Un nuovo studio italiano rivela che, quando gli orologi interni del cervello funzionano in modo impreciso, la mente ricorre allo spazio per rappresentare il tempo
Il cervello umano ha strategie sorprendenti per gestire il tempo. La ricerca condotta dall’Università Sapienza di Roma e dalla Fondazione Santa Lucia Irccs mostra che, quando i normali “timer cerebrali” non funzionano in modo ottimale, la mente ricorre allo spazio per valutare la durata degli intervalli temporali. Questo spiega perché gesti quotidiani, come muovere le mani da sinistra a destra per indicare breve-lungo o passato-futuro, e espressioni comuni come “lasciarsi il passato alle spalle”, riflettano una rappresentazione spaziale del tempo.
L’esperimento: tempo, spazio e decisioni
Per studiare il fenomeno, i ricercatori hanno coinvolto 30 giovani adulti sani in un compito che richiedeva di discriminare tra intervalli brevi (1 secondo) e lunghi (3 secondi). I partecipanti dovevano premere un pulsante a sinistra per gli intervalli brevi e uno a destra per quelli lunghi. È emerso che la “spazializzazione” del tempo si manifesta solo quando le decisioni sono lente: in questo caso, il cervello ricorre allo spazio per compensare il funzionamento non ottimale degli orologi interni. Quando le risposte sono rapide, invece, il fenomeno non si verifica.
I segnali cerebrali confermano il meccanismo compensativo
Le registrazioni EEG hanno mostrato che la comparsa della rappresentazione spaziale del tempo segue una codifica non spaziale inefficiente degli intervalli temporali, determinando decisioni più lente e tempi di reazione maggiori. I modelli computazionali suggeriscono che queste fluttuazioni possano dipendere da variazioni nell’attività dei sistemi dopaminergico e noradrenergico e dalla loro interazione con la corteccia cingolata anteriore.
Implicazioni e prospettive
Lo studio chiarisce per la prima volta quando, come e perché il cervello utilizza lo spazio per processare il tempo. Dimostra che i sistemi di misurazione temporale spaziali e non spaziali possono funzionare in modo indipendente, sia a livello comportamentale sia elettrofisiologico. Questi risultati aprono nuove prospettive per la comprensione delle funzioni cognitive e dei meccanismi compensativi del cervello umano, con possibili applicazioni nello studio dei disturbi temporali e della percezione del tempo
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