Nutri e Previeni 11 Febbraio 2026 12:13

Alimenti ultra-processati aumentano di quasi il 50% il rischio di infarto e ictus

Un nuovo studio collega snack, bibite e cibi industriali a un forte aumento delle malattie cardiovascolari. Ridurne il consumo può diventare cruciale per la salute pubblica.

di Arnaldo Iodice
Alimenti ultra-processati aumentano di quasi il 50% il rischio di infarto e ictus

Negli ultimi decenni gli alimenti ultra-processati sono diventati una presenza costante sulle tavole di milioni di persone, in particolare negli Stati Uniti e, più in generale, nei Paesi occidentali. Con questa definizione si indicano prodotti industriali che subiscono numerose trasformazioni prima di essere venduti: raffinazione degli ingredienti, aggiunta di grassi, zuccheri, amidi, sale e una lunga lista di additivi come coloranti, aromi ed emulsionanti. Il risultato finale è spesso molto diverso dall’alimento originario, sia per struttura sia per valore nutrizionale.

Rientrano in questa categoria bevande gassate, snack confezionati, cereali zuccherati, carni lavorate e piatti pronti da riscaldare, tutti pensati per essere economici, pratici e altamente appetibili. Tuttavia, la loro comodità ha un costo nascosto: durante i processi industriali molti nutrienti naturali vengono rimossi, mentre aumentano le calorie vuote e le sostanze che favoriscono un consumo eccessivo.

Oggi questi prodotti rappresentano quasi il 60% dell’apporto calorico medio degli adulti statunitensi e addirittura il 70% di quello dei bambini, un dato che solleva serie preoccupazioni sulla qualità complessiva dell’alimentazione moderna e sulle sue possibili conseguenze a lungo termine.

Lo studio: +47% di rischio di infarto e ictus tra i forti consumatori

A fronte di questa crescente diffusione, i ricercatori hanno iniziato a indagare con maggiore precisione l’impatto degli alimenti ultra-processati sulla salute cardiovascolare. Un importante contributo arriva da uno studio condotto dal Charles E. Schmidt College of Medicine della Florida Atlantic University, che ha analizzato i dati del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES), uno dei più ampi database sanitari degli Stati Uniti. Il campione comprendeva 4.787 adulti di età pari o superiore ai 18 anni, seguiti tra il 2021 e il 2023. Ogni partecipante ha compilato diari alimentari dettagliati per almeno due giorni, registrando tutto ciò che aveva consumato, mentre sono state raccolte anche informazioni sulla presenza di precedenti infarti o ictus.

Utilizzando un sistema di classificazione alimentare validato, gli studiosi hanno calcolato quale percentuale delle calorie totali provenisse da alimenti ultra-processati e hanno suddiviso i soggetti in quattro gruppi, dal consumo più basso al più alto. Successivamente hanno confrontato l’incidenza di malattie cardiovascolari tra i gruppi, correggendo i risultati per variabili che avrebbero potuto confondere l’analisi, come età, sesso, razza, abitudine al fumo e livello di reddito. Anche dopo questi aggiustamenti, il quadro è rimasto chiaro e preoccupante: le persone con il consumo più elevato di alimenti ultra-processati presentavano un rischio di infarto o ictus maggiore del 47% rispetto a chi ne consumava meno.

Gli autori hanno definito questo incremento non solo statisticamente significativo, ma anche clinicamente rilevante. In altre parole, non si tratta di una piccola differenza teorica, bensì di un aumento concreto e potenzialmente decisivo per la salute pubblica. Il dato si inserisce in un contesto già noto: ricerche precedenti avevano collegato gli alimenti ultra-processati alla sindrome metabolica, all’obesità, all’ipertensione e a livelli elevati di proteina C-reattiva, un marcatore di infiammazione associato a un maggior rischio cardiovascolare. Questo studio rafforza tali evidenze mostrando un legame diretto con eventi gravi come infarto e ictus.

Considerando che le malattie cardiovascolari restano tra le principali cause di morte nel mondo, comprendere e ridurre questo fattore di rischio diventa una priorità non solo per i medici, ma anche per le politiche sanitarie e per l’intera società.

Implicazioni per la salute pubblica e cosa possiamo fare concretamente

I ricercatori sottolineano che la consapevolezza dei rischi legati agli alimenti ultra-processati potrebbe seguire un percorso simile a quello del tabacco nel secolo scorso. All’inizio i danni del fumo erano sottovalutati, poi, con l’accumularsi delle prove scientifiche, sono diventati evidenti e hanno portato a campagne di prevenzione, restrizioni e cambiamenti culturali. Qualcosa di analogo potrebbe accadere con il cibo industriale: non basta fare affidamento sulla responsabilità individuale, perché l’ambiente alimentare influenza fortemente le scelte. Se i prodotti meno sani sono i più economici, pubblicizzati e facilmente reperibili, è naturale che vengano consumati di più.

Gli esperti suggeriscono quindi interventi su più livelli: educazione nutrizionale, etichette chiare, maggiore disponibilità di alimenti freschi e politiche che rendano le opzioni sane accessibili a tutti. Anche i medici possono svolgere un ruolo chiave, consigliando ai pazienti di limitare snack confezionati, bevande zuccherate e piatti pronti, privilegiando cibi semplici e poco trasformati come frutta, verdura, legumi e cereali integrali.

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