L’allarme dalla prima indagine nazionale nelle RSA: gli anziani assumono in media otto farmaci al giorno, il 42% è esposto ad almeno un’interazione pericolosa e una quota rilevante delle pillole viene triturata, spesso in modo inappropriato
Gli anziani che vivono nelle RSA continuano a prendere troppi farmaci, con conseguenze che vanno ben oltre la semplice complessità terapeutica. Secondo i risultati preliminari della prima indagine nazionale condotta nelle RSA italiane, pubblicata su Aging Clinical and Experimental Research, ogni ospite assume in media circa otto farmaci al giorno, con una esposizione significativa al rischio di interazioni farmacologiche. “Il 42% degli assistiti è esposto ad almeno un’interazione pericolosa, con casi che arrivano fino a sette interferenze contemporanee”, spiegano Dario Leosco, presidente della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG), e Andrea Ungar, ideatore dello studio e ordinario di Geriatria all’Università di Firenze. La ricerca ha coinvolto 3.400 anziani residenti in 82 strutture di 12 regioni italiane, offrendo una fotografia realistica della gestione farmacologica nelle RSA. Oltre l’80% degli ospiti assume almeno cinque farmaci, mentre una quota significativa rientra nella cosiddetta politerapia eccessiva, con dieci o più principi attivi al giorno.
Ospiti sempre più fragili e terapie sempre più complesse
“La gestione del farmaco è un processo complesso che diventa cruciale soprattutto nelle RSA”, sottolinea Alba Malara, presidente della Fondazione ANASTE Humanitas. Gli ospiti delle strutture residenziali sono infatti sempre più anziani e fragili: l’età media è di 85 anni, il 70% sono donne e quasi tutti convivono con quattro o cinque malattie croniche. In oltre la metà dei casi è presente una diagnosi di demenza, con una forte dipendenza dall’assistenza per le attività della vita quotidiana. In questo contesto clinico, le prescrizioni sono numerose e spesso articolate in più somministrazioni giornaliere, fino a 4-5 volte al giorno. Su un totale di circa 24mila prescrizioni, quasi 17mila sono pillole, con un ricorso prevalente a farmaci cardiovascolari, psicofarmaci e gastroprotettori. È proprio la combinazione di più psicofarmaci a rappresentare una delle interazioni più frequenti e pericolose, perché può aumentare il rischio di cadute e peggiorare il quadro cognitivo, soprattutto nelle persone con demenza.
Pillole spezzate e capsule aperte: una prassi diffusa ma rischiosa
Accanto al problema delle interazioni, lo studio mette in evidenza una criticità spesso sottovalutata: la manipolazione dei farmaci orali. Le dimensioni delle pillole e le difficoltà di deglutizione portano frequentemente a soluzioni “pratiche” che non sempre sono sicure. “Nelle RSA una compressa su tre viene divisa o triturata, mentre poco più di una capsula su quattro viene aperta e camuffata con cibi e bevande”, spiegano i ricercatori. Si tratta di pratiche che nel 13% dei casi risultano inappropriate, con rischi di inefficacia o di tossicità: il 5% delle compresse e l’8% delle capsule viene manipolato quando non dovrebbe. “Nel contesto delle RSA – osserva Malara – si verificano frequentemente situazioni in cui non è possibile somministrare pillole intere per disfagia, alimentazione enterale o disturbi psico-comportamentali. Questo comporta la necessità di alterare i farmaci, una prassi diffusa anche fuori dalle strutture, ma con implicazioni rilevanti se non appropriata”.
I farmaci che non dovrebbero essere manipolati
Tra i medicinali che non dovrebbero essere spezzati o aperti, ma che più spesso vengono alterati, figurano l’antipsicotico quetiapina, il pantoprazolo, l’aspirina, l’antidepressivo trazodone e gli antipertensivi bisoprololo e ramipril. “Sbriciolare, dividere o aprire una pillola può comportare la perdita di parte del principio attivo e quindi della dose terapeutica”, avverte Malara. Non devono mai essere aperte le capsule gastroresistenti, perché il rivestimento serve a proteggere il farmaco fino all’intestino, né i farmaci a rilascio prolungato, formulati per garantire un assorbimento controllato nel tempo. Alterarne la struttura può determinare sovradosaggi, effetti tossici e danni alla mucosa gastrointestinale, oltre a peggiorare l’aderenza alla terapia per il gusto sgradevole.
Il ruolo chiave del geriatra nelle RSA
Tra i risultati più significativi dello studio emerge il valore della competenza geriatrica. La presenza del geriatra all’interno delle RSA è associata a una riduzione delle interazioni farmacologiche compresa tra il 24 e il 37%. Un dato che conferma quanto la gestione delle terapie negli anziani fragili richieda competenze specifiche e un approccio personalizzato. La ricerca sottolinea la necessità di ripensare i modelli prescrittivi, investire nella formazione degli operatori e promuovere strategie di deprescribing, soprattutto nelle strutture che accolgono persone con elevata complessità clinica.
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