Uno studio EWG mostra che chi consuma più prodotti con residui elevati, come fragole e spinaci, presenta biomarcatori urinari di pesticidi significativamente più alti.
Un nuovo studio condotto dagli scienziati dell’Environmental Working Group (EWG) suggerisce che il consumo di alcuni tipi di frutta e verdura possa aumentare la quantità di pesticidi presenti nell’organismo umano. La ricerca evidenzia che le persone che consumano regolarmente prodotti noti per contenere residui più elevati mostrano concentrazioni maggiori di biomarcatori di pesticidi nelle urine.
Come è stata condotta la ricerca e quali dati sono stati analizzati
Lo studio, pubblicato sull’International Journal of Hygiene and Environmental Health, ha integrato diverse fonti di dati federali per ottenere una fotografia dettagliata dell’esposizione alimentare ai pesticidi. I ricercatori hanno utilizzato i dati sui residui raccolti dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti tra il 2013 e il 2018, combinandoli con le informazioni alimentari e i dati di biomonitoraggio urinario provenienti da 1.837 partecipanti al programma National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES), promosso dai Centers for Disease Control and Prevention.
Sulla base di queste informazioni, gli scienziati hanno elaborato un “punteggio di esposizione alimentare ai pesticidi”, calcolato considerando la frequenza con cui specifiche sostanze venivano rilevate nei prodotti, le quantità riscontrate e la loro tossicità relativa. Questo punteggio è stato poi confrontato con 15 biomarcatori urinari appartenenti a tre grandi categorie di pesticidi: organofosfati, piretroidi e neonicotinoidi. L’analisi ha mostrato un’associazione chiara tra il consumo di prodotti con residui più elevati e livelli maggiori di pesticidi nell’organismo.
I prodotti più a rischio e le categorie vulnerabili
Tra gli alimenti associati a residui più elevati figurano fragole, spinaci e peperoni. I partecipanti che ne consumavano quantità maggiori presentavano concentrazioni significativamente superiori di pesticidi nelle urine rispetto a chi privilegiava prodotti con residui più bassi. I pesticidi sono stati collegati, in diversi studi precedenti, a rischi quali tumori, disturbi riproduttivi, interferenze ormonali e danni neurologici nei bambini.
Secondo gli autori, bambini piccoli e donne in gravidanza risultano particolarmente sensibili agli effetti di queste sostanze. Lo studio ha inoltre evidenziato che frutta e verdura possono contenere miscele di pesticidi: nei campioni analizzati dall’USDA sono stati rilevati 178 diversi principi attivi, mentre solo una parte di essi è attualmente monitorata attraverso biomarcatori urinari. Questo significa che l’esposizione reale potrebbe essere più ampia di quanto oggi misurato.
Lacune nel monitoraggio e limiti della regolamentazione
Un aspetto critico emerso riguarda le lacune nei sistemi di controllo. Il programma NHANES monitora solo una frazione dei pesticidi effettivamente presenti nei prodotti agricoli. Inoltre, le normative vigenti tendono a stabilire limiti di sicurezza per singole sostanze, senza considerare adeguatamente l’effetto cumulativo di più residui presenti contemporaneamente nello stesso alimento. Questo punto solleva interrogativi sull’efficacia degli standard fissati dall’Environmental Protection Agency (EPA), soprattutto alla luce delle evidenze che collegano anche basse esposizioni croniche a possibili rischi sanitari. La questione non riguarda soltanto i lavoratori agricoli o l’uso domestico di pesticidi: la ricerca indica che l’esposizione alimentare nella popolazione generale può essere significativa e sistematica.
Cosa possono fare concretamente i consumatori
Nonostante i risultati, gli esperti ribadiscono che frutta e verdura restano fondamentali per una dieta sana. L’obiettivo non è scoraggiarne il consumo, ma orientare scelte più consapevoli. Diversi studi indicano che il passaggio da prodotti convenzionali a quelli biologici può ridurre in pochi giorni i biomarcatori di pesticidi nell’organismo.
L’EWG suggerisce di dare priorità, quando possibile, agli acquisti biologici per gli alimenti più contaminati. Per il consumatore medio, la strategia più realistica potrebbe essere un approccio selettivo: mantenere un’alimentazione ricca di vegetali, ma informarsi sui prodotti più esposti e valutare alternative biologiche o provenienti da filiere controllate.
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