ha registrato numeri significativi: circa 3.000 partecipanti, 200 relatori e oltre 130 aziende coinvolte. Al centro del confronto, numerosi temi strategici per il sistema sanitario, tra cui il significato dell’innovazione autentica, l’intelligenza artificiale, i chatbot e la cybersecurity in sanità, la sicurezza delle tecnologie utilizzate fuori dall’ospedale, i nuovi regolamenti europei sui dispositivi medici (MDR/IVDR), l’Health Technology Assessment e il procurement basato sul valore, oltre al tema delle grandi apparecchiature e dell’attuazione dei progetti previsti dal PNRR.
Il convegno è destinato a lasciare un segno anche per la sua forte dimensione collaborativa, caratterizzata da numerosi momenti di confronto tra AIIC e le istituzioni, a partire da Ministero della Salute e Agenas, nonché con altre associazioni del settore sanitario come FNOPI, ASSD, SIRM, Federsanità, ANTAB e IN.GE.SAN. Proprio dal dialogo sulla governance delle operation sanitarie è nata la definizione di un protocollo AIIC-FIASO, presentato da Giovanni Poggialini, componente del Consiglio Direttivo AIIC, e da Luigi Vercellino, vicepresidente FIASO. Il documento sarà completato e sottoscritto nelle prossime settimane.
Come fare innovazione?
A sintetizzare efficacemente uno dei temi centrali del Convegno AIIC è stata Sara Falvo di BioPMed Torino, che ha affrontato la domanda: come si realizza l’innovazione? “Non basta la tecnologia per creare innovazione”, ha affermato Falvo. “È fondamentale validarla e produrre evidenze che ne dimostrino efficacia, sostenibilità e scalabilità”. L’obiettivo è quindi sviluppare e utilizzare tecnologie in grado di rispondere a bisogni clinici reali e concretamente implementabili.
Nel corso di una delle principali tavole rotonde del Convegno 2026, Riccardo Bui, amministratore delegato dell’IRCCS Humanitas Research Hospital di Milano, ha evidenziato l’importanza di generare innovazione secondo un approccio bottom-up, sottolineando al tempo stesso il ruolo cruciale dell’ingegnere clinico nel trasferire l’innovazione al letto del paziente e nel valutarne il valore applicativo.
A delineare il quadro complessivo è stato Umberto Nocco: “L’attività di valutazione si esercita su una proposta e quindi nasce dal basso. È un concetto che richiama la tecnica chirurgica: un diverso utilizzo del bisturi può modificare l’esito di un intervento. La valutazione dell’innovazione è dunque un processo multidisciplinare che consente di comprendere come l’innovazione si inserisca nell’organizzazione ospedaliera. Per l’ingegnere clinico è indispensabile frequentare costantemente la corsia, per cogliere e favorire un miglioramento continuo”.
Chief Innovation Officer: chi è e cosa fa?
Se esiste innovazione, esiste probabilmente anche una figura chiamata a governarla. A Torino il dibattito si è concentrato sul ruolo del Chief Innovation Officer (CInO), attraverso la presentazione di diverse esperienze, tra cui quella dell’Università Cattolica di Roma, che ha descritto questa figura come una sorta di ambassador capace di introdurre e diffondere l’innovazione all’interno delle organizzazioni sanitarie.
L’esperienza statunitense è stata illustrata da Michele Manzoli, Secretary dell’American College of Clinical Engineering e Manager of Clinical Engineering del Cedars-Sinai Hospital. Secondo Manzoli, il Chief Innovation Officer è il professionista che collega strategia, dati, intelligenza artificiale, modelli assistenziali e partnership.
“Negli Stati Uniti non esiste un percorso standardizzato”, ha spiegato. “Non è il titolo di studio a fare la differenza, ma la qualità professionale e le competenze necessarie per assumere questo ruolo. La vera domanda è: chi si assume il rischio tecnologico nel mondo reale? I CInO provengono da percorsi differenti e l’ingegnere clinico, se assume una funzione di governo, può essere immediatamente riconosciuto e valorizzato in questo ruolo”.
Nel corso della tavola rotonda dedicata al tema, alla quale hanno partecipato anche Tommaso Cerciello, Alessandro Reolon e Mario Lugli per AIIC, Danilo Gennari, membro del Consiglio Direttivo dell’associazione, ha sottolineato che “per ricoprire questo incarico servono esperienza, competenza e metodo. Per formazione e attività professionale, l’ingegnere clinico possiede una visione trasversale delle competenze richieste ed è abituato a operare in contesti multidisciplinari. Questo rappresenta un vantaggio importante e può favorire una presenza sempre più significativa anche nell’ambito dei Chief Innovation Officer”.
Una posizione condivisa anche da Giovanni Poggialini, che ha evidenziato come l’ingegneria clinica debba puntare sempre più, in futuro, a ruoli di governance dell’innovazione.
A chiudere la riflessione è stato Lorenzo Leogrande, presidente del Convegno AIIC: “Proprio da Torino stiamo avviando una riflessione su questa nuova figura all’interno delle organizzazioni sanitarie, in una prospettiva di governance. AIIC ritiene che rappresenti un’opportunità rilevante per gli ingegneri clinici. Ora è necessario definirne con precisione il ruolo e le prospettive strategiche”.
L’intelligenza artificiale oggi
Le sessioni dedicate all’intelligenza artificiale sono state tra le più partecipate dell’intero convegno e hanno offerto numerosi esempi applicativi. Si è parlato dell’utilizzo dell’ecografia per ridurre i rischi del parto attraverso modelli predittivi in grado di stimare la probabilità di successo del parto vaginale, di sistemi intelligenti per individuare biomarcatori utili alla diagnosi e alla cura del disturbo bipolare, di soluzioni sviluppate a Siracusa per il controllo delle infezioni ospedaliere e di strumenti impiegati a Rapallo per supportare le decisioni in chirurgia mitralica.
Tuttavia, come ha evidenziato Gianluca Giaconia, vicepresidente AIIC, nel corso di una sessione congiunta con la SIRM, restano ancora numerosi interrogativi aperti: “Come valutare i risultati prodotti dall’intelligenza artificiale? Come effettuare la manutenzione di strumenti che sono prevalentemente software? Per affrontare queste sfide riteniamo indispensabili due azioni: la formazione di tutte le figure sanitarie che utilizzano l’AI e il rafforzamento delle collaborazioni tra società scientifiche, che devono diventare strutturate e continuative”.
Sulla stessa linea Nicoletta Gandolfo, presidente della Società Italiana di Radiologia Medica e Interventistica, che ha dichiarato: “La collaborazione tra SIRM e AIIC rappresenta un’opportunità di crescita reciproca in un ambito, quello dell’intelligenza artificiale, nel quale è fondamentale integrare competenze diverse. Oggi l’AI si presenta come un’importante innovazione, ma abbiamo bisogno di certificazioni di qualità, validazioni scientifiche e benefici concreti per cittadini e pazienti. Per questo riteniamo essenziale avviare percorsi strutturati di collaborazione continua, in grado di promuovere una cultura condivisa dell’innovazione digitale”.
Chatbot: tra rischi e opportunità digitali
La sessione dedicata ai chatbot e ai Large Language Models (LLM), moderata dai rappresentanti AIIC Maurizio Rizzetto e Angelo Gelmetti, ha approfondito il tema della gestione del rapporto con il paziente attraverso sistemi intelligenti.
Nel corso dell’incontro sono stati evidenziati anche i rischi associati a queste tecnologie. Ali Fenwick, docente olandese, ha illustrato alcuni studi dedicati all’interazione tra pazienti e chatbot, arrivando ad affermare provocatoriamente che oggi “l’intelligenza artificiale avrebbe bisogno di uno psicologo”.
Maurizio Rizzetto, tra i promotori del confronto su questi temi all’interno di AIIC, ha spiegato che “il panorama delle soluzioni basate sull’intelligenza artificiale è estremamente ampio. A Torino abbiamo discusso dell’utilizzo dei chatbot in ambito sanitario e abbiamo compreso che, se non adeguatamente governati, possono rappresentare una fonte di rischio. In alcuni casi, infatti, un chatbot è a tutti gli effetti un dispositivo medico e deve quindi rispettare regole ben precise, che noi ingegneri clinici conosciamo approfonditamente. Per questo riteniamo di avere un ruolo preciso nell’implementazione sicura di questi sistemi, collaborando con team multidisciplinari affinché i progetti risultino realmente efficaci e utili”.
Tra le collaborazioni nate nel contesto della trasformazione digitale è stata evidenziata anche quella tra l’Associazione Italiana Ingegneri Clinici e l’Associazione Scientifica per la Sanità Digitale. Laura Patrucco, presidente ASSD, ha definito questa sinergia “essenziale per costruire una sanità digitale capace di coniugare visione tecnica e cultura del dato. L’ingegneria clinica e le competenze digitali diventano complementari quando si creano connessioni tra responsabilità differenti. ASSD porta il valore del dialogo, AIIC la solidità del metodo: insieme possiamo contribuire a sviluppare un ecosistema più maturo e affidabile. È nella partnership che l’innovazione trova senso, qualità e sostenibilità. Solo così la trasformazione digitale può diventare davvero un progetto condiviso al servizio delle persone”.