One Health 9 Settembre 2026 12:07

Ebola, Oms: “In Congo servono altri 5mila operatori: i centri sono sotto pressione”

L’Oms lancia l’allarme sulla carenza di personale in Congo, dove l’epidemia di Ebola da virus Bundibugyo continua a espandersi. Quasi 1.400 posti letto sono disponibili in 59 centri, ma ne servono altri 1.600

di Redazione
Ebola, Oms: “In Congo servono altri 5mila operatori: i centri sono sotto pressione”

Sono necessari altri 5mila operatori sanitari per far fronte all’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo. È il nuovo allarme lanciato dall’Organizzazione mondiale della sanità mentre la risposta all’emergenza deve fare i conti con una diffusione geografica sempre più ampia, infrastrutture sanitarie fragili e una forte pressione sui centri di trattamento. L’epidemia, causata dal virus Bundibugyo, è stata dichiarata a maggio e ha raggiunto sei province dell’est e del nord-est del Paese, aree segnate da conflitti e da una persistente difficoltà di accesso ai servizi sanitari. Il virus si trasmette attraverso il contatto con fluidi corporei e può provocare forme gravi di malattia, con emorragie e insufficienza d’organo.

I numeri delle carenze

La dimensione della carenza di personale è legata direttamente all’espansione della capacità assistenziale. L’Oms punta ad arrivare a circa 3mila posti letto nei centri di trattamento Ebola. Considerando un fabbisogno di circa tre operatori sanitari per paziente, questo significa arrivare a circa 9mila professionisti impegnati nell’assistenza. “Nei primi due mesi di risposta all’emergenza sono stati costruiti oltre 900 posti letto e ora ne abbiamo quasi 1.400 distribuiti in 59 centri di trattamento”, spiega Luca Fontana, alto funzionario tecnico dell’Oms, durante una conferenza stampa a Ginevra. Ma lo sforzo non è ancora sufficiente. “Stimiamo che saranno necessari altri 1.600 posti letto per far fronte al rapido aumento delle esigenze, aggiunge Fontana. Attualmente nei centri lavorano quasi 4mila operatori sanitari: da qui la stima di altri 5mila professionisti da reclutare e formare. Il ministero della Salute di Kinshasa è impegnato in una vera e propria corsa contro il tempo per individuare personale qualificato nelle altre regioni del Paese e trasferirlo nelle aree colpite.

La capacità assistenziale è cresciuta, ma la pressione aumenta

I numeri raccontano comunque un rafforzamento significativo della risposta. Il 19 maggio 2026, pochi giorni dopo la dichiarazione dell’epidemia, era operativo un solo centro di trattamento con appena nove posti letto. Al 1° settembre, nella sola provincia di Ituri erano presenti 25 strutture dedicate all’assistenza, tra cui 15 centri di trattamento Ebola e 10 centri di transito, distribuiti in 19 zone sanitarie, per una capacità complessiva di 974 posti letto. Nelle province colpite le strutture erano complessivamente 59, con 1.346 posti letto, mentre oltre 4mila professionisti sanitari erano stati dispiegati per rafforzare le équipe. Ma la pressione non è uniforme. In Ituri il tasso medio di occupazione dei posti letto è intorno al 62%, ma in alcuni centri, soprattutto a Bunia, raggiunge il 90-100%. Una situazione che rende necessario continuare ad aumentare la capacità assistenziale, garantendo contemporaneamente personale qualificato, farmaci, dispositivi e apparecchiature per la rianimazione.

Nei prossimi tre mesi servono altri 6.200 operatori

L’esigenza di personale non riguarda soltanto l’immediato. Secondo l’Oms, nei prossimi tre mesi saranno necessari oltre 6.200 operatori sanitari aggiuntivi, insieme a migliaia di apparecchiature per la rianimazione e a 2.071 ulteriori posti letto operativi. “La nostra priorità è garantire che ogni paziente riceva cure di qualità, anche quando il numero dei casi aumenta”, spiega Marta Lado, responsabile dell’area di gestione clinica dell’Oms. L’obiettivo è aumentare i posti letto per i casi sospetti e confermati, così da poter rispondere a ogni segnalazione, assicurando al tempo stesso che le complicanze legate all’Ebola siano gestite secondo i più elevati standard assistenziali. La risposta, quindi, non consiste soltanto nell’aprire nuovi centri. Significa continuamente riorganizzare gli spazi, rifornire le strutture di farmaci e dispositivi, aumentare il personale e adattare i protocolli alla progressione dell’epidemia.

Da Bunia ai villaggi più lontani: il virus cambia geografia

È proprio la geografia del contagio a rendere più complessa la risposta. Nelle prime fasi dell’epidemia, la maggior parte dei pazienti arrivava a Bunia, capoluogo dell’Ituri. Ora, spiega Fontana, i malati provengono anche da villaggi “molto distanti” dall’epicentro. Per l’Oms si tratta di un segnale evidente che l’epidemia sta continuando a diffondersi e che anche la risposta deve cambiare. Il quadro epidemiologico più recente conferma infatti una situazione non omogenea. Nel confronto tra il periodo 17 agosto-6 settembre e i 20 giorni precedenti, i casi registrati sono diminuiti del 5,3% e i decessi del 9,9%. In Ituri, epicentro dell’epidemia, casi e decessi sono diminuiti del 18,3%. Ma la tendenza è opposta in altre aree: in Nord-Kivu i casi sono aumentati del 47,4% e i decessi del 12,9%, mentre nell’Haut-Uélé i casi sono cresciuti del 14% e i decessi del 2,4%. L’ultimo aggiornamento dell’Oms Africa indica inoltre che la trasmissione è ancora attiva in cinque province, per un totale di 52 zone sanitarie, mentre sono 61 le zone sanitarie colpite complessivamente dall’inizio dell’epidemia.

Anche gli operatori sanitari sono vittime del contagio

In prima linea ci sono proprio gli operatori chiamati a contenere l’epidemia. Secondo i dati riportati dall’ultimo situation report dell’Oms Africa citato dall’agenzia, nel focolaio in corso sono stati registrati 167 casi e 47 decessi tra gli operatori sanitari. La carenza di personale, dunque, si intreccia con il rischio professionale di chi lavora nei centri e nelle strutture sanitarie. L’impatto dell’epidemia è ulteriormente aggravato dalle condizioni del territorio: in molte aree la presenza dello Stato è debole, le infrastrutture sanitarie sono insufficienti e la popolazione si muove attraverso zone interessate da conflitti e dalla presenza di gruppi armati.

Il medico che si è ammalato di Ebola

A raccontare concretamente cosa significhi arrivare tardi alle cure è la storia di Patrick Oparpio, ginecologo di Bunia. Quando ha iniziato ad avere sintomi compatibili con Ebola, il medico ha pensato inizialmente a una malaria o a una febbre tifoide e ha cercato di curarsi a casa. Poi sono comparsi diarrea, vomito e una significativa perdita di peso. Solo a quel punto si è recato in un centro di trattamento Ebola, dove il test ha confermato l’infezione. “Ero molto debole quando sono arrivato al centro di trattamento”, racconta Oparpio. Le équipe lo hanno preso immediatamente in carico, garantendogli assistenza medica e sostegno psicologico. Il medico è stato dimesso dopo 20 giorni, completamente guarito. Ma la sua esperienza mostra quanto possa essere decisivo il momento in cui il paziente entra nel percorso di cura. Secondo l’Oms, i pazienti con diagnosi confermata che arrivano abbastanza presto possono generalmente essere dimessi dopo circa 10 giorni; quando il trattamento viene iniziato nelle primissime fasi dell’infezione, la degenza può ridursi a 5-7 giorni. “Sono stato molto fortunato a uscirne vivo perché ho impiegato un po’ di tempo prima di arrivare al centro di trattamento – racconta Oparpio -. Chiunque abbia dei sintomi dovrebbe recarsi subito al centro. Prima inizia il trattamento, maggiori sono le possibilità di guarigione”, aggiunge.

L’obiettivo: arrivare prima del virus

La capacità di risposta è cresciuta rapidamente rispetto all’inizio dell’epidemia, ma la velocità con cui il virus raggiunge nuove aree impone un ulteriore salto di qualità. In questo momento non esistono un vaccino o un trattamento specifico approvati contro il virus Bundibugyo. Diversi candidati vaccinali e terapeutici sono in fase di sperimentazione. Per questo, nell’attuale emergenza, la disponibilità di posti letto, personale qualificato, attrezzature e cure tempestive rappresenta una delle armi principali per ridurre la mortalità e interrompere la trasmissione. “Ogni centro di trattamento pienamente operativo e con personale al completo significa più vite salvate e maggiori possibilità di tenere sotto controllo questa epidemia”, sottolinea Fontana. Il rischio di un’ulteriore diffusione resta molto alto nella Repubblica Democratica del Congo e alto nei Paesi confinanti via terra. È invece valutato basso nel resto dell’Africa e a livello globale.

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