Nutri e Previeni 18 Maggio 2026 10:10

Il caffè alza la pressione? Sì, ma non sempre è un rischio

La caffeina può far salire i valori pressori per alcune ore, soprattutto nei soggetti sensibili. Ma il consumo moderato non sembra aumentare il rischio cronico di ipertensione.

di Arnaldo Iodice
Il caffè alza la pressione? Sì, ma non sempre è un rischio

Il caffè può far salire la pressione sanguigna nell’immediato, ma il suo consumo moderato non sembra tradursi automaticamente in un danno stabile per il cuore. È il dato centrale che emerge da una revisione di tredici studi, secondo cui la caffeina può stimolare il cuore, favorire il restringimento dei vasi sanguigni e aumentare temporaneamente i valori pressori, soprattutto in chi beve caffè di rado o soffre già di ipertensione. La revisione, condotta su circa 315.000 persone, ha registrato 64.650 casi di ipertensione durante il follow-up, senza però individuare un legame chiaro tra caffè e maggiore rischio di sviluppare pressione alta. Lo stesso risultato è rimasto sostanzialmente stabile considerando sesso, quantità consumata, tipo di caffè, abitudine al fumo e durata degli studi.

Il messaggio, dunque, non è assolutorio né allarmistico: il caffè va valutato nel contesto della salute individuale, non trasformato in un nemico universale. La vera distinzione è tra effetto acuto, misurabile dopo la tazzina, e rischio cronico, che gli studi non confermano.

Che cosa succede nell’organismo dopo una tazzina

Dopo una tazzina, la caffeina entra rapidamente in circolo e raggiunge di solito il picco nel sangue tra 30 minuti e due ore. Il suo effetto principale è stimolante: può aumentare la frequenza cardiaca, sollecitare le ghiandole surrenali a rilasciare adrenalina e favorire una temporanea costrizione dei vasi sanguigni. Questo insieme di reazioni può provocare un aumento della pressione sistolica e diastolica, con oscillazioni che gli studi indicano rispettivamente in 3-15 e 4-13 millimetri di mercurio dopo il consumo di caffeina contenuta in caffè, cola, bevande energetiche e cioccolato.

La risposta non è uguale per tutti. Contano l’età, la genetica, l’abitudine al consumo e le condizioni cliniche. Chi beve caffè regolarmente tende spesso a metabolizzare la caffeina con maggiore efficienza, mentre chi la assume raramente può avvertirne di più gli effetti. Anche l’emivita è variabile: in genere la quantità di caffeina nel sangue si dimezza in 3-6 ore. Per questo bere caffè nel tardo pomeriggio può interferire con il sonno, e un sonno disturbato può a sua volta pesare sulla salute cardiovascolare. Il punto decisivo è osservare la propria reazione, non copiare quella degli altri, specie in presenza di diagnosi, farmaci o controlli imminenti della pressione. Non conta soltanto quanto caffè si beve, ma quando lo si beve, con quale frequenza e in quale condizione fisica complessiva di partenza individuale.

I numeri dell’ipertensione e il problema del silenzio

L’ipertensione è una condizione spesso silenziosa: di norma non provoca sintomi evidenti, ma può aumentare il rischio di infarto, ictus e danni a cuore e reni. Una pressione considerata sana resta sotto 120/80 mmHg, mentre valori costanti pari o superiori a 140/90 mmHg rientrano nell’ipertensione. Circa il 31% degli adulti convive con pressione alta e quasi la metà non lo sa. Anche tra chi assume farmaci, il controllo non è sempre efficace: circa il 47% non riesce comunque a mantenere i valori entro limiti adeguati.

Perché il caffè non è solo caffeina

Il caffè è una miscela complessa, composta da centinaia di fitochimici che ne determinano aroma, sapore e possibili effetti biologici. Alcuni composti possono perfino agire in senso favorevole sui vasi sanguigni. Le melanoidine, per esempio, sono associate alla regolazione dell’equilibrio idrico e degli enzimi coinvolti nel controllo pressorio. L’acido chinico è stato invece collegato a una riduzione della pressione sistolica e diastolica, probabilmente perché aiuta i vasi a funzionare meglio. Questo non autorizza a considerare il caffè una terapia, ma spiega perché gli effetti osservati non coincidano sempre con quelli della caffeina isolata. Nella vita reale, infatti, non si beve una molecola pura: si beve una bevanda ricca di sostanze diverse, capaci di produrre effetti opposti. Anche per questo le conclusioni degli studi epidemiologici risultano più sfumate rispetto alle reazioni immediate misurate dopo una singola assunzione, e impongono cautela nelle interpretazioni. Non tutto, quindi, si spiega con la stimolazione nervosa.

Quando serve prudenza e che cosa fare nella vita quotidiana

Per la maggior parte delle persone non è necessario eliminare il caffè, ma è sensato conoscere i propri valori pressori, considerare la storia familiare, la dieta, l’assunzione di sale, l’attività fisica e l’eventuale presenza di malattie cardiache, epatiche o ipertensione già diagnosticata. Il quadro cambia nei soggetti con pressione molto alta. Uno studio giapponese su oltre 18.000 adulti seguiti per quasi 19 anni ha rilevato che, tra le persone con ipertensione di grado 2-3, cioè con sistolica pari o superiore a 160 o diastolica pari o superiore a 100, bere due o più tazze al giorno era associato a un rischio doppio di morte cardiovascolare rispetto ai non bevitori. Lo stesso aumento non è stato osservato nei soggetti con pressione normale o ipertensione lieve.

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