Salute 14 Luglio 2026 10:42

Cannabis medica, meno agitazione nei pazienti con demenza avanzata

Una formulazione controllata di THC e CBD ha ridotto l’agitazione nei pazienti con demenza idonei alle cure palliative. Dopo 12 settimane, quasi il 90% dei partecipanti trattati ha mostrato un miglioramento.

di Arnaldo Iodice
Cannabis medica, meno agitazione nei pazienti con demenza avanzata

Una formulazione medica contenente tetraidrocannabinolo (THC) e cannabidiolo (CBD) potrebbe ridurre significativamente l’agitazione nelle persone con demenza in fase avanzata e idonee alle cure palliative. È quanto emerge dallo studio clinico LiBBY, sperimentazione multicentrica di Fase II, randomizzata, in doppio cieco e controllata con placebo, i cui risultati principali sono stati presentati il 14 luglio 2026 alla Conferenza internazionale dell’Associazione Alzheimer di Londra. Lo studio, illustrato da Jacobo Mintzer, della Medical University of South Carolina, e Brigid Reynolds, della Georgetown University, ha coinvolto 120 pazienti con malattia di Alzheimer o altre demenze, tutti con sintomi di agitazione. Le visite sono state condotte da dieci centri statunitensi direttamente nelle abitazioni o nelle strutture di residenza dei partecipanti. Dopo 12 settimane, quasi il 90% dei pazienti trattati con la combinazione THC/CBD ha mostrato un miglioramento generale, con una riduzione dell’agitazione nettamente superiore rispetto al placebo.

Un problema difficile da trattare nelle cure palliative

L’agitazione è uno dei sintomi più complessi da gestire nelle fasi avanzate della demenza. Può manifestarsi con irrequietezza, aggressività, comportamenti ripetitivi, opposizione alle cure e forte disagio emotivo, compromettendo il benessere del paziente e aumentando il carico fisico e psicologico dei familiari e degli assistenti. Le terapie oggi impiegate, tra cui morfina, diazepam e aloperidolo, possono avere un’efficacia limitata e causare sedazione, disturbi motori, cadute o altri effetti indesiderati.

“L’agitazione colpisce molte persone con demenza in fase avanzata, causando sintomi come irrequietezza, aggressività e disagio emotivo che possono avere un impatto profondo sui pazienti e sui loro caregiver”, ha spiegato Reynolds. “Le opzioni terapeutiche attualmente disponibili sono limitate e spesso comportano effetti collaterali significativi, il che sottolinea la necessità di terapie più sicure ed efficaci”.

La sperimentazione LiBBY è stata quindi progettata per valutare non soltanto l’efficacia della combinazione, ma anche la sicurezza e la tollerabilità in una popolazione particolarmente fragile. Il trattamento consisteva in THC purificato e CBD somministrati per via orale attraverso una sospensione oleosa digeribile e ad azione rapida. L’età media dei partecipanti era di 80 anni. Né i pazienti, né i caregiver responsabili della somministrazione, né i medici conoscevano l’assegnazione al trattamento attivo o al placebo, in modo da evitare condizionamenti nella valutazione dei risultati.

Benefici evidenti già dopo le prime due settimane

Per misurare l’effetto del trattamento, i ricercatori hanno utilizzato il Cohen-Mansfield Agitation Inventory, un questionario che analizza 29 comportamenti associati all’agitazione. Ogni voce veniva valutata dai caregiver su una scala di sette punti, da “mai” a “diverse volte all’ora”. Gli stessi caregiver erano inoltre responsabili della somministrazione del farmaco. Il confronto principale è stato effettuato dopo due settimane, intervallo scelto come esito primario per verificare l’azione rapida della formulazione, e successivamente a 12 settimane. Dopo le prime due settimane, il gruppo trattato con THC e CBD ha registrato una riduzione media di 6,27 punti nei punteggi di agitazione rispetto al gruppo placebo. Il beneficio è rimasto significativo e sostenuto anche al termine delle 12 settimane.

Risultati ancora più evidenti sono emersi dalla Clinical Global Impression of Change in Behavior, una valutazione complessiva del cambiamento comportamentale. A due settimane, un miglioramento è stato rilevato nell’83,9% dei pazienti trattati, contro il 30,5% di quelli che avevano ricevuto il placebo. A 12 settimane le percentuali erano rispettivamente dell’87,2% e del 23,6%.

“Questi risultati sono stati estremamente positivi e hanno mostrato un livello di risposta mai visto prima negli studi clinici sulla demenza. Raramente si osserva una risposta positiva a un nuovo farmaco in quasi il 90% dei pazienti in uno studio”, ha affermato Mintzer.

Anche il profilo di sicurezza è apparso incoraggiante: gli eventi avversi, principalmente infezioni e disturbi gastrointestinali, hanno interessato il 46,7% del gruppo THC/CBD e il 42,4% del gruppo placebo, una differenza contenuta e considerata prevedibile in pazienti anziani e gravemente compromessi. Il racconto di Laura, figlia di una partecipante, restituisce la possibile rilevanza quotidiana dei risultati. Pur senza sapere quale trattamento avesse ricevuto la madre, durante le visite l’ha vista più serena. “Sembrava più felice”, ha raccontato. “Abbiamo condiviso momenti di gioia. C’erano ancora momenti di connessione”.

Il trattamento non equivale ai prodotti disponibili in commercio

Nonostante i dati positivi, gli autori sottolineano che il trattamento sperimentato non può essere equiparato ai comuni prodotti a base di cannabis acquistabili online, nei dispensari o attraverso canali non controllati. La formulazione utilizzata nello studio conteneva quantità purificate e definite di THC e CBD, era stata prodotta secondo procedure standardizzate e veniva somministrata sotto stretta supervisione medica. “Le persone non devono presumere che i prodotti disponibili nei dispensari o online siano equivalenti a quelli studiati in questa sperimentazione”, ha avvertito Reynolds. “Il farmaco utilizzato in questa ricerca è stato attentamente formulato, prodotto e somministrato sotto stretta supervisione medica”.

Nei prodotti commerciali, infatti, la concentrazione, la qualità, il rapporto tra i due principi attivi e il dosaggio possono variare considerevolmente. Questa variabilità può renderli inefficaci, aumentare il rischio di sedazione, provocare interazioni con altri medicinali o peggiorare alcuni sintomi. Nei pazienti anziani, fragili e spesso sottoposti a più terapie contemporaneamente, un impiego non controllato potrebbe determinare conseguenze particolarmente rilevanti. I risultati di LiBBY rappresentano quindi un segnale promettente, ma non autorizzano il ricorso al fai da te o l’interruzione dei trattamenti già prescritti. Saranno necessari studi più ampi, capaci di confermare efficacia e sicurezza, definire il dosaggio ottimale, valutare gli effetti nel lungo periodo e individuare i pazienti che possono trarre maggiore beneficio.

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