La PA perde terreno sul divieto di monetizzare le ferie non godute: la giurisprudenza UE e Cassazione rafforzano i diritti dei dipendenti pubblici, con boom di sentenze favorevoli.
Per oltre un decennio è stato l’argomento d’acciaio utilizzato dalla PA per respingere qualsiasi richiesta di rimborso dei dipendenti: l’articolo 5, comma 8, del decreto legge 95 del 2012. Una norma nata nel pieno della stagione della spending review con un obiettivo chiaro: vietare categoricamente la monetizzazione delle ferie non godute nel pubblico impiego per blindare i bilanci dello Stato, minacciando persino sanzioni disciplinari per i dirigenti firmatari.
Oggi, quel muro difensivo costruito in nome del risparmio pubblico sta crollando. A dimostrarlo sono la giurisprudenza europea e i numeri macroscopici del contenzioso nazionale, che vedono la Pubblica Amministrazione soccombere ormai quasi sistematicamente di fronte ai propri lavoratori.
Il “falso stop” dei moduli prestampati
La scena si ripete identica in tutta Italia negli uffici del personale di ministeri, scuole, caserme e aziende sanitarie: un medico, un infermiere, un insegnante o un qualsiasi dipendente pubblico cessa il servizio per pensionamento, dimissioni o mobilità, e chiede il conto delle ferie accumulate e mai utilizzate per garantire la continuità dei servizi. La risposta dell’ente arriva su un modulo prestampato, standardizzato: “Richiesta respinta per i divieti della spending review”.
Davanti a questo diniego formale, molti professionisti si arrendono. Si tratta però di un “falso stop”. Quello che le amministrazioni omettono di considerare è che la proibizione assoluta della legge italiana contrasta direttamente con la Direttiva Europea 2003/88/CE, che garantisce il riposo come diritto fondamentale. Come stabilito dalla Corte di Giustizia UE (da ultimo nella causa C-218/2022), se il lavoratore ha saltato le ferie per mandare avanti uffici e reparti in affanno, il diritto alla compensazione economica è tutelato direttamente da Bruxelles e supera i tagli nazionali.
L’onere della prova e il valore della prima analisi
A far crollare la difesa della spending review c’è anche il totale ribaltamento dell’onere della prova sancito dalla Cassazione. Le amministrazioni rigettano le domande sostenendo che il dipendente non ha un diniego formale firmato dal proprio responsabile. Ma la giurisprudenza ha chiarito che spetta invece al datore di lavoro dimostrare di aver invitato formalmente il dipendente a fare le ferie e di averlo messo nelle condizioni organizzative reali per poterlo fare.
Proprio per superare la giungla di turni, ore arretrate e moduli di rigetto delle amministrazioni, assume un ruolo cruciale la fase di prima analisi. Nel lavoro quotidiano di Consulcesi & Partner, network legale specializzato in diritto del lavoro emerge come la stragrande maggioranza dei dipendenti della PA non sia pienamente consapevole dell’entità del proprio credito. La ricognizione iniziale dello storico dei turni e delle carenze di organico della struttura è il passaggio fondamentale per mappare il diritto all’indennizzo e capire se il “no” dello Stato sia legittimo o, come accade quasi sempre, sia solo un bluff burocratico.
I numeri del boom: oltre 1.600 sentenze favorevoli nel 2026
I dati raccolti dal team legale di Consulcesi & Partners (C&P) dimostrano che andare a fondo conviene. Nel solo 2026 si contano già oltre 1.600 sentenze a favore dei lavoratori pubblici, con una percentuale di accoglimento che sfora il 98%. Le liquidazioni complessive già effettuate da amministrazioni e ospedali hanno raggiunto i 10 milioni di euro. Gli importi più elevati si continuano a registrare nel comparto sanitario, dove i rimborsi per singolo ricorso superano spesso i 50-60mila euro. Senza considerare che la stragrande maggioranza dei contenziosi, proprio per effetto del nuovo orientamento della giurisprudenza, si risolve attraverso le transazioni con liquidazioni sempre più rapide.
“La spending review ha creato un vero e proprio debito invisibile sulla pelle dei dipendenti pubblici”, spiega Bruno Borin, responsabile del team legale di Consulcesi & Partners. “Le giornate di riposo sacrificate per carenza strutturale di organico non possono essere cancellate con un modulo prestampato. Le iniziative del nostro team hanno già portato a oltre 800mila euro di indennizzi ai nostri clienti, di cui 156mila euro recuperati solo in questa prima metà del 2026. Il nostro servizio di prima analisi serve esattamente a questo: dare ai lavoratori una mappa chiara e scientifica del proprio diritto, prima di avviare qualsiasi azione”.
L’invito di C&P a chi si appresta a cambiare amministrazione o ad andare in pensione è di non accettare i tagli della spending review come una sentenza definitiva. Una ricognizione approfondita della propria posizione è il primo, decisivo passo per trasformare un rifiuto aziendale in un diritto pienamente esigibile.
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