Una ricerca pubblicata su Nature Medicine ha analizzato i dati sul dolore in 118 Paesi e territori, rilevando differenze tra donne e uomini e disuguaglianze legate al livello di sviluppo dei Paesi.
Il dolore non si manifesta soltanto con intensità diverse da una persona all’altra: anche il sesso e il contesto socioeconomico sembrano associarsi alla sua diffusione nella popolazione. Un’analisi pubblicata il 5 ottobre 2026 su Nature Medicine, condotta su 6,1 milioni di persone, dai bambini agli ultracentenari, ha esaminato la prevalenza del dolore in 118 Paesi e territori, considerando 11 diverse aree corporee. Il risultato principale è che le donne riferiscono dolore più frequentemente degli uomini in tutte le aree analizzate, con differenze particolarmente evidenti per il volto, la testa e l’addome. Lo studio ha inoltre evidenziato un aumento più rapido della prevalenza del dolore prima dei 55 anni e un carico maggiore nei Paesi con un indice di sviluppo umano più basso, soprattutto nelle fasce d’età avanzate. I risultati, consultabili nell’articolo scientifico pubblicato su Nature Medicine, offrono una prospettiva globale sulle differenze nella distribuzione del dolore e sulle possibili implicazioni per la sua valutazione e gestione clinica.
Il dato più rilevante dell’analisi riguarda la maggiore prevalenza del dolore riferito dalle donne rispetto agli uomini in tutte le 11 aree corporee considerate. Le differenze risultano particolarmente marcate per il dolore facciale, il mal di testa e quello addominale. Non si tratta, quindi, di una disparità circoscritta a una singola manifestazione, ma di un andamento osservato in diverse regioni del corpo.
La prevalenza indica la proporzione di persone che riferiscono una determinata condizione all’interno di una popolazione. È un parametro utile per descrivere quanto il dolore sia diffuso, ma non equivale a una misura diretta della sua intensità, della durata degli episodi o delle conseguenze sulla qualità della vita. Allo stesso modo, una maggiore frequenza del dolore riferito non dimostra, da sola, che le donne percepiscano necessariamente ogni forma di dolore in maniera più intensa. Le differenze osservate richiamano l’attenzione sulla complessità del fenomeno. Il dolore è un’esperienza soggettiva, influenzata da componenti biologiche, psicologiche e sociali. Per comprenderne la distribuzione nella popolazione è quindi necessario considerare più fattori, senza ricondurre le differenze tra donne e uomini a una sola causa.
L’analisi ha evidenziato anche un andamento legato all’età. Nel complesso, la prevalenza del dolore cresceva più rapidamente prima dei 55 anni, mentre il profilo variava a seconda della parte del corpo interessata. Questo elemento suggerisce che il dolore non segua un’unica traiettoria nel corso della vita: le diverse manifestazioni possono avere distribuzioni differenti nelle varie fasce d’età. Il dato è rilevante anche per la lettura dei bisogni assistenziali. La presenza del dolore in età adulta può incidere sulle attività quotidiane, sul lavoro, sul sonno e sulle relazioni, mentre nelle persone più anziane può sommarsi ad altre condizioni che rendono più complessa la gestione della salute. Per interpretare correttamente questi fenomeni, tuttavia, occorre distinguere tra la frequenza con cui il dolore viene riferito e il suo impatto concreto sulla vita delle persone.
Un altro risultato riguarda il contesto socioeconomico. Nei Paesi con un indice di sviluppo umano più basso, il carico di dolore risultava maggiore, soprattutto nelle età avanzate. L’indice di sviluppo umano considera dimensioni come salute, istruzione e reddito e permette di descrivere, almeno in parte, le differenze nelle condizioni di vita tra le popolazioni. Questo risultato apre una questione che va oltre la dimensione clinica. La diffusione del dolore può intrecciarsi con la disponibilità di servizi sanitari, la possibilità di ottenere una diagnosi, l’accesso ai trattamenti e la continuità dell’assistenza. Le disuguaglianze economiche e sociali possono contribuire a rendere più difficile il riconoscimento e la gestione del problema, soprattutto per chi vive in contesti con risorse sanitarie limitate.
L’associazione osservata non dimostra, però, che il livello di sviluppo sia la causa diretta della maggiore prevalenza del dolore. Per chiarire i meccanismi coinvolti servono ulteriori analisi, capaci di distinguere il contributo delle condizioni cliniche, dei fattori sociali e delle differenze nell’accesso alle cure.
Nel loro insieme, i risultati restituiscono un quadro articolato di un problema che riguarda milioni di persone e che non si distribuisce uniformemente nella popolazione. Le differenze tra i sessi, l’andamento nelle diverse età e il maggiore carico rilevato nei Paesi meno sviluppati indicano la necessità di valutare il dolore tenendo conto delle caratteristiche delle persone e del contesto in cui vivono.
Per la pratica clinica, questo significa prestare attenzione a come il dolore viene riferito e misurato, evitando che differenze sistematiche nella sua distribuzione siano trascurate. Significa anche considerare le possibili barriere che ostacolano l’accesso alla diagnosi e al trattamento. L’analisi non stabilisce da sola quali interventi siano più efficaci, ma offre una base per individuare le popolazioni che potrebbero avere maggiori bisogni assistenziali. Il punto centrale è che il dolore non può essere considerato soltanto un sintomo individuale: la sua diffusione riflette anche differenze demografiche e sociali che meritano di essere approfondite. Comprenderle meglio è un passaggio importante per orientare la ricerca e rendere la gestione del dolore più attenta alle esigenze delle persone.
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