Salute 15 Maggio 2026 09:05

Antidolorifici in gravidanza: “I fans nel primo trimestre non aumentano il rischio di malformazioni”

Uno studio pubblicato su PLOS Medicine e condotto su oltre 264mila gravidanze in Israele conclude che l’assunzione di farmaci antinfiammatori non steroidei nel primo trimestre non è associata a un aumento del rischio di gravi malformazioni congenite. Analizzati ibuprofene, diclofenac e naprossene

di Isabella Faggiano
Antidolorifici in gravidanza: “I fans nel primo trimestre non aumentano il rischio di malformazioni”

Dolore, febbre, mal di testa, infiammazioni. Disturbi comuni anche nelle prime settimane di gravidanza, ma che spesso diventano motivo di forte preoccupazione per le donne e per gli stessi medici, chiamati a scegliere se trattare o meno sintomi che possono incidere sul benessere materno e fetale. Negli ultimi anni il dibattito scientifico si è concentrato soprattutto sulla sicurezza dei farmaci analgesici in gravidanza, compreso il paracetamolo, lasciando aperti molti interrogativi anche sull’utilizzo dei farmaci antinfiammatori non steroidei, i cosiddetti Fans. Ora, un ampio studio pubblicato su PLOS Medicine prova a fare maggiore chiarezza e offre dati rassicuranti: l’assunzione di Fans nel primo trimestre di gravidanza non sarebbe associata a un aumento del rischio di gravi malformazioni congenite.

Lo studio israeliano su oltre 264mila gravidanze

La ricerca, guidata da Sharon Daniel della Ben-Gurion University of the Negev e dei Clalit Health Services in Israele, ha analizzato 264.858 gravidanze singole registrate nel Southern Israeli Pregnancy Registry tra il 1998 e il 2018. Si tratta di uno dei più ampi studi di popolazione condotti finora sul tema. Tra le donne incluse nell’analisi, 20.202 – pari al 7,6% – avevano assunto almeno un Fans nelle prime settimane di gestazione. I farmaci più utilizzati risultavano ibuprofene, diclofenac e naprossene. Gli autori ricordano come dolore e febbre rappresentino una sfida clinica particolarmente delicata durante la gravidanza. Se da una parte esiste il timore di possibili effetti sul feto, dall’altra lasciare sintomi importanti senza trattamento può avere conseguenze altrettanto rilevanti. “Una gestione inadeguata del dolore può causare significativo distress materno, aumentare il rischio di depressione perinatale e potenzialmente compromettere lo sviluppo neonatale”, spiegano i ricercatori nell’introduzione dello studio. Anche la febbre materna non trattata, soprattutto nel primo trimestre, è stata associata in passato a esiti avversi come difetti del tubo neurale, cardiopatie congenite, labiopalatoschisi e disturbi del neurosviluppo.

Nessun aumento del rischio di malformazioni congenite

Per valutare il possibile legame tra esposizione ai Fans e malformazioni congenite maggiori, il team israeliano ha utilizzato dati clinici, ricoveri ospedalieri, registri delle interruzioni di gravidanza e follow-up neonatali fino al primo anno di vita. I risultati mostrano che le malformazioni congenite maggiori sono state osservate nell’8,2% delle gravidanze esposte ai Fans contro il 7% di quelle non esposte. Una differenza che, dopo l’aggiustamento statistico per numerosi fattori materni e ostetrici – tra cui età, etnia, diabete, obesità, fumo, uso di acido folico e motivazioni cliniche alla base dell’assunzione dei farmaci – si è sostanzialmente annullata. Il rischio relativo corretto è risultato infatti pari a 0,99, quindi sovrapponibile tra i due gruppi.

Nessun segnale per cuore, cervello o altri organi

Lo studio non ha evidenziato incrementi significativi di rischio nemmeno analizzando i singoli apparati. Non sono emerse associazioni con malformazioni cardiovascolari, neurologiche, gastrointestinali, muscolo-scheletriche o genito-urinarie. Anche l’analisi separata dei principali Fans utilizzati, compresi ibuprofene, diclofenac e naprossene, non ha mostrato associazioni significative con difetti congeniti maggiori. I ricercatori hanno inoltre valutato se dosi più elevate o trattamenti più prolungati potessero modificare il rischio. Anche in questo caso le analisi dose-risposta non hanno evidenziato relazioni significative tra maggiore esposizione cumulativa ai Fans e aumento delle malformazioni congenite.

I punti di forza e i limiti dello studio

Secondo Sharon Daniel, uno degli aspetti più importanti del lavoro riguarda la qualità del registro utilizzato. “Abbiamo impiegato i dati di siPREG, un ampio registro di gravidanze del sud di Israele che monitora l’uso di farmaci e gli esiti della gravidanza, comprese le malformazioni identificate non solo alla nascita ma anche durante il primo anno di vita e nelle interruzioni di gravidanza”, spiegano gli autori. Tra i punti di forza dello studio figurano l’elevato numero di gravidanze analizzate, il follow-up prolungato dei neonati, l’inclusione delle interruzioni di gravidanza e l’utilizzo di dati reali di dispensazione farmaceutica. Restano comunque alcuni limiti. Il principale riguarda la possibile sottostima dell’uso di ibuprofene acquistato senza prescrizione e quindi non registrato nei database sanitari. Per questo motivo il team ha effettuato specifiche analisi di sensibilità per verificare quanto eventuali dati mancanti potessero alterare i risultati. “Uno dei problemi principali era che alcune persone potevano aver assunto farmaci comuni come l’ibuprofene senza che ciò fosse registrato. Abbiamo affrontato questo limite con analisi specifiche per valutare come tali dati mancanti potessero influenzare i risultati”, ha spiegato Ariel Hasidim.

Le conclusioni degli autori

“In questa ampia coorte basata sulla popolazione non abbiamo trovato evidenze a sostegno di un’associazione tra esposizione ai NSAID nel primo trimestre e malformazioni congenite maggiori”, concludono gli autori. Un messaggio che potrebbe contribuire a rassicurare molte donne e fornire ai clinici strumenti più solidi per affrontare la gestione di dolore e febbre nelle primissime fasi della gravidanza.

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