Uno studio pubblicato su Scientific Reports ha analizzato 194 video dedicati al dolore oncologico: l'80,4% dei contenuti è prodotto da professionisti sanitari, ma la qualità complessiva è solo moderata e l'affidabilità limitata
Quando si parla di salute sui social, un contenuto molto visto non è necessariamente un contenuto affidabile. E nemmeno la presenza di un professionista sanitario dietro la telecamera sembra essere, da sola, una garanzia sufficiente di qualità. È il quadro che emerge da uno studio pubblicato su Scientific Reports che ha analizzato la qualità e l’affidabilità delle informazioni sul dolore oncologico diffuse attraverso le piattaforme cinesi di video brevi. I ricercatori hanno esaminato 194 video, selezionati a partire dalle ricerche “dolore oncologico” e “gestione del dolore oncologico”. I risultati restituiscono un paradosso particolarmente interessante per la comunicazione sanitaria digitale: i contenuti raggiungono il pubblico, ma l’engagement non sembra avere un rapporto diretto con la qualità dell’informazione.
Il primo dato che colpisce riguarda gli autori. 156 dei 194 video analizzati, pari all‘80,4%, sono stati pubblicati da professionisti sanitari. Seguono i divulgatori scientifici, con il 10,4%, mentre ospedali e organizzazioni di sanità pubblica e persone con tumore e loro familiari rappresentano entrambi il 4,6%. Nonostante la netta prevalenza di contenuti prodotti da professionisti, i punteggi ottenuti dai video raccontano una realtà meno rassicurante. La valutazione è stata effettuata attraverso tre strumenti: JAMA, che considera alcuni elementi di trasparenza dell’informazione, mDISCERN, orientato soprattutto all’affidabilità, e Global Quality Score (GQS), che valuta la qualità complessiva. Il punteggio mediano è risultato pari a 3 per JAMA, 2 per mDISCERN e 3 per GQS. Secondo gli autori, il quadro indica una qualità complessivamente moderata, accompagnata però da una affidabilità limitata e da una profondità informativa spesso insufficiente.
Il dato è particolarmente interessante perché mette in discussione l’idea che la semplice presenza di un professionista sanitario possa risolvere il problema dell’affidabilità dell’informazione online. Gli autori sottolineano infatti che la competenza clinica non si traduce automaticamente in una comunicazione efficace sui social media. Comunicare la salute attraverso un video breve richiede competenze ulteriori: bisogna riuscire a tradurre concetti specialistici in un linguaggio comprensibile, selezionare le informazioni essenziali e adattarle ai tempi e alle caratteristiche del mezzo digitale. A questo si aggiungono la necessità di essere sintetici, il tempo limitato a disposizione e il frequente ricorso a pochi riferimenti bibliografici. Tutti elementi che possono modificare il modo in cui una conoscenza scientifica viene trasformata in un contenuto destinato al grande pubblico.
Tra i 194 video analizzati, il tema più frequente è il trattamento del dolore oncologico, presente nel 58,8% dei contenuti. Seguono l’autogestione e il supporto psicologico, affrontati nel 39,7% dei video, la prognosi, la qualità della vita e le cure di fine vita (31,4%), la valutazione del dolore (27,3%) e, infine, la definizione, i meccanismi e i tipi di dolore oncologico (26,3%). Una distribuzione che, secondo i ricercatori, suggerisce una maggiore attenzione verso le informazioni considerate immediatamente utili: trattamenti, strategie per affrontare il dolore e supporto nella vita quotidiana. Non mancano, però, contenuti dedicati agli aspetti psicologici, alla qualità della vita e alla fase di fine vita, elementi che rappresentano una componente importante della gestione complessiva del dolore oncologico. Gli autori sottolineano comunque che i contenuti sull’autogestione e sul supporto dovrebbero integrare e non sostituire la valutazione professionale e la gestione clinica individualizzata.
L’analisi dei contenuti terapeutici mostra una grande varietà di approcci. Gli oppioidi forti sono citati nel 24,7% dei video, quelli deboli nel 19,1%, mentre gli antinfiammatori non steroidei compaiono nel 13,9%. Le terapie interventistiche sono presenti nel 17,5% dei contenuti, la fisioterapia nel 9,3% e la psicoterapia nel 7,2%. Significativa anche la presenza della medicina tradizionale cinese: il 12,9% dei video cita decotti di medicina tradizionale cinese, il 5,1% medicinali cinesi brevettati e il 5,7% l’agopuntura. Sono inoltre presenti, in percentuali inferiori, massaggio, moxibustione e applicazioni sui punti di agopuntura. Secondo gli autori, la compresenza di farmacoterapia basata sugli oppioidi, procedure interventistiche e medicina tradizionale cinese riflette il contesto assistenziale cinese, nel quale approcci differenti vengono utilizzati anche in maniera integrata. Proprio per la diffusione di queste pratiche, gli autori considerano particolarmente importante garantire l’accuratezza delle informazioni relative alla medicina tradizionale cinese presenti sulle piattaforme di video brevi.
I ricercatori hanno cercato proprio di verificare se i video di maggiore qualità fossero anche quelli capaci di ottenere più attenzione- La risposta è no. Non è stata osservata una correlazione significativa tra il punteggio JAMA e il numero di:
Anche il punteggio mDISCERN non mostrava una relazione significativa con le principali metriche di engagement. Il GQS presentava una lieve correlazione positiva con le interazioni, ma si trattava comunque di associazioni deboli, con valori di correlazione compresi approssimativamente tra 0,15 e 0,19. In sostanza, un video può diventare virale senza essere necessariamente il migliore dal punto di vista informativo. E, viceversa, un contenuto affidabile può rimanere relativamente poco visto. Gli autori ricordano che l’engagement può dipendere da numerosi fattori: stile di presentazione, caratteristiche di chi parla, impostazione emotiva, durata, momento della pubblicazione, esposizione garantita dall’algoritmo e interessi del pubblico.
Se la qualità non sembra spiegare direttamente la popolarità, le diverse forme di interazione tra loro mostrano invece relazioni molto forti. La correlazione tra like e commenti è pari a 0,87. Ancora più elevata quella tra salvataggi e condivisioni: 0,99. Per i ricercatori questo suggerisce che chi considera un contenuto sufficientemente utile da salvarlo per una consultazione successiva è anche fortemente propenso a condividerlo con la propria rete sociale.
Il lavoro non dice che i social siano una fonte necessariamente inaffidabile. Al contrario, gli autori riconoscono il potenziale dei contenuti digitali nel completare la comunicazione clinica, rendendo più facilmente accessibili informazioni che possono aiutare le persone con tumore e i caregiver a comprendere meglio la gestione del dolore e a partecipare in modo più consapevole alle discussioni con i professionisti sanitari. Il problema è però capire come trasformare l’expertise in una comunicazione realmente utile. Non basta quindi esserci. Non basta avere un titolo professionale. E non basta neppure ottenere migliaia di visualizzazioni. Per una comunicazione sanitaria efficace servono informazioni accurate, riferimenti alle evidenze, linguaggio comprensibile e capacità di adattare il contenuto al pubblico. È questa, probabilmente, la sfida più importante che emerge dallo studio: portare la qualità scientifica dentro i meccanismi della comunicazione digitale senza sacrificare né l’accuratezza né la comprensibilità.
Nelle conclusioni, gli autori ribadiscono che i video sul dolore oncologico analizzati hanno mostrato una qualità complessiva moderata e un’affidabilità limitata, nonostante la netta prevalenza di contenuti prodotti da professionisti sanitari.Le metriche di engagement erano associate solo debolmente ai punteggi di qualità. Di conseguenza, un basso engagement non significa necessariamente che un video sia di scarsa qualità, così come un elevato engagement non indica necessariamente una qualità superiore. Il risultato assume un peso particolare quando si parla di dolore oncologico, un ambito nel quale le informazioni trovate online possono incidere sulle aspettative delle persone, sulla comprensione delle opzioni terapeutiche e sul dialogo con i professionisti sanitari. Per questo, secondo i ricercatori, è necessario un lavoro congiunto tra professionisti sanitari, istituzioni, società scientifiche e piattaforme digitali per aumentare trasparenza, affidabilità e qualità dei contenuti. Perché nel mare di video che ogni giorno scorrono sugli schermi, il contenuto più visto non è necessariamente quello che merita più fiducia.
Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato