Il progetto Interceptor ha sviluppato un modello predittivo multimodale per stimare il rischio di demenza nelle persone con Mild Cognitive Impairment entro tre anni, integrando dati clinici e biomarcatori.
Come qualsiasi organo del nostro corpo anche il cervello invecchia perdendo alcune capacità in particolare di tipo cognitivo. Tra il normale (fisiologico) invecchiamento cerebrale ed un invecchiamento patologico che invece provoca un quadro di demenza conclamata, esiste un’ampia “zona grigia” definita dagli anglosassoni Mild Cognitive Impairment (MCI, decadimento cognitivo lieve). Gli MCI nel nostro Paese (secondo le stime dell’Istituto Superiore di Sanità) sono oggi quasi 1 milione da cui ogni anno originano circa 100.000 nuovi casi di demenza. Ricevere una diagnosi di MCI comporta, dunque, un aumento del rischio di sviluppare demenza. Infatti, gli studi epidemiologici mostrano che, se seguiti nel tempo, fino al 50% delle persone con MCI progredisce verso la demenza (circa il 30% nei primi 3–5 anni, mentre la restante quota converte negli anni successivi). L’altra metà – per quanto noto dalla letteratura scientifica – può sviluppare una forma tardiva di lieve demenza o rimane stabile mantenendo una piena autonomia anche sul piano professionale e sociale.
Lo studio e lo sviluppo del modello predittivo
L’articolo “Mild Cognitive Impairment–to–Alzheimer Dementia Progression Risk: the contribution of the Interceptor project”, pubblicato sulla rivista scientifica Alzheimer’s & Dementia: The Journal of the Alzheimer’s Association, descrive la messa a punto di uno strumento innovativo per stimare il rischio di progressione da MCI a demenza, con particolare riferimento alla malattia di Alzheimer, entro un orizzonte temporale di tre anni.
Lo studio nasce dai risultati del progetto nazionale Interceptor che è stato coordinato dal Professor Paolo Maria Rossini, Direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele Roma, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità (Prof. Vanacore), il Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS (Prof. Marra), l’IRCCS Istituto Neurologico Besta (Prof. Tagliavini), l’IRCCS San Raffaele di Milano (Prof.ssa Perani) e l’IRCCS Fatebenefratelli di Brescia (Prof. Cappa, Direttore Scientifico al momento dell’avvio dello studio nel 2018, Dott.ssa Cotelli e dr. Redolfi) ed il San Raffaele di Roma (Prof. Vecchio). La prospettiva di pazienti e caregiver è stata garantita dal coinvolgimento dell’Associazione Italiana Malattia di Alzheimer (AIMA), rappresentata dal suo Presidente (Dott.ssa Spadin).
Nell’ambito del progetto sono stati arruolati oltre 350 soggetti con diagnosi clinica di MCI, seguiti longitudinalmente per circa 36 mesi. Il follow-up ha mostrato che il 29,6% dei partecipanti ha sviluppato una qualche forma di demenza e il 22,4% ha soddisfatto i criteri per la diagnosi di Alzheimer, con un picco nel secondo anno.
Sulla base dei dati raccolti, i ricercatori hanno sviluppato un modello predittivo inizialmente basato su variabili sociodemografiche e cliniche, successivamente potenziato integrando test neuropsicologici, biomarcatori biologici e strumentali, misure del liquido cerebrospinale, volumetria dell’ippocampo, PET-FDG, EEG e fattori genetici come il genotipo ApoE. Il modello basato solo sui dati clinici ha raggiunto un’accuratezza del 72%, salita a oltre l’82% con i biomarcatori, mostrando l’importanza dell’integrazione multimodale.
Implicazioni cliniche e di sanità pubblica
Il progetto Interceptor si configura come un’iniziativa di sanità pubblica condotta in condizioni di pratica clinica reale. Con l’impiego di questo strumento, la stratificazione personalizzata del rischio di progressione verso la demenza nelle persone con MCI è oggi possibile, e offrirebbe una base più mirata ed efficiente per la gestione delle malattie neurodegenerative.
Questo strumento potrebbe anche rivestire un ruolo significativo (ma non esclusivo) nella messa a punto di percorsi di selezione di candidati ai nuovi trattamenti in corso di valutazione presente e futura da parte di AIFA anche al fine di evitare sperequazioni tra soggetti in grado di pagare direttamente questi costosi farmaci rispetto alla grande massa che non è in grado di affrontare tali costi e spera in una qualche forma di rimborsabilità da parte del SSN.
Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato