L’analisi, condotta su oltre 108mila adulti seguiti per più di dieci anni nella coorte NutriNet-Santé, mostra un’associazione significativa sia per i conservanti non antiossidanti sia per quelli antiossidanti
Un consumo elevato di conservanti alimentari, largamente presenti nei cibi e nelle bevande industriali, è associato a un aumento del rischio di diabete di tipo 2. A suggerirlo è un ampio studio francese pubblicato sulla rivista “Nature Communications“, che analizza per la prima volta in modo sistematico il legame tra l’esposizione a questi additivi e l’incidenza della malattia metabolica nella popolazione generale. La ricerca è stata condotta da un gruppo di scienziati di Inserm, Inrae, Université Sorbonne-Paris-Nord, Université Paris Cité e Cnam, nell’ambito del Nutritional Epidemiology Research Team (Cress-Eren), utilizzando i dati della coorte NutriNet-Santé. L’analisi ha coinvolto 108.723 adulti seguiti tra il 2009 e il 2023, periodo durante il quale sono stati registrati 1.131 nuovi casi di diabete di tipo 2.
Conservanti sempre più diffusi nella dieta quotidiana
I conservanti fanno parte della grande famiglia degli additivi alimentari e sono ampiamente utilizzati dall’industria alimentare per prolungare la shelf life dei prodotti. Secondo il database Open Food Facts World, nel 2024 oltre 700mila dei circa 3,5 milioni di alimenti e bevande censiti a livello globale contenevano almeno una sostanza con funzione conservante. Nel lavoro dei ricercatori francesi, questi additivi sono stati classificati in due categorie principali: i conservanti non antiossidanti, che inibiscono la crescita microbica o rallentano i processi di deterioramento chimico degli alimenti, e gli additivi antiossidanti, che ritardano l’ossidazione riducendo l’esposizione all’ossigeno. Sulle etichette, queste sostanze corrispondono generalmente ai codici europei compresi tra E200 ed E299 e tra E300 ed E399.
Lo studio NutriNet-Santé e la valutazione dell’esposizione
I partecipanti alla coorte NutriNet-Santé hanno fornito nel tempo informazioni dettagliate sul loro stato di salute, sullo stile di vita e sulle abitudini alimentari. In particolare, il consumo di cibi e bevande è stato valutato attraverso registri alimentari ripetuti sulle 24 ore, che includevano anche le marche dei prodotti industriali consumati. Questi dati sono stati incrociati con diverse banche dati sulla composizione degli alimenti e con misurazioni di laboratorio sugli additivi presenti nei prodotti, consentendo una stima accurata dell’esposizione individuale ai conservanti. Le analisi statistiche hanno tenuto conto di numerosi fattori potenzialmente confondenti, come età, sesso, livello socioeconomico, fumo, consumo di alcol, attività fisica e qualità nutrizionale complessiva della dieta.
Aumento del rischio di diabete con consumi più elevati
I risultati mostrano che un’assunzione più elevata di conservanti alimentari è associata a un incremento significativo dell’incidenza del diabete di tipo 2. Rispetto ai livelli più bassi di consumo, l’aumento del rischio è risultato pari al 47% per il consumo totale di conservanti, al 49% per i conservanti non antiossidanti e al 40% per gli additivi antiossidanti. Oltre all’esposizione complessiva, i ricercatori hanno analizzato singolarmente 17 conservanti consumati da almeno il 10% dei partecipanti. Di questi, 12 sono risultati associati a un aumento del rischio di diabete. Tra i conservanti non antiossidanti figurano sostanze ampiamente utilizzate come sorbato di potassio, metabisolfito di potassio, nitrito di sodio, acido acetico, acetati di sodio e propionato di calcio. Tra gli additivi antiossidanti emergono invece ascorbato di sodio, alfa-tocoferolo, eritorbato di sodio, acido citrico, acido fosforico ed estratti di rosmarino.
Dai modelli sperimentali all’evidenza epidemiologica
Studi sperimentali precedenti avevano già suggerito che alcuni conservanti potessero interferire con il metabolismo, favorire processi infiammatori e ossidativi e danneggiare le cellule, ma mancavano finora dati epidemiologici solidi in grado di collegare l’esposizione nella vita reale all’insorgenza del diabete di tipo 2. Secondo Mathilde Touvier, direttrice della ricerca Inserm e coordinatrice dello studio, si tratta del primo lavoro a livello mondiale ad aver analizzato in modo così approfondito l’associazione tra conservanti alimentari e incidenza del diabete di tipo 2. Pur sottolineando la necessità di ulteriori conferme, la ricercatrice evidenzia come i risultati siano coerenti con le evidenze sperimentali disponibili.
Implicazioni per la salute pubblica e raccomandazioni
Trattandosi di uno studio osservazionale, i risultati non consentono di stabilire un rapporto di causalità diretto. Tuttavia, l’ampia diffusione dei conservanti nella dieta occidentale rende queste evidenze particolarmente rilevanti dal punto di vista della sanità pubblica. Secondo Anaïs Hasenböhler dell’Eren, prima autrice dello studio, i dati contribuiscono al dibattito sulla necessità di una rivalutazione delle normative che regolano l’uso degli additivi alimentari da parte dell’industria, con l’obiettivo di rafforzare la tutela dei consumatori. Nel frattempo, il messaggio per la popolazione resta in linea con le indicazioni dei programmi nazionali di nutrizione e salute: privilegiare alimenti freschi e minimamente trasformati e limitare il più possibile il consumo di prodotti industriali ricchi di additivi non essenziali.
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