Due figure centrali dell’impegno sociale italiano ci hanno lasciato a pochi giorni di distanza. Ileana Argentin e Maria Rita Parsi hanno dato voce, attraverso politica, psicologia e associazionismo, a chi spesso resta invisibile
A distanza di pochi giorni, l’Italia saluta due figure che, pur muovendosi in ambiti diversi, hanno lasciato un’impronta comune e profonda: Ileana Argentin e Maria Rita Parsi. Due donne che hanno trasformato la propria competenza, la propria esperienza e la propria visione in un impegno costante per chi rischia di restare ai margini: le persone con disabilità, i bambini, gli adolescenti, le famiglie più fragili. La loro eredità condivisa è fatta di una parola semplice e insieme rivoluzionaria: attenzione. Attenzione verso la vulnerabilità, verso i diritti non ancora pienamente riconosciuti, verso quel bisogno di ascolto e inclusione che spesso la società dimentica. E soprattutto, un’attenzione tradotta in azione concreta, dentro le istituzioni e nel mondo associativo.
Ileana Argentin, la politica come voce di chi non veniva ascoltato
Ileana Argentin è stata molto più di una parlamentare. È stata, per anni, un punto di riferimento per il movimento delle persone con disabilità, una donna capace di portare dentro la politica non un tema, ma una realtà quotidiana fatta di ostacoli, diritti negati, dignità da difendere. La sua storia personale, segnata dalla malattia neuromuscolare, non è mai diventata un limite, ma un motore. Argentin ha scelto di trasformare la propria esperienza in una battaglia collettiva, impegnandosi fin da subito nel mondo associativo, in particolare nelle organizzazioni che si occupano di disabilità e inclusione. Prima ancora delle aule parlamentari, ci sono stati anni di lavoro accanto alle famiglie, nelle associazioni, nei luoghi dove la fragilità non è un concetto astratto ma una condizione concreta. Poi la politica, prima a livello locale e poi nazionale, con un impegno che ha avuto un filo conduttore chiaro: fare in modo che le persone con disabilità non fossero invisibili. Tra i risultati più significativi del suo percorso, il contributo alle norme pensate per garantire un futuro e una protezione a chi vive una condizione di disabilità grave, anche quando viene meno il sostegno dei genitori. Argentin lascia il ricordo di una donna che ha saputo unire la determinazione dell’attivismo alla responsabilità delle istituzioni, senza mai perdere il contatto con la vita reale delle persone.
Maria Rita Parsi, la psicologia al servizio dell’infanzia e della comunità
Maria Rita Parsi è stata una delle voci più note e autorevoli della psicologia italiana, ma soprattutto una professionista che ha dedicato l’intera esistenza a un’idea precisa: i bambini e gli adolescenti devono essere protetti, ascoltati, riconosciuti. Psicoterapeuta, scrittrice, divulgatrice, Parsi ha saputo portare fuori dagli studi clinici il tema della salute psicologica, rendendolo parte di un discorso pubblico. Ma il suo contributo più forte è stato forse quello associativo: la capacità di costruire spazi, reti, strumenti di tutela. Con la fondazione di realtà dedicate ai diritti dell’infanzia, Parsi ha dato vita a un impegno strutturato contro l’abuso, la violenza, la trascuratezza educativa. Ha promosso una cultura della prevenzione e della cura che metteva al centro la relazione, l’ascolto, la responsabilità degli adulti. Attraverso libri, interventi, formazione, ha raccontato per decenni le fragilità dell’età evolutiva, anticipando temi che oggi sono diventati centrali: il disagio adolescenziale, la solitudine emotiva, l’urgenza di una comunità educante. Maria Rita Parsi lascia un’eredità fatta di parole, ma soprattutto di strutture, iniziative, percorsi che continuano a vivere oltre di lei.
Un ricordo che diventa impegno
Ileana Argentin e Maria Rita Parsi appartenevano a mondi diversi, eppure parlavano la stessa lingua: quella dei diritti, della protezione, dell’inclusione. Entrambe hanno dimostrato che la fragilità non è una periferia dell’esistenza, ma un luogo centrale da cui misurare la civiltà di un Paese. Ci lasciano un’eredità comune: l’idea che prendersi cura non sia solo un gesto individuale, ma una responsabilità collettiva, da costruire con le leggi, con la cultura, con le associazioni, con la presenza quotidiana accanto a chi ha più bisogno
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