Tre sessioni di esercizio alla settimana, monitoraggio dei sintomi, pacing (una strategia di gestione delle energie) e attenzione al malessere post-sforzo. Ma il programma dovrà ancora essere testato nella pratica clinica
Per chi convive con il Long Covid, la riabilitazione potrebbe diventare più accessibile anche fuori dai centri specializzati. Un gruppo internazionale di ricercatori ha infatti sviluppato un programma di riabilitazione polmonare domiciliare pensato per le persone con sintomi persistenti dopo l’infezione da SARS-CoV-2 e adattato a un contesto con risorse sanitarie limitate, come quello della Giordania. Il programma è stato costruito attraverso una revisione delle evidenze disponibili e un processo di consenso tra esperti. Il risultato è un modello strutturato ma flessibile, che punta su esercizio fisico, tecniche respiratorie, educazione, gestione dell’energia e monitoraggio dei sintomi. Il lavoro è stato pubblicato su Scientific Reports.
Stanchezza, difficoltà respiratoria, alterazioni cognitive e riduzione della capacità funzionale possono persistere per settimane o mesi dopo l’infezione. In Giordania, secondo i dati richiamati dagli autori, circa il 27% delle persone riferisce sintomi persistenti oltre un mese dopo il Covid-19. La riabilitazione polmonare può contribuire a migliorare capacità di esercizio, dispnea, stato funzionale e qualità della vita. Il problema è l’accessibilità: nei Paesi a basso e medio reddito, i programmi realizzati nei centri possono essere difficili da raggiungere per carenza di infrastrutture, personale e servizi. Da qui l’idea di portare parte della riabilitazione direttamente a casa, utilizzando anche strumenti semplici come il telefono per il follow-up a distanza.
Lo studio ha coinvolto 15 esperti, 12 fisioterapisti e 3 medici della riabilitazione, tutti con almeno cinque anni di esperienza professionale pertinente. Tutti avevano competenze nella riabilitazione polmonare e nella gestione del Long Covid. Il percorso si è sviluppato in due fasi. Prima gli esperti hanno contribuito, attraverso risposte qualitative, a definire e adattare i diversi componenti del programma. Successivamente hanno valutato importanza e fattibilità di ciascuna proposta attraverso una scala da 1 a 5. Su 97 affermazioni complessivamente esaminate, 90, pari al 92,8%, hanno raggiunto il consenso. Le sette escluse non erano considerate poco importanti: il problema era soprattutto la loro difficoltà di applicazione nel contesto sanitario locale.
Il programma prevede una fase intensiva iniziale di 8 settimane, con la possibilità di prolungarla fino a 12 settimane in base ai progressi e alle esigenze individuali, seguita da una fase di mantenimento. Sono previste tre sessioni alla settimana, della durata indicativa di 30-45 minuti. Gli esercizi respiratori e di flessibilità possono essere praticati anche quotidianamente per periodi più brevi, in funzione della tolleranza individuale. Non si tratta però di un programma uguale per tutti. Prima di iniziare è prevista una valutazione della stabilità clinica, della funzionalità respiratoria, delle comorbidità e del carico dei sintomi. Particolare attenzione deve essere dedicata alla presenza di malessere post-sforzo (PEM).
È probabilmente uno degli aspetti più importanti del programma. Nel Long Covid, l’esercizio non viene concepito semplicemente come un’attività da aumentare progressivamente a prescindere dalla risposta dell’organismo. Il programma prevede invece un approccio guidato dai sintomi. Se dopo un’attività compaiono o peggiorano i sintomi, il carico non deve essere aumentato. Può essere necessario ridurlo o sospendere temporaneamente l’attività, concedere più tempo per il recupero e riprendere successivamente da un livello inferiore. Il monitoraggio deve tenere conto anche di un eventuale peggioramento ritardato, che può manifestarsi nelle 24-48 ore successive allo sforzo. È il principio del pacing: distribuire le attività, alternare movimento e riposo, evitare di superare sistematicamente i propri limiti e riconoscere i segnali del corpo.
Il programma è costruito su diversi componenti. Per la parte respiratoria sono previste respirazione diaframmatica e inspiratory muscle training (IMT), cioè allenamento dei muscoli inspiratori. Gli esercizi dovrebbero iniziare a bassa intensità e aumentare gradualmente. Per le persone più sintomatiche, gli esperti hanno indicato sessioni brevi, circa 5-15 minuti, con uno sforzo iniziale contenuto. Per l’attività aerobica la scelta principale è la camminata. Il protocollo proposto indica circa 30 minuti, tre volte alla settimana, con intensità individualizzata e guidata anche dalla scala di Borg, uno strumento utilizzato per misurare quanto una persona percepisce lo sforzo fisico durante un’attività o un esercizio. Per il rafforzamento muscolare vengono invece proposti esercizi semplici come il sit-to-stand, cioè alzarsi e sedersi da una sedia, e gli esercizi con bande elastiche. L’indicazione qualitativa è di circa 1-2 serie da 8-12 ripetizioni, 2-3 volte alla settimana, adattando sempre il carico alla capacità funzionale e alla risposta ai sintomi.
Uno degli elementi più interessanti è la scelta di una modalità di assistenza a distanza a bassa tecnologia. Gli esperti hanno considerato fattibile il follow-up telefonico, mentre hanno espresso maggiori perplessità rispetto a modelli che richiedono tecnologie più complesse o una supervisione più intensa. L’obiettivo è ridurre le barriere legate alla disponibilità di infrastrutture, alle competenze digitali e all’accesso alla tecnologia. Il telefono può quindi diventare lo strumento principale per accompagnare la persona nel percorso, verificando sintomi, aderenza, esercizi effettuati e necessità di modificare il programma. La supervisione è prevista ogni due settimane durante la fase intensiva. La supervisione settimanale, pur considerata importante, non è stata inserita come requisito ordinario perché non è stata ritenuta sufficientemente fattibile nel contesto studiato.
Uno degli obiettivi dichiarati dagli autori è costruire un programma utilizzabile anche dove le risorse sono limitate. L’attrezzatura necessaria è minima: una sedia stabile, una banda elastica, scarpe sportive adeguate, la scala Borg/RPE, un diario dei sintomi e l’accesso al monitoraggio della frequenza cardiaca. I dispositivi per l’allenamento dei muscoli inspiratori possono essere utilizzati quando prescritti e disponibili. Il pulsossimetro può essere impiegato quando indicato, ma non è considerato obbligatorio.
Il programma prevede anche criteri precisi per individuare i segnali d’allarme. L’esercizio deve essere interrotto e la persona rivalutata quando compaiono, tra gli altri:
Quando viene utilizzato un pulsossimetro, gli esperti hanno frequentemente indicato una SpO2 inferiore al 90% come livello che richiede un’escalation.
Non c’è soltanto l’esercizio fisico. Una parte rilevante del programma riguarda l’educazione e l’autogestione. Le persone dovrebbero ricevere indicazioni su:
Anche familiari e caregiver possono essere coinvolti per favorire l’aderenza, ricordare gli esercizi, contribuire al monitoraggio della sicurezza e osservare eventuali cambiamenti dei sintomi Il programma prevede inoltre materiali semplici e culturalmente adattati. Nel contesto giordano, gli esperti hanno indicato come possibili strumenti materiali in arabo, esempi vicini alla vita quotidiana e il coinvolgimento della famiglia.
Non conta soltanto riuscire a fare più esercizio. Tra gli esiti principali da monitorare sono stati individuati stanchezza e qualità della vita, insieme alla capacità funzionale, alla dispnea e allo stato psicologico. Tra gli strumenti proposti ci sono il test sit-to-stand di un minuto, la scala mMRC per la dispnea, la scala Borg/RPE e la HADS per la valutazione psicologica.
Gli stessi ricercatori invitano però alla prudenza. Questo studio non dimostra ancora l’efficacia clinica del programma. Il lavoro rappresenta infatti la fase di sviluppo di un intervento: il programma è stato costruito attraverso evidenze precedenti e consenso di esperti, ma non è ancora stato valutato nella pratica clinica. Inoltre, nella fase di sviluppo non sono state coinvolte direttamente le persone con Long Covid. Gli autori prevedono il loro coinvolgimento nelle successive fasi di valutazione della fattibilità e implementazione. È un limite importante, perché l’esperienza di chi vive quotidianamente la condizione può contribuire a capire quanto un programma sia realmente sostenibile nella vita di tutti i giorni.
Il valore dello studio, dunque, non sta ancora nella dimostrazione di un beneficio clinico, ma nell’aver definito una struttura concreta e relativamente semplice da testare. Il programma combina riabilitazione respiratoria, esercizio aerobico e di resistenza, pacing, educazione e monitoraggio dei sintomi, cercando di conciliare sicurezza e accessibilità. La sfida successiva sarà capire se questo modello, una volta sperimentato, riuscirà davvero a migliorare stanchezza, qualità della vita, capacità funzionale e dispnea nelle persone con Long Covid. Per ora, la ricerca consegna un’indicazione precisa: quando la riabilitazione tradizionale è difficile da raggiungere, un percorso domiciliare guidato, individualizzato e costruito attorno ai sintomi potrebbe rappresentare una strada da esplorare. Ma la parola finale spetterà agli studi clinici.
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