Uno studio giapponese su 421 over 60 mostra un’associazione tra velocità del passo e lieve deterioramento cognitivo, indipendente dalla fragilità fisica
Camminare più lentamente con l’età non dipende necessariamente solo dalla perdita di forza o dalla fragilità fisica. Anche le capacità cognitive potrebbero avere un ruolo. È quanto emerge da una ricerca condotta in Giappone su 421 persone di almeno 60 anni, nella quale i ricercatori hanno messo a confronto velocità del cammino, fragilità e funzioni cognitive. Le persone con possibile lieve deterioramento cognitivo (MCI) presentavano una velocità del passo inferiore rispetto a quelle senza MCI, sia camminando alla velocità abituale sia cercando di procedere il più rapidamente possibile. E il dato rimaneva significativo anche dopo aver tenuto conto della fragilità. L’analisi è stata pubblicata nel 2026 su BMC Geriatrics.
La velocità con cui camminiamo viene normalmente associata alla condizione fisica: con l’avanzare dell’età possono diminuire forza muscolare, equilibrio e resistenza, rendendo il passo più lento. Ma camminare non è soltanto un’attività muscolare. Per mantenere il ritmo, coordinare i movimenti e adattarsi a ciò che accade intorno servono anche attenzione, pianificazione e capacità di elaborare rapidamente le informazioni. È proprio da questo legame tra movimento e funzioni cognitive che parte la ricerca giapponese, che ha cercato di capire se la riduzione della velocità del cammino fosse spiegabile soltanto dalla fragilità oppure se fosse associata anche alle capacità cognitive.
I ricercatori hanno analizzato 421 persone con un’età media di 73,14 anni, 213 delle quali donne, reclutate tra giugno e novembre 2024 presso i Silver Human Resources Centers di Tokyo e Nagoya. Le capacità cognitive sono state valutate attraverso la versione giapponese del Montreal Cognitive Assessment (MoCA-J), mentre la fragilità è stata misurata utilizzando il Kihon Checklist, che prende in considerazione diversi aspetti della salute e dell’autonomia. Sulla base del criterio utilizzato nella ricerca, 215 partecipanti sono stati classificati come persone con possibile MCI. Non si tratta quindi di una diagnosi specialistica di demenza, ma dell’identificazione di possibili difficoltà cognitive attraverso uno strumento di screening.
Per valutare il movimento, ogni partecipante ha effettuato un test di cammino di 10 metri. La prova è stata eseguita due volte: una alla velocità abituale e una alla massima velocità possibile. I ricercatori hanno misurato la velocità nella parte centrale del percorso, evitando di considerare la fase iniziale di accelerazione e quella finale di rallentamento. Nel gruppo complessivo, la velocità media durante il cammino abituale era di circa 1,40 metri al secondo. Il confronto tra i partecipanti ha evidenziato una differenza: le persone con possibile MCI camminavano più lentamente, sia alla velocità abituale sia durante la prova alla massima velocità. Il risultato, però, diventa particolarmente interessante quando i ricercatori hanno considerato anche la fragilità.
Negli anziani, infatti, sarebbe facile pensare che una persona con difficoltà cognitive cammini più lentamente semplicemente perché presenta anche una peggiore condizione fisica. Ma le analisi hanno mostrato che l’associazione tra MCI e minore velocità del cammino rimaneva significativa anche dopo aver tenuto conto della fragilità e di altri fattori, tra cui età, sesso e indice di massa corporea.
Il risultato suggerisce quindi che la componente cognitiva potrebbe contribuire alla velocità del passo indipendentemente dalla fragilità fisica. Non significa che il cervello sia l’unica causa del rallentamento, né che ogni persona che cammina lentamente abbia un problema cognitivo. Indica piuttosto che movimento e funzioni cognitive sembrano essere strettamente collegati e che la velocità del cammino può riflettere più aspetti dello stato di salute.
È il punto più importante da chiarire per chi legge. Camminare lentamente non significa avere un deterioramento cognitivo. La velocità del passo può diminuire per moltissime ragioni, dal dolore articolare ai problemi di equilibrio, dalle malattie croniche alla paura di cadere, fino alla riduzione dell’attività fisica. Inoltre, la ricerca è osservazionale e trasversale: mostra un’associazione tra le variabili analizzate, ma non dimostra che il rallentamento del cammino provochi il deterioramento cognitivo o che lo preceda necessariamente. Il possibile valore del parametro è quindi un altro: un cambiamento evidente e persistente nella velocità del cammino potrebbe rappresentare un elemento in più da considerare nella valutazione complessiva di una persona anziana. Soprattutto se compare insieme ad altri segnali, come difficoltà di memoria, attenzione, orientamento o nella gestione delle normali attività quotidiane.
La prospettiva più interessante riguarda la semplicità della misurazione. La velocità del cammino può essere valutata con strumenti molto semplici e potrebbe quindi, almeno in futuro, entrare più facilmente nei percorsi di valutazione dell’anziano insieme agli altri parametri clinici e funzionali. Non sostituirebbe i test cognitivi né la valutazione del medico, ma potrebbe aggiungere un’informazione utile per capire se una persona sta attraversando un cambiamento che merita di essere approfondito.
Per i pazienti questo significa soprattutto una possibilità di intercettare precocemente eventuali segnali di cambiamento, evitando che un problema venga riconosciuto soltanto quando le difficoltà diventano più evidenti. Un rallentamento del passo, preso da solo, non è sufficiente per arrivare a una diagnosi. Ma se si accompagna a cambiamenti nella memoria, nell’attenzione o nell’autonomia, può essere un motivo in più per parlarne con il medico e valutare se sia necessario un approfondimento. La ricerca apre così una prospettiva interessante: un gesto quotidiano come camminare potrebbe fornire informazioni non soltanto sulla salute fisica, ma anche sul funzionamento cognitivo. Serviranno però studi longitudinali e ulteriori verifiche prima di capire se e come questo parametro possa essere utilizzato concretamente nei percorsi di screening e presa in carico delle persone anziane.
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