Per la Croce Rossa il picco dei contagi non sarebbe stato ancora raggiunto e l'emergenza potrebbe protrarsi per molti mesi. A complicare la risposta sanitaria sono la carenza di risorse, le difficoltà diagnostiche, i conflitti in corso e la crescente sfiducia delle comunità locali
A poco più di un mese dalla dichiarazione ufficiale dell’epidemia, il timore degli operatori sul campo è che la situazione possa peggiorare prima di migliorare. A lanciare l’allarme è la Federazione internazionale delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, secondo cui il focolaio di Ebola in corso nella Repubblica Democratica del Congo potrebbe continuare ancora per un anno. “Il picco non è alle nostre spalle, ma probabilmente davanti a noi”, ha dichiarato Bruno Michon, responsabile delle operazioni dell’organizzazione, durante un incontro con la stampa a Ginevra. Un’affermazione che riflette la preoccupazione crescente per un’epidemia che continua a espandersi nelle province orientali del Paese e che ha già fatto registrare casi anche nella vicina Uganda.
La più grande epidemia da virus Bundibugyo
La Repubblica Democratica del Congo ha dichiarato l’epidemia il 15 maggio scorso. Si tratta della diciassettesima epidemia di Ebola registrata nel Paese e della più grande mai osservata per quanto riguarda il virus Bundibugyo, una variante più rara dell’ebolavirus per la quale non esistono attualmente vaccini o trattamenti specificamente approvati. L’Organizzazione mondiale della sanità ha proclamato l’emergenza sanitaria internazionale due giorni dopo la notifica ufficiale, sottolineando fin da subito il rischio di una diffusione oltre i confini nazionali.
La risposta umanitaria procede in ritardo
Secondo diverse organizzazioni impegnate sul territorio, la risposta all’emergenza non sta procedendo con la rapidità necessaria. Oxfam denuncia un ritardo significativo nelle attività di contenimento proprio mentre il numero dei casi continua a crescere. I dati raccolti dall’Istituto nazionale di sanità pubblica congolese mostrano una trasmissione ancora attiva all’interno delle comunità. Settimana dopo settimana vengono registrati nuovi casi confermati e gli esperti temono che, senza un rafforzamento delle misure di sanità pubblica, il virus possa raggiungere nuove aree del Paese.
Diagnosi difficili e numeri probabilmente sottostimati
Uno dei principali problemi riguarda la capacità di individuare tempestivamente i casi. Sia Oxfam sia Medici Senza Frontiere ritengono che il numero reale delle persone contagiate possa essere superiore a quello ufficialmente registrato. La disponibilità limitata di laboratori e strumenti diagnostici rende infatti difficile ricostruire con precisione l’estensione dell’epidemia. Sebbene l’Organizzazione mondiale della sanità segnali la presenza di centri diagnostici operativi, alcune zone rimangono sostanzialmente escluse dalla sorveglianza sanitaria. Questi “punti ciechi” rischiano di favorire la circolazione del virus senza che le catene di trasmissione vengano individuate e interrotte in tempo.
Conflitti e carenza di risorse ostacolano il contenimento
L’epidemia si sviluppa in un contesto già estremamente fragile. Le province colpite sono infatti interessate da tensioni e conflitti che provocano continui spostamenti di popolazione, facilitando la diffusione del virus. A questo si aggiungono problemi strutturali che rendono più complessa la risposta sanitaria. In molte aree manca l’accesso all’acqua potabile, condizione essenziale per garantire procedure sicure di igiene e smaltimento dei materiali infetti. Inoltre, numerosi operatori sanitari continuano a lavorare senza adeguate dotazioni di protezione individuale. Secondo Oxfam, il ridimensionamento dei finanziamenti internazionali destinati alla sorveglianza epidemiologica avrebbe ulteriormente indebolito la capacità di tracciare i contatti e monitorare l’evoluzione dell’epidemia.
La sfida della disinformazione
Accanto agli aspetti sanitari emerge un’altra criticità: la sfiducia delle comunità locali. Le organizzazioni presenti sul territorio segnalano che la disinformazione e la negazione della malattia stanno ostacolando il lavoro degli operatori. In diversi casi le famiglie rifiutano di collaborare alle attività di tracciamento dei contatti o forniscono informazioni incomplete, rendendo più difficile identificare i possibili contagi. Anche gli operatori sanitari incontrano resistenze durante le visite domiciliari. L’Organizzazione mondiale della sanità sottolinea che la fiducia della popolazione rappresenta uno degli elementi decisivi per interrompere la trasmissione del virus. Lo stesso concetto viene ribadito dalla Croce Rossa, secondo cui il successo delle strategie di contenimento dipende non soltanto dalle cure e dalla sorveglianza epidemiologica, ma anche dal coinvolgimento attivo delle comunità.
Operatori sanitari sotto pressione
Il clima di tensione che accompagna l’emergenza ha avuto conseguenze anche per il personale impegnato sul campo. Negli ultimi giorni alcuni volontari della Croce Rossa sono stati vittime di insulti, minacce e aggressioni mentre svolgevano attività di sensibilizzazione e assistenza. Un segnale che evidenzia quanto il lavoro di contenimento dell’epidemia richieda non solo risorse sanitarie e logistiche, ma anche un costante impegno per costruire un rapporto di fiducia con le popolazioni coinvolte. Una sfida che, secondo gli esperti, sarà decisiva nei prossimi mesi per evitare che il focolaio continui a espandersi.