Uno studio pubblicato su The Lancet Planetary Health mostra che gli anziani raggiungono la soglia di stress da calore non compensabile a temperature inferiori rispetto ai giovani, con importanti implicazioni per la prevenzione
Le ondate di calore non rappresentano lo stesso rischio per tutta la popolazione. Con l’età diminuisce la capacità dell’organismo di disperdere il calore, rendendo le persone anziane più vulnerabili alle temperature elevate. Un nuovo studio internazionale pubblicato su The Lancet Planetary Health ha combinato dati fisiologici, proiezioni climatiche e demografiche per capire quanto il rischio futuro possa essere stato sottovalutato utilizzando soglie di tolleranza al caldo ricavate principalmente da giovani adulti.
Quando il corpo non riesce più a raffreddarsi
L’organismo utilizza diversi meccanismi per mantenere stabile la propria temperatura, soprattutto la sudorazione e l’aumento del flusso sanguigno verso la pelle. Quando caldo e umidità diventano troppo elevati, però, questi meccanismi possono non essere più sufficienti. Si entra nella condizione definita “uncompensable heat stress”, nella quale il corpo non riesce più a disperdere calore alla stessa velocità con cui lo accumula.
Con l’età il limite arriva prima
Il dato centrale della ricerca è che gli anziani raggiungono questa soglia a condizioni ambientali meno estreme rispetto ai giovani. Le capacità di sudorazione e termoregolazione cambiano con l’invecchiamento e anche la risposta cardiovascolare al caldo può diventare meno efficiente. Il margine di sicurezza, quindi, si riduce proprio nella fascia di popolazione che già presenta più frequentemente condizioni di fragilità e malattie croniche.
Le vecchie stime potrebbero aver sottovalutato il rischio
Secondo i ricercatori, molte precedenti proiezioni applicavano alla popolazione generale limiti di tolleranza sviluppati studiando soprattutto giovani adulti sani. Il nuovo modello considera invece soglie fisiologiche specifiche per giovani, adulti di mezza età e anziani. Il risultato è una stima molto diversa della popolazione che potrebbe trovarsi in futuro oltre il proprio limite di compensazione termica.
Con 1,5 °C di riscaldamento, 290 milioni di over 60 esposti
Lo scenario più contenuto considerato nello studio è già significativo. Con 1,5 °C di riscaldamento globale rispetto ai livelli preindustriali, circa il 22% delle persone con più di 60 anni, pari a circa 290 milioni di individui, potrebbe essere esposto ogni anno ad almeno 180 ore di condizioni di calore non compensabile. La stima non significa che tutte queste persone svilupperanno necessariamente un problema di salute, ma indica una significativa esposizione a condizioni nelle quali l’organismo fatica a mantenere l’equilibrio termico.
Ogni grado in più amplia il problema
La situazione peggiora con l’aumento del riscaldamento globale. I ricercatori stimano che ogni ulteriore grado Celsius potrebbe aggiungere circa un miliardo di persone alla popolazione esposta ad almeno un mese all’anno di calore oltre la soglia di compensazione. Nelle aree più vulnerabili, come parti dell’Asia meridionale e del Golfo Persico, con scenari di riscaldamento più elevati gli anziani potrebbero affrontare condizioni critiche anche per periodi prolungati, giorno e notte.
Non conta soltanto l’età
La vulnerabilità al caldo dipende anche dalle condizioni di salute. Malattie cardiovascolari, renali e respiratorie, fragilità e ridotta autonomia possono rendere più difficile affrontare temperature elevate. Anche alcuni farmaci possono interferire con la termoregolazione. Per questo l’età rappresenta un importante fattore di rischio, ma deve essere valutata insieme alle condizioni cliniche e sociali della persona.
Anche la casa può diventare un fattore di rischio
La possibilità di proteggersi dal caldo non è uguale per tutti. Un’abitazione poco ventilata, l’assenza di sistemi di raffrescamento, vivere soli o avere difficoltà a raggiungere un luogo fresco possono aumentare la vulnerabilità. Il rischio climatico diventa così anche una questione di equità sanitaria, perché le persone con meno risorse possono avere meno possibilità concrete di proteggersi.
Dalla previsione climatica alla prevenzione sanitaria
Il valore dello studio sta anche nelle possibili ricadute sulla sanità pubblica. Se le soglie di tolleranza cambiano con l’età, i piani per affrontare le ondate di calore dovrebbero identificare in anticipo le persone più vulnerabili, non limitarsi a segnalare il raggiungimento di una determinata temperatura. Allerta precoce, monitoraggio degli anziani fragili, accesso a luoghi freschi e supporto domiciliare possono diventare strumenti essenziali.
Una sfida per i servizi territoriali
Con una popolazione che invecchia e temperature destinate ad aumentare, la prevenzione del rischio da caldo riguarda direttamente anche medici di medicina generale, servizi territoriali, assistenza domiciliare e strutture residenziali. Individuare gli anziani più fragili prima di un’ondata di calore e verificare che abbiano concretamente la possibilità di proteggersi può ridurre il rischio di complicanze e accessi urgenti ai servizi sanitari.
Non è una previsione per il singolo paziente
Lo studio non permette di stabilire a quale temperatura una determinata persona avrà necessariamente un problema di salute. Si tratta infatti di una modellizzazione globale, che combina dati sulla fisiologia umana con scenari climatici e demografici. Il suo messaggio è un altro: utilizzare una soglia identica per tutte le età può portare a sottostimare la vulnerabilità degli anziani.
Il caldo deve essere considerato un problema sanitario
In un mondo più caldo e con una popolazione sempre più anziana, proteggere dalle ondate di calore significa anche ripensare la prevenzione sulla base della vulnerabilità individuale. Il lavoro suggerisce quindi di considerare l’età nei modelli di rischio e nei piani di adattamento, insieme alle condizioni cliniche, abitative e sociali. Non solo prevedere quando arriverà il caldo estremo, ma sapere chi rischia di più e come raggiungerlo prima che sia troppo tardi.
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