Advocacy e Associazioni 10 Febbraio 2026 17:39

Giornata Mondiale del Malato: “Il prendersi cura sia responsabilità condivisa”

Il messaggio di Papa Leone XIV per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato richiama la parabola del Buon Samaritano come chiave per leggere la cura oggi. Un invito alla compassione che diventa responsabilità condivisa, relazione e presa in carico, al centro anche del commento del presidente Fnomceo Filippo Anelli

di Isabella Faggiano
Giornata Mondiale del Malato: “Il prendersi cura sia responsabilità condivisa”

C’è un gesto che attraversa i secoli e continua a interrogare il presente: fermarsi. Non passare oltre. Chinarsi sull’altro. Nella XXXIV Giornata Mondiale del Malato, che si celebra l’11 febbraio, Papa Leone XIV sceglie di tornare alla parabola del Buon Samaritano per parlare di cura, di responsabilità e di prossimità. Un racconto antico che, letto oggi, sembra descrivere con sorprendente precisione il senso più profondo dell’assistenza sanitaria e il cuore della relazione tra chi soffre e chi si prende cura.

La parabola del samaritano come chiave di lettura della cura

Nel suo messaggio, il Pontefice ricorda che la parabola narrata da Luca non risponde tanto alla domanda “chi è il mio prossimo”, quanto a quella più scomoda e decisiva: come diventare prossimo. Il samaritano, infatti, non si limita a provare compassione, ma agisce. Si ferma, guarda, si avvicina, medica le ferite, accompagna, paga di tasca propria e soprattutto dona il proprio tempo. In un mondo dominato dalla rapidità e dalla cultura dello scarto, Papa Leone XIV sottolinea come la compassione autentica richieda uno sguardo capace di vedere davvero l’altro. Non uno sguardo distratto o frettoloso, ma aperto e attento, simile a quello di Cristo. È in questa scelta di fermarsi che l’amore prende forma concreta e diventa relazione.

Compassione come relazione e responsabilità condivisa

La compassione, spiega il Papa, non è un sentimento astratto né un moto puramente interiore. È un’emozione che spinge all’azione e che trova compimento nella relazione. Il samaritano non agisce da solo: coinvolge l’albergatore, costruisce una rete di cura, trasforma un gesto individuale in una risposta condivisa. È qui che la cura dei malati assume una dimensione sociale ed ecclesiale. Familiari, operatori sanitari, volontari, persone impegnate nella pastorale della salute: tutti concorrono a dare corpo a quella compassione che diventa “noi”, più forte della somma delle singole individualità. Una dinamica che, come ricorda il Pontefice citando San Cipriano, misura anche la salute morale di una società, capace o meno di prendersi cura dei più fragili.

Il dolore dell’altro come dolore del corpo intero

Nel messaggio emerge con forza l’idea che il dolore non sia mai estraneo. Il malato non è un altro lontano, ma una parte dello stesso corpo di cui tutti siamo membra. Per questo, portare il dolore dell’altro non significa semplicemente alleviarlo, ma riconoscerlo come proprio. Una visione che richiama il senso più profondo dell’unità e che invita a superare una cura ridotta a prestazione, per riscoprirne la dimensione umana e relazionale. In questa prospettiva, anche il dolore, se accolto e condiviso, può diventare luogo di comunione e di speranza, contribuendo a rafforzare legami e a costruire una comunità più solidale.

Il Servizio sanitario nazionale come risposta al bisogno

A raccogliere questo richiamo è anche il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, Filippo Anelli. Nel suo commento, Anelli sottolinea come “il racconto del Buon Samaritano parli direttamente ai medici e a tutti gli operatori sanitari, chiamati ogni giorno a prendersi cura di chi soffre, quasi portando su di sé il dolore del malato”. Secondo Anelli, è proprio questa la mission del Servizio sanitario nazionale: la presa in carico, il non rifiutare mai una prestazione, il riconoscere nel bisogno un imperativo morale prima ancora che organizzativo. Nell’incontro tra medico e paziente, spiega, la sofferenza diventa una richiesta che esige sempre una risposta.

Le fragilità del sistema e la sfida della solidarietà

Il presidente Fnomceo non nasconde le difficoltà che il sistema sta attraversando. “L’inappropriatezza organizzativa, sempre più diffusa, rende spesso lenta e faticosa la risposta ai bisogni di salute, mettendo in difficoltà gli operatori sanitari proprio nel momento in cui la domanda di cura diventa urgente”, dice. Da qui l’auspicio che il Servizio sanitario nazionale possa continuare a essere uno strumento capace di prendersi cura delle persone, trovando soluzioni anche di fronte alle criticità. Un obiettivo che, per Anelli, passa necessariamente attraverso uno spirito di solidarietà condivisa, in grado di sostenere un sistema che ha reso l’Italia una realtà unica e invidiata nel mondo, fondata sul principio che il diritto alla salute spetta a ogni persona in quanto tale.

Una giornata per una sanità più umana

Istituita nel 1992 da Giovanni Paolo II in ricordo della Madonna di Lourdes, patrona degli ammalati, la Giornata Mondiale del Malato nasce per pregare e sostenere chi è afflitto dalla malattia, ringraziare chi si prende cura e richiamare l’attenzione su una sanità più umana. Il messaggio di Papa Leone XIV e le parole di Filippo Anelli convergono in un punto essenziale: la cura non può ridursi a un atto tecnico. È incontro, relazione, responsabilità. È scegliere di non passare oltre, ma di fermarsi accanto a chi soffre, portando con sé il dolore dell’altro e trasformandolo in un impegno condiviso. In fondo, è questa la compassione del Samaritano che continua a interrogare la sanità di oggi.

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