Una revisione di 163 studi su oltre 15mila adulti analizza 137 interventi tra integratori e prodotti di origine vegetale. Omega-3, vitamina D e iperico mostrano segnali favorevoli, ma gli autori invitano alla cautela
Sempre più persone guardano a integratori, vitamine e prodotti di origine vegetale come possibile alternativa o complemento agli antidepressivi. Ma quanto sono davvero efficaci contro la depressione? E soprattutto, quanto sono solide le prove scientifiche che ne sostengono l’utilizzo? A queste domande prova a rispondere una nuova revisione sistematica con network meta-analisi pubblicata su Molecular Psychiatry, che ha passato in rassegna 163 studi clinici randomizzati, per un totale di 15.757 adulti, prendendo in esame 137 diversi interventi tra nutraceutici e fitofarmaceutici. Il risultato è tutt’altro che un via libera generalizzato ai prodotti “naturali”. Alcune sostanze mostrano risultati interessanti, ma gli stessi ricercatori sottolineano che la qualità complessiva delle prove è bassa o molto bassa e che i risultati più eclatanti devono essere interpretati con prudenza.
Omega-3, vitamina D e iperico i risultati più interessanti
Tra le sostanze che hanno mostrato i segnali più favorevoli nei confronti del placebo ci sono soprattutto EPA, una componente degli acidi grassi omega-3, vitamina D3 e alcuni estratti di iperico, noto anche come erba di San Giovanni. Per l’EPA sono stati considerati 20 studi, per un totale di 8.483 partecipanti. Per la vitamina D3 gli studi erano tre, con 344 partecipanti, mentre per l’estratto di iperico ZE117 erano tre, con 207 partecipanti. EPA e DHA, un altro acido grasso omega-3, sono inoltre tra le sostanze per le quali gli autori dispongono di un numero maggiore di studi. In particolare, i risultati sull’EPA derivano da 20 studi e quelli sul DHA da 16, mentre per altri composti le evidenze si basano su meno di cinque studi e quindi hanno un carattere più esplorativo. Anche l’iperico ha mostrato risultati favorevoli in alcuni degli outcome analizzati, sia per la risposta al trattamento sia per la remissione dei sintomi. Ma anche in questo caso gli autori invitano a non trasformare il dato in una certezza clinica: gli effetti osservati sono infatti insolitamente grandi rispetto a quelli che generalmente emergono negli studi di elevata qualità sugli antidepressivi.
Il problema è la qualità degli studi
È questo il punto centrale della ricerca. Dei 163 studi inclusi nella revisione, 95 avevano un basso rischio di bias (distorsione o errore sistematico) 45 presentavano alcune criticità e 23 erano considerati ad alto rischio di bias. La maggior parte degli studi, inoltre, aveva una durata relativamente breve: la durata mediana era di otto settimane. Quando i ricercatori hanno ristretto le analisi agli studi con caratteristiche metodologiche migliori, molti dei risultati inizialmente molto positivi non sono più rimasti altrettanto solidi. La revisione evidenzia infatti una tendenza importante: gli effetti più grandi tendevano a comparire negli studi di qualità più bassa. In altre parole, più debole era la qualità dello studio, più grande tendeva a essere l’effetto apparente del trattamento. È un elemento che cambia profondamente la lettura dei risultati. Non basta quindi dire che una determinata sostanza ha ottenuto un risultato migliore del placebo: bisogna chiedersi in quanti studi è stata valutata, quanto erano affidabili quegli studi e se il risultato è stato replicato.
Saffron, curcuma e ansia: segnali interessanti ma preliminari
La ricerca ha analizzato anche l’effetto sui sintomi ansiosi che possono accompagnare la depressione. Negli studi considerati a basso rischio di bias, zafferano, curcumina e Shugan granules hanno mostrato risultati migliori rispetto al placebo sulla componente ansiosa. Anche qui, però, gli autori invitano alla prudenza. Per zafferano e Shugan granules, ad esempio, i risultati relativi all’ansia si basavano sostanzialmente su singoli studi randomizzati. Inoltre, gli studi provenivano dall’Iran e mostravano effetti mediamente molto più elevati rispetto a quelli osservati in altri contesti, un elemento che potrebbe essere legato anche a differenze culturali nella modalità di riferire i sintomi o a fattori ambientali e alimentari.
Meglio come aggiunta alla terapia?
Un altro dato interessante emerge quando si confrontano i nutraceutici utilizzati da soli con quelli aggiunti a un antidepressivo già in corso. Nel complesso, i risultati sembravano più favorevoli quando nutraceutici e fitofarmaceutici venivano utilizzati come trattamento aggiuntivo agli antidepressivi, mentre l’effetto appariva molto più contenuto quando venivano utilizzati da soli. Gli stessi autori, tuttavia, sottolineano che in questo caso gli antidepressivi di base possono rappresentare un fattore di confondimento nella valutazione del risultato. Il dato, quindi, non significa che un integratore sia di per sé efficace perché assunto insieme a un antidepressivo. Significa piuttosto che i risultati degli studi non consentono di separare con certezza l’effetto del nutraceutico da quello della terapia antidepressiva già in corso.
“Naturale” non significa automaticamente sicuro
C’è poi un altro aspetto spesso trascurato quando si parla di prodotti naturali: la sicurezza. Nella network meta-analisi non sono emerse differenze statisticamente significative nella tollerabilità rispetto al placebo per le classi di nutraceutici e fitofarmaceutici analizzate. Ma questo non significa che sia possibile considerare automaticamente questi prodotti privi di rischi. Gli autori sottolineano infatti che molti studi non hanno raccolto in maniera adeguata gli eventi avversi e che non è stato possibile valutare sistematicamente alcuni aspetti importanti della sicurezza a lungo termine, compreso il rischio suicidario. Per questo chiedono che i futuri studi riportino in maniera standardizzata sia gli effetti benefici sia gli eventi avversi. La stessa revisione ricorda inoltre che l’equazione “naturale uguale sicuro” non è scientificamente corretta e che la qualità e la regolamentazione di questi prodotti possono variare.
Il messaggio dei ricercatori: servono studi migliori
Alla fine, il messaggio dello studio è più prudente di quanto potrebbe suggerire l’elenco delle sostanze risultate positive. EPA, vitamina D3 e alcuni estratti di iperico sono tra gli interventi che mostrano i segnali più interessanti, mentre zafferano e curcumina emergono soprattutto per alcuni sintomi ansiosi. Ma la revisione non autorizza a considerarli equivalenti agli antidepressivi né a utilizzarli autonomamente per trattare una depressione. La network meta-analisi ha infatti rilevato una forte variabilità tra gli studi e una certezza delle evidenze giudicata bassa per la maggior parte dei confronti. Gli autori arrivano così a una conclusione netta: una volta eliminate le evidenze di qualità insufficiente, rimangono soltanto pochi nutraceutici e fitofarmaceutici con un potenziale effetto sui sintomi depressivi. Servono quindi studi clinici più rigorosi e di maggiore durata prima di poter definire con maggiore certezza il loro ruolo nella cura della depressione. Per il paziente, dunque, il messaggio non è “gli integratori funzionano” e neppure “gli integratori non servono”. È un messaggio più complesso: alcune sostanze meritano di essere studiate seriamente, ma al momento le prove non sono sufficienti per trasformare risultati promettenti in raccomandazioni terapeutiche generalizzate.
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