Uno studio su oltre 53.000 donne seguito per quasi 20 anni associa l'esposizione ai trialometani nell'acqua potabile a un aumento del rischio di tumore dell'utero, anche entro i limiti di legge.
Le sostanze chimiche che si formano durante la disinfezione dell’acqua potabile potrebbero rappresentare un fattore di rischio finora poco considerato per il cancro uterino. È quanto emerge da uno studio pubblicato su JAMA Network Open, che ha seguito per quasi vent’anni 53.100 insegnanti e amministratrici scolastiche della California. I ricercatori hanno valutato se l’esposizione a lungo termine ai contaminanti presenti nell’acqua distribuita dagli acquedotti pubblici fosse associata all’insorgenza di tumori dell’utero.
L’analisi ha evidenziato un legame tra livelli più elevati di trialometani (THM), sottoprodotti che si formano quando il cloro reagisce con la materia organica presente nell’acqua, e un aumento del rischio di cancro uterino. L’associazione è rimasta evidente anche quando le concentrazioni di THM risultavano inferiori ai limiti fissati dalla normativa statunitense. Lo studio non dimostra un rapporto di causa-effetto, ma suggerisce che questi contaminanti meritino maggiore attenzione nell’ambito della prevenzione oncologica.
Perché il cancro dell’endometrio è una sfida crescente per la salute pubblica
Il tumore dell’endometrio, spesso indicato come cancro dell’utero, è il sesto tumore più frequente nelle donne a livello mondiale e la sua incidenza è destinata ad aumentare nei prossimi decenni. Secondo una ricerca pubblicata su The Lancet, il numero dei nuovi casi potrebbe crescere di quasi il 50% entro il 2044. Negli Stati Uniti si stimano oltre 69.000 nuove diagnosi nel 2025, pari al 3,4% di tutti i nuovi tumori. L’impatto della malattia, tuttavia, non è uniforme: le donne afroamericane ricevono più spesso una diagnosi in fase avanzata e presentano una mortalità superiore rispetto alle donne bianche. Anche la distribuzione geografica mostra differenze significative, con i tumori endometrioidi più comuni nel Midwest e negli Appalachi e le forme non endometrioidi, generalmente più aggressive, concentrate nel Sud e nel Nord-Est del Paese.
Queste variazioni hanno spinto gli studiosi a ipotizzare un ruolo di fattori ambientali, tra cui la qualità dell’acqua potabile. Sebbene negli Stati Uniti il Safe Drinking Water Act imponga controlli rigorosi su oltre 90 contaminanti, alcuni composti presenti nell’acqua sono considerati potenziali interferenti endocrini o sostanze con proprietà cancerogene.
Come è stato condotto lo studio e quali contaminanti sono risultati associati
Per approfondire il possibile legame tra acqua potabile e tumori uterini, gli autori hanno utilizzato i dati del California Teachers Study, selezionando donne che vivevano nello stesso indirizzo da almeno dieci anni, erano servite da un acquedotto pubblico e non avevano una precedente diagnosi di cancro né erano state sottoposte a isterectomia. Invece di analizzare direttamente l’acqua delle singole abitazioni, i ricercatori hanno collegato ciascun indirizzo al sistema idrico di riferimento, utilizzando i dati ufficiali sulla qualità dell’acqua raccolti tra il 1990 e il 2020.
È stata così stimata l’esposizione media, nell’arco di quindici anni, a diversi contaminanti, tra cui nitrati, arsenico, uranio, trialometani (THM) e acidi aloacetici (HAA), tutti sottoprodotti del trattamento con cloro. Durante il periodo di osservazione sono stati diagnosticati 1.038 casi di cancro uterino. I risultati hanno mostrato che i THM, e in particolare il cloroformio, erano associati a un aumento del rischio dei tumori endometrioidi, che rappresentano oltre il 95% dei casi. Le donne esposte ai livelli più elevati di THM presentavano un rischio complessivo di cancro uterino superiore del 18%. Inoltre, un’elevata esposizione agli HAA è risultata associata a un rischio quasi doppio di sviluppare tumori non endometrioidi, forme più rare ma anche più aggressive. Al contrario, non è stata osservata alcuna associazione significativa con nitrati, arsenico o uranio.
Cosa significano questi risultati per la sicurezza dell’acqua
Gli autori sottolineano che i risultati descrivono un’associazione statistica e non dimostrano che i sottoprodotti della disinfezione causino direttamente il cancro uterino. Tuttavia, il fatto che il rischio emerga anche con concentrazioni inferiori ai limiti di legge suggerisce la necessità di approfondire il tema. I limiti normativi, infatti, vengono definiti considerando non solo gli effetti sulla salute, ma anche la fattibilità tecnica ed economica dei sistemi di trattamento dell’acqua. Comprendere meglio gli effetti dell’esposizione cronica a basse dosi potrebbe contribuire a rivedere le strategie di monitoraggio e gestione della qualità dell’acqua.
Verso nuove strategie di prevenzione ambientale
Lo studio apre la strada a nuove ricerche su un possibile fattore di rischio modificabile per il cancro uterino. Se futuri studi confermeranno il ruolo dei trialometani e degli acidi aloacetici, le aziende idriche potrebbero valutare tecnologie in grado di ridurre la formazione di questi sottoprodotti senza compromettere l’efficacia della disinfezione, fondamentale per prevenire le infezioni trasmesse dall’acqua. Parallelamente, sarà importante chiarire i meccanismi biologici attraverso cui queste sostanze potrebbero influenzare lo sviluppo dei tumori, ad esempio attraverso alterazioni endocrine o processi di danno cellulare. Gli autori ritengono che l’identificazione di esposizioni ambientali modificabili rappresenti un’opportunità importante per la salute pubblica, perché consentirebbe di affiancare alle tradizionali strategie di prevenzione oncologica anche interventi mirati sulla qualità dell’ambiente.
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