Un documento di consenso della Società Europea di Cardiologia accende i riflettori sugli alimenti ultra-processati e sul loro legame con obesità, diabete, ipertensione e malattie cardiovascolari: anche il livello di lavorazione industriale degli alimenti può influenzare la salute del cuore
Non è soltanto una questione di grassi, zuccheri o calorie. A pesare sulla salute cardiovascolare potrebbe essere anche il modo in cui il cibo viene trasformato industrialmente. È questo il messaggio al centro del nuovo documento di consenso clinico pubblicato sull’European Heart Journal dalla Società Europea di Cardiologia (ESC), dedicato agli alimenti ultra-processati, i cosiddetti UPF (Ultra-Processed Foods). Patatine confezionate, snack industriali, bibite zuccherate, cereali da colazione, piatti pronti, carni lavorate, yogurt aromatizzati: prodotti ormai entrati stabilmente nella quotidianità alimentare di milioni di persone. Secondo gli esperti europei, però, il loro consumo crescente rappresenta oggi una vera emergenza di salute pubblica. Il documento sottolinea come negli ultimi decenni gli alimenti ultra-processati abbiano progressivamente sostituito le diete tradizionali, contribuendo a modificare profondamente le abitudini alimentari globali.
Non solo nutrienti: cambia il modo di guardare alla dieta
Per anni le raccomandazioni nutrizionali si sono concentrate soprattutto sui nutrienti: limitare i grassi saturi, ridurre il sale, controllare zuccheri e calorie. Oggi, però, le evidenze scientifiche stanno spostando l’attenzione anche sul grado di trasformazione industriale degli alimenti. Gli UPF, spiegano gli autori del documento, sono prodotti formulati principalmente con ingredienti industriali a basso costo, additivi, aromi, emulsionanti e sostanze create durante i processi di lavorazione. Spesso contengono poco o nessun alimento integro e sono progettati per essere pronti al consumo, molto appetibili e a lunga conservazione. “Non tutti gli alimenti processati sono uguali”, sottolineano gli esperti. Alcuni subiscono trasformazioni minime, altri diventano prodotti altamente industrializzati che finiscono per alterare profondamente il rapporto tra cibo e salute.
Gli effetti sul cuore e sul metabolismo
Il documento ESC passa in rassegna decine di studi prospettici e trial clinici che collegano il consumo di UPF a un aumento del rischio cardiovascolare. Le evidenze più solide riguardano obesità, sovrappeso e diabete di tipo 2. Un’elevata assunzione di alimenti ultra-processati è stata associata a un aumento significativo del rischio di sviluppare obesità, accumulo di grasso addominale e alterazioni metaboliche. Secondo gli autori, i meccanismi sono molteplici: maggiore densità calorica, ridotta sazietà, velocità di ingestione più elevata, alterazione dei segnali tra intestino e cervello e presenza di additivi che possono interferire con il metabolismo. Anche ipertensione e dislipidemie risultano correlate al consumo di UPF. Gli alimenti ultra-processati sono infatti spesso ricchi di sodio, grassi saturi e grassi trans, elementi che favoriscono aumento della pressione arteriosa, alterazioni del profilo lipidico e sviluppo dell’aterosclerosi. Le associazioni emergono anche per altre condizioni strettamente legate al rischio cardiovascolare, come fegato grasso metabolico e malattia renale cronica.
Il rischio cardiovascolare cresce anche indipendentemente dalla qualità della dieta
Uno degli aspetti più interessanti evidenziati dal documento riguarda il fatto che il rischio associato agli UPF sembra persistere anche quando la dieta, nel complesso, appare “equilibrata”. Oltre 75 studi prospettici hanno infatti mostrato che il legame tra alimenti ultra-processati e malattie croniche resta significativo anche dopo aver corretto i dati per zuccheri, grassi, sale o apporto calorico totale. Questo suggerisce che il problema non sia soltanto nutrizionale. A incidere potrebbero essere anche altri fattori legati alla lavorazione industriale: additivi alimentari, contaminanti derivanti dagli imballaggi, alterazioni della struttura naturale degli alimenti e sostanze che si formano durante i processi produttivi.
Dalla fibrillazione atriale alla mortalità cardiovascolare
Tra gli esiti cardiovascolari analizzati emergono dati preoccupanti anche sul rischio di fibrillazione atriale e mortalità cardiovascolare. Uno studio basato sui dati della UK Biobank ha osservato un aumento del 5% del rischio di fibrillazione atriale per ogni incremento del 10% del consumo di UPF. Altri grandi studi internazionali hanno mostrato che un’elevata assunzione di alimenti ultra-processati si associa a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari, cardiopatia coronarica e mortalità cardiovascolare. Nel grande studio francese NutriNet-Santé, ogni aumento del 10% nella quota di UPF consumati era associato a un incremento del 12% del rischio cardiovascolare.
La dieta mediterranea resta il modello protettivo
Il documento conferma invece il ruolo protettivo della dieta mediterranea tradizionale, associata a un minor consumo di UPF e a un maggiore apporto di alimenti freschi o minimamente processati. Secondo gli autori, promuovere modelli alimentari basati su frutta, verdura, legumi, cereali integrali e cucina domestica potrebbe rappresentare una strategia concreta per ridurre il peso delle malattie cardiometaboliche. Per la prima volta, la Società Europea di Cardiologia invita esplicitamente i cardiologi a inserire la valutazione del consumo di alimenti ultra-processati nella pratica clinica quotidiana. Il documento suggerisce di chiedere ai pazienti con quale frequenza consumino snack confezionati, bibite zuccherate, piatti pronti o prodotti industriali e di promuovere sostituzioni semplici e realistiche.
Tra i consigli pratici:
Gli esperti invitano inoltre a insegnare ai pazienti a leggere etichette e ingredienti, ricordando che un prodotto con numerosi additivi o ingredienti difficili da riconoscere ha elevate probabilità di appartenere alla categoria degli ultra-processati. La riflessione finale del documento va oltre l’ambito clinico. Il crescente consumo di UPF, spiegano gli autori, è influenzato anche da marketing aggressivo, ampia disponibilità commerciale, costi contenuti e ritmi di vita sempre più frenetici. Per questo, accanto al counselling individuale, servono strategie di salute pubblica più ampie: educazione alimentare, etichette più chiare, regolamentazione della pubblicità e maggiore accessibilità economica agli alimenti freschi.
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