Un semplice programma al computer migliora l’elaborazione visiva e riduce in modo significativo i casi di demenza.
Cinque settimane possono sembrare nulla quando si parla di prevenzione di una malattia complessa come la demenza. Eppure, un ampio studio clinico di lungo periodo suggerisce che proprio un intervento breve, mirato e non farmacologico possa produrre effetti protettivi sorprendenti sul cervello degli anziani.
Il programma in questione non prevede farmaci costosi né tecnologie invasive, ma esercizi cognitivi al computer progettati per migliorare la velocità con cui il cervello elabora le informazioni visive. Gli adulti sopra i 65 anni che hanno partecipato a questo training, composto da sessioni di 60-75 minuti distribuite nell’arco di cinque-sei settimane, hanno mostrato un rischio significativamente più basso di sviluppare demenza anche a distanza di vent’anni.
Il dato più sorprendente riguarda l’entità della protezione: chi ha seguito l’allenamento di “velocità di elaborazione”, integrato con alcune sessioni di richiamo nei mesi e negli anni successivi, ha registrato una riduzione del rischio di demenza del 25% rispetto al gruppo che non aveva ricevuto alcun intervento.
In un ambito dove spesso i risultati sono modesti e difficili da mantenere nel tempo, una differenza del genere è clinicamente rilevante. Significa, in termini concreti, ritardare o evitare anni di perdita di autonomia, difficoltà quotidiane e carico emotivo per le famiglie.
Lo studio ACTIVE: numeri solidi e risultati difficili da ignorare
Questi risultati non derivano da un esperimento isolato o da un campione ridotto, ma da uno dei più importanti studi longitudinali mai condotti sull’allenamento cognitivo negli anziani. Il progetto, finanziato dai National Institutes of Health e noto come Advanced Cognitive Training for Independent and Vital Elderly (ACTIVE), ha coinvolto 2.802 adulti a partire dalla fine degli anni Novanta. I partecipanti sono stati assegnati casualmente a quattro gruppi: tre hanno ricevuto differenti tipi di training cognitivo (memoria, ragionamento o velocità di elaborazione), mentre il quarto ha funzionato da gruppo di controllo, senza alcun intervento.
Ogni programma prevedeva fino a dieci sessioni distribuite in cinque-sei settimane, con la possibilità, per circa metà dei partecipanti, di svolgere sessioni di richiamo a distanza di 11 e 35 mesi. Questo dettaglio è importante: non si trattava solo di un corso intensivo, ma di un rinforzo periodico, utile a consolidare l’apprendimento nel tempo. Dopo vent’anni, i ricercatori hanno analizzato le cartelle cliniche Medicare di oltre duemila partecipanti, coprendo il periodo 1999-2019, per verificare eventuali diagnosi di demenza.
I numeri parlano chiaro. Nel gruppo che aveva completato l’allenamento di velocità con richiami, il 40% ha ricevuto una diagnosi di demenza, contro il 49% del gruppo di controllo. Potrebbe sembrare una differenza modesta a prima vista, ma su larga scala equivale a migliaia di casi evitati. Ancora più significativo è che solo questo tipo di training ha mostrato una riduzione statisticamente significativa del rischio: né la memoria né il ragionamento hanno prodotto lo stesso effetto. In altre parole, non tutti gli esercizi mentali sono uguali. Alcuni approcci funzionano meglio di altri, e i dati indicano con decisione quale direzione meriti maggiore attenzione.
Perché la velocità mentale può fare la differenza
La domanda cruciale è semplice: perché proprio l’allenamento della velocità di elaborazione funziona, mentre altri tipi di training no? La risposta sembra risiedere nella natura stessa di questo esercizio. Il programma è adattivo: la difficoltà cambia in tempo reale in base alle prestazioni del partecipante. Se una persona migliora, i compiti diventano più impegnativi; se fatica, il ritmo rallenta. Questo mantiene il cervello costantemente al limite delle proprie capacità, una condizione nota per stimolare la plasticità neurale.
Inoltre, questo tipo di allenamento punta sull’apprendimento implicito. Non si tratta di memorizzare strategie o regole consapevoli, ma di costruire abilità automatiche, quasi istintive, simili a quelle che sviluppiamo quando impariamo ad andare in bicicletta o a guidare. L’apprendimento implicito coinvolge circuiti cerebrali diversi rispetto a quello esplicito, spesso più resistenti all’invecchiamento. Potrebbe essere proprio questa caratteristica a renderlo più efficace nel proteggere il cervello nel lungo periodo.
Dal punto di vista pratico, i partecipanti imparano a individuare rapidamente dettagli visivi sullo schermo e a gestire più stimoli contemporaneamente. Sembra un gioco, ma allena attenzione, coordinazione visiva e rapidità decisionale: funzioni centrali nella vita quotidiana. Rafforzarle significa costruire una sorta di “riserva cognitiva”, una protezione che aiuta il cervello a compensare i danni legati all’età o alle patologie neurodegenerative.
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