Nutri e Previeni 15 Settembre 2026 14:47

Digiuno intermittente, a parità di calorie non fa perdere più peso

Una finestra alimentare di 10 ore non ha prodotto un dimagrimento superiore rispetto a un’alimentazione distribuita nell’arco di 16 ore. Dopo 12 settimane la perdita di peso è stata del 2,7% contro il 2,5%

di Isabella Faggiano
Digiuno intermittente, a parità di calorie non fa perdere più peso

Il digiuno intermittente è da tempo al centro dell’attenzione come possibile strategia per favorire la perdita di peso e migliorare la salute cardiometabolica. Ma quanto conta davvero restringere l’orario in cui si mangia, quando le calorie introdotte restano le stesse? A questa domanda offre una risposta una nuova analisi dello studio TRIM (Time-Restricted Intake of Meals), condotta da ricercatori della Johns Hopkins Medicine e pubblicata sulla rivista Obesity. Il lavoro ha confrontato, nell’arco di 12 settimane, una finestra alimentare di 10 ore con un normale schema di 16 ore in adulti con obesità e prediabete oppure diabete di tipo 2 controllato con la dieta.

Dieci ore contro sedici: il peso scende in modo simile

Sono stati analizzati 39 partecipanti, 19 assegnati al gruppo con finestra alimentare di 10 ore e 20 a quello con schema alimentare di 16 ore. Il risultato principale è netto: dopo 12 settimane, la perdita di peso è stata simile nei due gruppi, pari al 2,7% con il digiuno intermittente di 10 ore e al 2,5% con lo schema alimentare di 16 ore. La differenza non è risultata statisticamente significativa. Il dato è particolarmente interessante perché lo studio è stato costruito proprio per separare il possibile effetto dell’orario dei pasti da quello della quantità di calorie assunte.

Calorie e dieta uguali: a cambiare era soprattutto l’orario

I partecipanti hanno ricevuto la stessa alimentazione, basata sulla dieta DASH e modificata con una minore quota di carboidrati e una maggiore presenza di grassi insaturi. Anche l’apporto calorico era personalizzato e mantenuto costante per tutta la durata dello studio. In questo modo, i ricercatori hanno potuto confrontare le due strategie senza che una maggiore o minore assunzione energetica spiegasse da sola eventuali differenze nel peso. Nel gruppo del digiuno intermittente, tutti i pasti dovevano essere consumati in una finestra di 10 ore, dalle 8 alle 18. Nel gruppo di controllo la finestra era invece di 16 ore, dalle 8 fino a mezzanotte. I pasti venivano preparati dalla Johns Hopkins ProHealth Clinical Research Unit di Baltimora e forniti ai partecipanti. L’aderenza al protocollo è stata elevata in entrambi i gruppi: il rispetto completo degli orari assegnati è stato registrato nell’88% dei giorni-partecipante nel gruppo TRE e nell’85% nel gruppo di controllo. Questo aspetto è centrale. Una delle ipotesi alla base del digiuno intermittente è infatti che limitare il tempo disponibile per mangiare possa portare spontaneamente ad assumere meno calorie. In questo studio, invece, le calorie erano controllate, e proprio per questo è stato possibile verificare se il semplice restringimento della finestra alimentare avesse un effetto aggiuntivo sul peso.

Migliora il rapporto con il cibo, ma non più del normale schema alimentare

La perdita di peso è stata accompagnata, in entrambi i gruppi, da cambiamenti favorevoli nel comportamento alimentare. Dopo 12 settimane è aumentata la restrizione alimentare, mentre sono diminuiti i punteggi relativi a disinibizione e fame. Nel gruppo con finestra di 10 ore la restrizione alimentare è aumentata di 2,5 punti, mentre la disinibizione è diminuita di 2,6 punti. Nel gruppo con schema di 16 ore, la restrizione è aumentata di 1,5 punti e la disinibizione è diminuita di 2 punti. Anche in questo caso, però, il confronto diretto tra i due gruppi non ha evidenziato differenze statisticamente significative. Per gli autori, i miglioramenti osservati possono riflettere una maggiore capacità di autoregolazione e una minore preoccupazione per il cibo. Ma il beneficio non appare specificamente legato alla finestra di 10 ore.

Grelina e leptina: nessun vantaggio specifico

Per capire se il digiuno intermittente modificasse i meccanismi biologici che regolano la fame, i ricercatori hanno misurato diversi ormoni dell’appetito. La grelina, spesso definita “l’ormone della fame” perché contribuisce a stimolare l’appetito e segnala all’organismo il bisogno di introdurre cibo, non ha mostrato variazioni significative, né a digiuno né dopo il test orale di tolleranza al glucosio. La leptina, un ormone prodotto soprattutto dal tessuto adiposo che partecipa alla regolazione della sazietà e dell’equilibrio energetico, è invece diminuita in modo significativo in entrambi i gruppi, un cambiamento che potrebbe essere legato alla perdita di peso. Anche l’adiponectina, una proteina prodotta dal tessuto adiposo coinvolta nella regolazione del metabolismo e della sensibilità all’insulina, si è ridotta nella popolazione complessiva e nel gruppo di controllo, ma non nel gruppo sottoposto alla finestra alimentare di 10 ore. Nessuna di queste variazioni, tuttavia, ha evidenziato una differenza significativa tra i due gruppi. In altre parole, restringere la finestra alimentare a 10 ore non sembra aver modificato gli ormoni dell’appetito più di quanto sia avvenuto con un’alimentazione distribuita su 16 ore.

Nessun cambiamento nei marcatori dell’infiammazione

I ricercatori hanno inoltre analizzato alcuni marcatori associati all’infiammazione e al metabolismo. Proteina C reattiva, cortisolo e sRAGE non hanno mostrato cambiamenti significativi né nel gruppo con digiuno intermittente né in quello di controllo. Gli autori ricordano che alcuni studi precedenti hanno prodotto risultati differenti sull’effetto della TRE sull’infiammazione. Nel loro lavoro, tuttavia, la perdita di peso è stata modesta e potrebbe non essere stata sufficiente a determinare variazioni della proteina C reattiva. Una revisione citata nello studio suggerisce infatti che una riduzione della PCR possa richiedere una perdita di peso superiore al 6%, maggiore quindi rispetto a quella osservata nel trial. È stata inoltre avanzata l’ipotesi che eventuali benefici immunologici possano richiedere una durata del digiuno superiore alle 14 ore di digiuno implicate dalla finestra alimentare di 10 ore utilizzata nel protocollo.

Un campione piccolo e molto selezionato

I risultati devono essere letti tenendo conto delle caratteristiche dello studio. Il campione era composto da 39 persone, con un’età media di 60 anni. Il 92% era costituito da donne e il 92% da persone nere; il BMI medio era di 35,2 kg/m².  Si tratta inoltre di un’analisi post hoc con un numero limitato di partecipanti. Gli stessi autori sottolineano che questa dimensione campionaria riduce la potenza statistica e rende difficile identificare differenze di piccola entità tra le due strategie. Per questo, un risultato non statisticamente significativo non può essere interpretato come prova definitiva che i due approcci siano equivalenti. Sono necessari studi più ampi e progettati prospetticamente per verificare se esistano differenze clinicamente rilevanti.  Anche la composizione del campione limita la possibilità di generalizzare i risultati alla popolazione nel suo complesso.

Non significa che il digiuno intermittente “non funzioni”

Il risultato va quindi interpretato con cautela. Lo studio non dimostra che il digiuno intermittente sia inefficace, ma mette in discussione l’idea che, a parità di calorie, restringere semplicemente la finestra alimentare a 10 ore garantisca una perdita di peso superiore. Entrambi i gruppi hanno perso una quota modesta ma simile di peso e hanno mostrato alcuni miglioramenti nel comportamento alimentare. Quello che non emerge è un vantaggio specifico della finestra di 10 ore rispetto a quella di 16 ore per quanto riguarda peso, fame, ormoni dell’appetito o marcatori infiammatori. La ricerca suggerisce quindi che, almeno in questa popolazione e nelle condizioni controllate dello studio, potrebbe essere soprattutto la qualità e la quantità complessiva dell’alimentazione, più che il solo numero di ore disponibili per mangiare, a determinare il risultato sul peso.

La prossima frontiera: mantenere il peso perso

I ricercatori indicano infine una direzione particolarmente interessante per gli studi futuri: capire se il digiuno intermittente possa essere utile non tanto per ottenere il primo calo di peso, quanto per mantenerlo nel tempo. Tra gli interventi che saranno presi in considerazione ci sono anche i trattamenti farmacologici per l’obesità, compresi gli agonisti del recettore GLP-1. L’obiettivo sarà verificare se una finestra alimentare limitata possa contribuire a consolidare una perdita di peso ottenuta con altri interventi, oppure rappresentare un complemento a queste strategie.

Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato