Salute 14 Luglio 2026 12:13

Demenza, i fattori di rischio cambiano da Paese a Paese: “La prevenzione non può essere uguale per tutti”

Basso livello di istruzione, obesità, diabete, ipertensione, depressione e isolamento sociale non hanno lo stesso peso in tutto il mondo. Lo dimostra uno studio pubblicato su The Lancet Healthy Longevity,

di Isabella Faggiano
Demenza, i fattori di rischio cambiano da Paese a Paese: “La prevenzione non può essere uguale per tutti”

Gran parte delle conoscenze sui fattori di rischio modificabili della demenza deriva da studi condotti nei Paesi ad alto reddito, come Stati Uniti ed Europa occidentale. Ma quelle stesse evidenze possono essere applicate anche alle nazioni a basso e medio reddito? È da questa domanda che è partito uno dei più ampi studi internazionali mai realizzati sull’argomento, pubblicato su The Lancet Healthy Longevity. Analizzando i dati di 214.251 persone con almeno 50 anni, provenienti da 14 Paesi e aree geografiche, i ricercatori hanno scoperto che la prevalenza dei principali fattori di rischio modificabili per la demenza cambia in modo sostanziale da una popolazione all’altra. Se in alcuni Paesi pesano soprattutto obesità, diabete e ipertensione, in altri continuano a rappresentare un problema prioritario il basso livello di istruzione, la perdita della vista e dell’udito o la depressione. Eppure, al di là delle differenze, emerge un elemento comune: i fattori di rischio tendono a presentarsi insieme, formando schemi ricorrenti che potrebbero orientare nuove strategie di prevenzione.

Fino al 45% dei casi potrebbe essere prevenuto

L’interesse per i fattori di rischio modificabili è cresciuto negli ultimi anni grazie alle evidenze raccolte dalla Lancet Commission, secondo cui fino al 45% dei casi di demenza potrebbe essere attribuito a 14 fattori modificabili distribuiti lungo tutto l’arco della vita. Tra questi figurano basso livello di istruzione, perdita dell’udito, ipertensione, diabete, obesità, depressione, inattività fisica, fumo, isolamento sociale e deficit della vista.Comprendere qu anto questi fattori siano diffusi e come si distribuiscano nelle diverse popolazioni è fondamentale per pianificare interventi realmente efficaci. Finora, però, la maggior parte delle evidenze proveniva da Paesi economicamente più sviluppati.

Oltre 214mila persone in 14 Paesi

Per colmare questa lacuna, i ricercatori della University of Southern California (USC), insieme a colleghi della Brown University e della Johns Hopkins University, hanno utilizzato dati armonizzati provenienti da 11 grandi studi longitudinali sull’invecchiamento, comprendenti popolazioni di Stati Uniti, Irlanda, Inghilterra, Irlanda del Nord, quattro macroaree europee, Corea del Sud, Cina, India, Malesia, Brasile e Messico. Sono stati analizzati 12 fattori di rischio modificabili per la demenza, valutandone la prevalenza, le differenze per età, sesso e livello di istruzione, ma anche la frequenza con cui più fattori si presentano contemporaneamente nella stessa persona.

L’istruzione divide il mondo

Tra tutti i fattori analizzati, quello che mostra le differenze più marcate è il basso livello di istruzione. La sua prevalenza raggiunge l’85,6% in Cina, l’84% in Messico e supera il 76% in India e Brasile, mentre scende al 12% negli Stati Uniti e al 20% in Inghilterra.Il quadro si ribalta osserva ndo l’obesità. Negli Stati Uniti interessa quasi una persona su due (44,9%), mentre in India riguarda appena il 13,3% della popolazione studiata. Secondo gli autori, queste differenze riflettono il diverso sviluppo economico dei Paesi, gli stili di vita, l’alimentazione e l’accesso ai servizi sanitari.

Diabete, ipertensione e depressione: il peso cambia da un Paese all’altro

Anche gli altri fattori di rischio mostrano profonde differenze. L’ipertensione interessa oltre la metà degli adulti negli Stati Uniti e in alcune aree dell’Europa orientale, mentre il diabete è particolarmente diffuso in Messico, Malesia e Stati Uniti. La perdita della vista è molto più frequente in India, Brasile e Messico, mentre la depressione raggiunge le prevalenze più elevate nell’Europa orientale e in Cina. L’isolamento sociale, definito nello studio come il vivere da soli, interessa soprattutto i Paesi del Nord Europa, mentre è molto meno frequente nelle realtà asiatiche, dove è ancora diffusa la convivenza tra più generazioni. Secondo i ricercatori, queste differenze dimostrano come la prevenzione non possa essere costruita seguendo un modello identico per tutti i Paesi.

I fattori di rischio non arrivano mai da soli

Se la distribuzione dei singoli fattori cambia da una popolazione all’altra, c’è però un dato che accomuna tutte le realtà analizzate.Oltre la metà delle persone presenta contemporaneamente almeno due fattori di rischio modificabili, mentre una quota consistente convive con tre o più condizioni predisponenti. L’analisi statistica ha permesso di identificare tre principali gruppi di fattori che tendono a presentarsi insieme. Il primo comprende i fattori cardiometabolici, come obesità, diabete, ipertensione e colesterolo elevato. Il secondo riguarda i comportamenti a rischio, in particolare fumo e consumo eccessivo di alcol. Il terzo riunisce i fattori sociali e sensoriali, come basso livello di istruzione, depressione, perdita dell’udito, deficit della vista e isolamento sociale. Ed è proprio questa somiglianza tra popolazioni molto diverse ad aver sorpreso maggiormente i ricercatori. “Mi hanno sorpreso meno le differenze tra i Paesi e molto di più le somiglianze, soprattutto nel modo in cui i fattori di rischio tendono a raggrupparsi”, spiega Emma Nichols, prima autrice dello studio e ricercatrice del Center for Economic and Social Research della University of Southern California. “Questo ha implicazioni concrete per la progettazione delle strategie di prevenzione, perché alcuni schemi sono molto più costanti di quanto ci aspettassimo”.

Dalla ricerca alle politiche sanitarie

Secondo gli autori, questi risultati possono avere ricadute immediate sull’organizzazione dei programmi di prevenzione. Piuttosto che affrontare un singolo fattore di rischio alla volta, gli interventi potrebbero essere progettati per agire contemporaneamente su gruppi di condizioni strettamente correlate. Ad esempio, un programma dedicato alle persone con diabete potrebbe essere ampliato includendo anche il controllo dell’ipertensione e del colesterolo, affrontando l’intero profilo di rischio cardiometabolico invece di trattare ogni problema separatamente. Allo stesso tempo, nei Paesi dove il basso livello di istruzione rappresenta ancora uno dei principali determinanti della salute cognitiva, potrebbero risultare più efficaci politiche che investano anche su istruzione, inclusione sociale e accesso ai servizi.

Un rischio che si può modificare

Per Emma Nichols il messaggio più importante riguarda però le possibilità di prevenzione: “Il rischio di sviluppare demenza non è predeterminato. Questi fattori di rischio si accumulano nel corso della vita ed è possibile intervenire per modificarli, pur riconoscendo che anche il contesto sociale ed economico contribuisce a determinarli”. Lo studio offre quindi un’indicazione chiara: la prevenzione della demenza dovrà essere sempre più personalizzata, tenendo conto delle caratteristiche epidemiologiche, sociali ed economiche delle singole popolazioni. Ma dovrà anche essere integrata, perché i fattori di rischio raramente agiscono da soli. I ricercatori guardano già al futuro. Il progetto sarà esteso ad altri Paesi, tra cui Kenya ed Egitto, e potrà includere nuovi fattori di rischio emergenti, come la qualità del sonno. L’obiettivo è costruire una mappa sempre più completa dei determinanti modificabili della demenza, per aiutare i sistemi sanitari a sviluppare strategie di prevenzione sempre più efficaci e mirate.

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