Il 92% dei si sente sicuro della tecnologia e il 76% si è sentito accompagnato dall’équipe, ma per quasi uno su due la difficoltà principale riguarda la dimensione emotiva legata alla malattia
La radioterapia oncologica è oggi percepita dai pazienti come una terapia affidabile, sostenuta da tecnologie avanzate e da un rapporto di cura che, nella maggior parte dei casi, viene vissuto come vicino e competente. È quanto racconta l’indagine AstraRicerche–AIRO, diffusa in vista della Giornata mondiale contro il cancro del 4 febbraio e presentata durante l’ultimo Congresso nazionale dell’Associazione Italiana di Radioterapia e Oncologia Clinica. Un quadro che restituisce fiducia nella medicina e nella sua capacità di accompagnare, ma che allo stesso tempo richiama l’attenzione su un bisogno spesso meno visibile: quello del sostegno emotivo lungo il percorso oncologico. “I dati ci dicono che la radioterapia è sempre più riconosciuta come una cura affidabile – sottolinea Stefano Pergolizzi, presidente AIRO – ma ci ricordano anche che l’esperienza del paziente non si misura solo in termini di efficacia clinica. La complessità del percorso riguarda spesso la dimensione emotiva, che va seguita con la stessa attenzione riservata alla tecnologia”.
Fiducia nella tecnologia e relazione con l’équipe
Uno degli aspetti più solidi che emerge dall’indagine è la sicurezza percepita. Il 92% dei pazienti dichiara di sentirsi molto o abbastanza sicuro rispetto alla tecnologia utilizzata durante il trattamento radioterapico. Accanto a questo dato, anche la relazione con l’équipe sanitaria appare centrale: il 76% degli intervistati riferisce di essersi sentito ben supportato nel corso delle sedute. Un ruolo importante lo gioca anche la comunicazione iniziale. Per il 66% dei pazienti, le informazioni ricevute prima di iniziare il percorso sono risultate chiare e complete, contribuendo a costruire un clima di fiducia. “Questa fiducia è il risultato di anni di investimenti in innovazione e competenze – evidenzia Liliana Belgioia, del Consiglio direttivo AIRO – ma soprattutto di una relazione di cura basata su chiarezza, presenza e responsabilità condivisa”.
Il follow-up come parte integrante del percorso
L’indagine si sofferma anche su ciò che accade dopo la fine del trattamento. A sei mesi dalla conclusione della radioterapia, il 71% dei pazienti non riferisce effetti. Le visite di controllo vengono considerate utili o molto utili da oltre il 90% degli intervistati, segno che il follow-up non è vissuto come un passaggio formale, ma come una fase importante di orientamento e rassicurazione. “La radioterapia non si esaurisce con l’ultima seduta – aggiunge Belgioia – ma prosegue nel monitoraggio, nell’ascolto e nella capacità di dare risposte tempestive ai bisogni che emergono dopo il trattamento”.
Quando la difficoltà principale è emotiva
Accanto ai dati positivi, l’indagine mette in evidenza un punto decisivo: per quasi un paziente su due (48%) la principale difficoltà non riguarda la tecnologia, ma la preoccupazione legata alla malattia. Seguono altri aspetti pratici e fisici, come i sintomi infiammatori (51%) e la necessità di recarsi frequentemente in ospedale (47%). In questi ambiti, la gestione viene valutata efficace e tempestiva dal 44% e comunque adeguata dal 49%. “Il dato sull’impatto emotivo ci chiede di integrare sempre di più informazione, sostegno psicologico e accompagnamento nella pratica clinica quotidiana – conclude Pergolizzi – perché curare oggi significa prendersi carico della persona nella sua interezza, non solo della malattia”.
Una giornata per ricordare cosa significa curare
Nella Giornata mondiale contro il cancro, i risultati dell’indagine AstraRicerche–AIRO riportano al centro un messaggio essenziale: la qualità della cura nasce dall’equilibrio tra innovazione tecnologica, sicurezza clinica e attenzione all’esperienza vissuta dal paziente. Il tema scelto per il World Cancer Day 2026, “United by Unique”, richiama proprio questo: ogni persona è unica, con la propria storia e le proprie fragilità, e ogni percorso oncologico richiede un approccio che guardi non solo alla malattia, ma anche alla qualità di vita e al bisogno di essere accompagnati.
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