Gli esperti sono ancora alla ricerca del paziente zero e valutano possibili strategie vaccinali, ma un vaccino specifico non è ancora disponibile
“La situazione è profondamente preoccupante”. Non usa mezzi termini Anne Ancia, rappresentante dell’Organizzazione mondiale della sanità nella Repubblica Democratica del Congo, nel descrivere l’evoluzione del focolaio di Ebola causato dal virus Bundibugyo che sta interessando il Paese africano. A preoccupare gli esperti non sono soltanto i numeri dell’epidemia, ma soprattutto le molte incognite che ancora la circondano: quanti siano realmente i contagiati, quanto il virus si sia già diffuso sul territorio e dove abbia avuto origine la catena di trasmissione. Secondo l’esperta dell’OMS, il focolaio si sta sviluppando in un contesto particolarmente fragile, caratterizzato da insicurezza, movimenti di popolazione e difficoltà logistiche che rendono più complesso il lavoro di sorveglianza sanitaria e di contenimento dell’infezione.
Oltre 500 casi sospetti e contagio arrivato anche in Uganda
L’ultimo bilancio riferito dall’OMS parla di oltre 500 casi sospetti e circa 130 decessi sospetti segnalati dalle autorità sanitarie congolesi. I casi confermati sono attualmente 30, distribuiti in dieci zone sanitarie della provincia dell’Ituri. Il virus ha raggiunto anche il Nord Kivu, con infezioni confermate nelle città di Butembo e Goma, mentre l’Uganda ha già notificato due casi importati, uno dei quali mortale. Numeri che potrebbero rappresentare soltanto una parte del fenomeno, dal momento che le attività di tracciamento e identificazione dei contatti sono ancora in corso e molte segnalazioni restano in fase di verifica.
La caccia al paziente zero
Tra le priorità degli epidemiologi c’è la ricostruzione dell’origine dell’epidemia. “Non credo che al momento abbiamo identificato il paziente zero”, ha spiegato Ancia. Gli investigatori sanitari sono riusciti a ricostruire alcuni dei primi passaggi della trasmissione, che sembrano ruotare attorno alla morte di una persona avvenuta il 5 maggio a Bunia e alle successive pratiche funerarie. Resta però da chiarire se il virus stesse già circolando nella popolazione prima di quell’episodio e in quale area sia avvenuto il contagio iniziale. L’identificazione dei primi casi è stata resa più difficile dal fatto che i test eseguiti inizialmente avevano escluso il ceppo Zaire del virus Ebola. Inoltre, i sintomi iniziali – febbre, diarrea, vomito e affaticamento – sono comuni a numerose altre malattie infettive presenti nella regione. Solo gli approfondimenti di laboratorio effettuati successivamente a Kinshasa hanno consentito di confermare la presenza del virus Bundibugyo.
Nessun vaccino approvato contro il virus Bundibugyo
Uno degli aspetti più critici dell’emergenza riguarda la mancanza di strumenti preventivi specifici. A differenza di quanto avviene per altre varianti del virus Ebola, per il ceppo Bundibugyo non esistono oggi vaccini o terapie autorizzate. Per questo motivo l’OMS ha riunito il proprio gruppo consultivo tecnico per valutare quali candidati vaccinali possano essere impiegati durante l’epidemia. Tra le opzioni al vaglio vi è anche Ervebo, sviluppato contro il virus Ebola Zaire. Tuttavia, secondo quanto riferito dagli esperti, potrebbero essere necessari almeno due mesi prima che eventuali dosi siano disponibili sul campo. Un’attesa che rischia di essere incompatibile con i tempi di diffusione del focolaio. “Non credo che in due mesi avremo già concluso questa epidemia”, ha osservato Ancia.
Il ruolo decisivo delle comunità locali
Per contenere il contagio non bastano ospedali, laboratori e dispositivi di protezione. L’esperienza maturata nelle precedenti epidemie ha dimostrato che il coinvolgimento delle comunità locali rappresenta uno degli strumenti più efficaci. Per questo le squadre dell’OMS stanno collaborando con scuole, chiese, leader comunitari e organizzazioni del territorio per promuovere comportamenti sicuri, contrastare la disinformazione e favorire l’adesione alle misure di prevenzione. “Solo quando la comunità comprende i rischi e collabora con le attività di risposta è possibile controllare epidemie come questa”, ha sottolineato l’esperta. Nel frattempo l’OMS ha inviato sul territorio personale specializzato e dodici tonnellate di materiali sanitari, compresi dispositivi di protezione individuale destinati agli operatori in prima linea, mentre prosegue il lavoro con le organizzazioni umanitarie per ampliare la capacità di assistenza nelle aree maggiormente colpite.
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