L'epidemia, sostenuta dal virus Bundibugyo, ha raggiunto 7 province e 62 zone sanitarie. Il ministero congolese parla di un trend "incoraggiante", ma la sorveglianza alta
L’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) continua ad allargarsi, ma arrivano anche i primi segnali che potrebbero indicare un rallentamento della curva. Secondo l’ultimo bollettino diffuso dal ministero congolese della Comunicazione e dei Media, aggiornato al 12 settembre, i casi confermati hanno raggiunto quota 7.200, con 3.475 morti e 1.712 persone guarite. Il virus ha raggiunto 7 province e 62 zone sanitarie, dopo la conferma di un nuovo focolaio nella provincia di Sud-Ubangi, nella zona sanitaria di Bulu. Il bilancio resta dunque pesante, ma le autorità definiscono “incoraggiante” il trend nazionale dell’epidemia e ipotizzano che la diffusione possa avere già raggiunto il suo picco.
A indicare un possibile cambio di tendenza è stato anche Patrick Muyaya, portavoce del governo congolese, che sabato ha scritto su X che “il picco è stato raggiunto all’inizio della terza settimana di agosto”. “Tutti gli indicatori mostrano una diminuzione del numero di casi”, ha aggiunto, sottolineando che 10 delle 61 zone sanitarie colpite non hanno registrato nuovi contagi da almeno 21 giorni. Un segnale positivo, ma che non significa che l’emergenza sia terminata. La sorveglianza epidemiologica rimane infatti rafforzata, in particolare nelle province di Ituri e Nord Kivu, nelle aree recentemente colpite e nei territori considerati a rischio. Attualmente sono 923 le persone in isolamento o ricoverate in ospedale, mentre il tasso di mortalità stimato è del 48,3%. Il tracciamento dei contatti ha raggiunto l’88%. Nelle ultime 24 ore monitorate, inoltre, altri 20 pazienti sono stati dichiarati guariti.
La conferma di casi a Sud-Ubangi, provincia al confine con la Repubblica Centrafricana e con la Repubblica del Congo, dimostra però che il virus continua a trovare nuovi spazi di diffusione. L’epidemia è stata ufficialmente dichiarata a metà maggio come la 17ª epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo. Il focolaio è sostenuto dal virus Bundibugyo, una specie meno nota del virus Ebola. La diffusione è partita dall’Ituri, nel nord-est del Paese, per poi estendersi ad altre aree orientali e settentrionali. Si tratta di territori particolarmente difficili da raggiungere, segnati da conflitti armati che durano da decenni, dalla presenza limitata dello Stato e dalla carenza di infrastrutture sanitarie. Sono proprio queste condizioni a rendere particolarmente complessa la risposta all’epidemia: alla necessità di individuare rapidamente i nuovi casi si aggiungono le difficoltà nel garantire assistenza, isolamento, tracciamento dei contatti e sorveglianza in territori spesso remoti.
Uno dei fronti che preoccupa maggiormente è quello dell’Ituri, dove si concentra la maggior parte dei casi registrati finora. Il virus è stato rilevato anche nelle scuole, proprio nei giorni successivi alla ripresa delle lezioni dopo le vacanze estive. Una situazione che ha alimentato la preoccupazione tra famiglie e personale scolastico. “Siamo molto preoccupati”, ha raccontato all’Afp Angele Magani, madre di uno studente di Bunia, capoluogo dell’Ituri. “Siamo molto spaventati, anche se le autorità scolastiche ci rassicurano sulle misure sanitarie adottate”. Le scuole stanno quindi rafforzando le misure di prevenzione. A Bunia, il funzionario scolastico Roger Mungimbo ha spiegato che è stato introdotto un sistema obbligatorio di lavaggio delle mani con acqua e sapone e che si è cercato di limitare il numero degli alunni a un massimo di 30 per classe. Agli studenti viene inoltre ricordato regolarmente di evitare di toccarsi.
La fotografia restituita dagli ultimi dati è quindi quella di un’epidemia che potrebbe aver superato la fase di massima espansione, ma che non può ancora essere considerata sotto controllo. Da una parte, la diminuzione dei casi segnalata dalle autorità e l’assenza di nuovi contagi per almeno 21 giorni in alcune zone rappresentano segnali incoraggianti. Dall’altra, l’estensione geografica dell’epidemia e la comparsa di nuovi casi in Sud-Ubangi mantengono alta l’attenzione. Il dato più significativo resta quello della mortalità: 3.475 morti su 7.200 casi confermati, con un tasso stimato al 48,3%. Per questo la sorveglianza continua a essere considerata essenziale, soprattutto nelle aree dove il virus è arrivato più recentemente. Il possibile raggiungimento del picco non coincide con la fine dell’epidemia: nelle prossime settimane sarà necessario verificare se la riduzione dei casi si consoliderà e se le nuove catene di trasmissione potranno essere rapidamente individuate e interrotte.
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