Le malattie cardiovascolari non colpiscono solo il corpo, ma mettono alla prova anche relazioni ed equilibri emotivi. Una revisione pubblicata sul Canadian Journal of Cardiology suggerisce che coinvolgere il partner nei percorsi di cura e prevenzione può migliorare i comportamenti salutari e sostenere il recupero
Non è di certo un caso che il luogo in cui ognuno di noi custodisce l’amore sia identificato con il cuore. Se le malattie cardiovascolari mettono in pericolo la salute di questo organo vitale, infatti, è proprio la relazione con il partner, dunque l’amore, a migliorare gli esiti delle cure. “Il recupero non è solo fisico, ma anche emotivo e sociale”, assicurano gli autori di una revisione pubblicata sul Canadian Journal of Cardiology. Gli scienziati sono convinti che coinvolgere il partner nei percorsi di cura e prevenzione possa migliorare i comportamenti salutari e sostenere il recupero. Una consapevolezza che apre la strada alle terapie di coppia per la salute cardiovascolare, un approccio che invita a spostare lo sguardo dal singolo paziente alla coppia, intesa come unità di cura.
Le malattie cardiovascolari in numeri
Le malattie cardiovascolari restano la prima causa di morte nel mondo. In Canada, ricordano i ricercatori, “un adulto su 12 sopra i 20 anni ha una diagnosi di cardiopatia”, pari a circa 2,6 milioni di persone. Nell’Unione europea le patologie cardiovascolari sono responsabili di un terzo di tutti i decessi e del 20% delle morti sotto i 65 anni. Numeri che raccontano una vera emergenza sanitaria, ma che non restituiscono appieno l’impatto della malattia sulla vita quotidiana, sulle relazioni e sulla salute mentale. Nel tempo la ricerca ha mostrato che eventi cardiaci e percorsi di cura non riguardano solo chi riceve la diagnosi. “Abbiamo imparato che gli eventi cardiaci non colpiscono solo il paziente, ma anche la coppia”, sottolinea Heather E. Tulloch dello University of Ottawa Heart Institute. A volte la malattia avvicina, altre volte diventa una prova che mette in difficoltà entrambi i partner.
Relazioni sociali e salute del cuore
La letteratura scientifica è sempre più chiara su un punto: le relazioni sociali contano per la salute del cuore. La qualità del supporto ricevuto – in particolare all’interno della coppia – influisce sugli esiti cardiovascolari, sul recupero dopo un evento cardiaco e sull’adozione di stili di vita salutari. Non è solo una questione di essere in coppia, ma di come si vive quella relazione. Relazioni caratterizzate da supporto, vicinanza e collaborazione sono associate a una migliore aderenza alle terapie, a un’alimentazione più equilibrata e a una maggiore attività fisica. Al contrario, conflitti e tensioni croniche possono tradursi in un aumento dello stress, dell’infiammazione e, nel lungo periodo, del rischio cardiovascolare.
Cosa dice la revisione sugli interventi di coppia
Lo studio pubblicato sul Canadian Journal of Cardiology ha passato in rassegna 12 studi randomizzati controllati, per un totale di 1.444 diadi paziente-partner. L’obiettivo era valutare l’efficacia degli interventi di coppia sui fattori di rischio cardiovascolare modificabili, sugli esiti cardiaci, sulla salute mentale e sulla qualità della relazione. I risultati mostrano che “il 77% degli studi esaminati riporta miglioramenti nei comportamenti salutari”, come attività fisica, alimentazione e aderenza alle terapie. Gli esiti cardiaci e quelli di salute mentale appaiono più eterogenei, con risultati non sempre coerenti. Nessuno degli studi che ha valutato direttamente la qualità della relazione ha però registrato miglioramenti significativi, probabilmente perché gli interventi erano centrati soprattutto sul cambiamento comportamentale e meno sulle dinamiche emotive e relazionali.
Perché coinvolgere il partner può fare la differenza
Alla base degli interventi di coppia c’è una convinzione semplice: farlo in due è meglio. “I partner sono spesso facilitatori chiave del recupero”, spiegano gli autori, ricordando esempi concreti come la preparazione di pasti salutari, il sostegno all’attività fisica o l’aiuto nel seguire correttamente le terapie farmacologiche. Coinvolgere il partner significa anche riconoscere che chi vive accanto a una persona con cardiopatia può condividere fattori di rischio simili e trarre a sua volta beneficio da percorsi di prevenzione e promozione della salute. In un contesto in cui i sistemi sanitari puntano sempre più su un’assistenza orientata alla persona e alla famiglia, gli approcci di coppia potrebbero rappresentare un cambio di paradigma.
I limiti attuali e le sfide future
Nonostante i risultati incoraggianti, gli stessi ricercatori invitano alla cautela. “Sebbene vi siano crescenti prove che questi interventi possano migliorare i comportamenti salutari, si sa meno su come influenzino l’adattamento emotivo o la qualità della relazione stessa”, osservano. Da qui l’appello a sviluppare interventi più completi, capaci di integrare componenti emotive e relazionali e di coinvolgere popolazioni più diversificate. Tra le proposte emerge anche l’idea di un “modello di assistenza graduale” nella riabilitazione cardiaca, che permetta uno screening sistematico del disagio e l’invio a servizi mirati, in base ai bisogni specifici delle coppie. “Dobbiamo curare il cuore e coltivare le relazioni”, conclude Tulloch, per migliorare non solo i comportamenti salutari, ma anche la salute mentale e, possibilmente, gli esiti cardiovascolari. Un messaggio che invita a ripensare la cura come un percorso condiviso, in cui la dimensione clinica e quella relazionale procedono insieme. Perché, quando si parla di cuore, la scienza suggerisce che non si guarisce mai davvero da soli.
Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato