Salute 11 Settembre 2026 14:03

Gaming e Internet: la CBT sembra funzionare soprattutto negli adolescenti più a rischio

Uno studio su 1.793 ragazzi in Germania ha confrontato la terapia cognitivo-comportamentale con l’educazione ai media: il beneficio emerge soprattutto nei giovani più vulnerabili

di Viviana Franzellitti
Gaming e Internet: la CBT sembra funzionare soprattutto negli adolescenti più a rischio

Quanto può essere utile intervenire prima che l’uso di videogiochi e Internet diventi un problema? E soprattutto, ha senso proporre lo stesso tipo di prevenzione a tutti gli adolescenti? A queste domande risponde uno studio randomizzato condotto in Germania e pubblicato il 4 settembre 2026 su JAMA Network Open. La ricerca ha coinvolto 1.793 adolescenti inseriti in programmi scolastici e li ha seguiti per 12 mesi, mettendo a confronto due approcci diversi: un intervento basato sulla terapia cognitivo-comportamentale (CBT) e un programma di educazione all’uso consapevole dei media digitali. Considerando l’intero gruppo, i due interventi non hanno prodotto differenze significative. Il risultato cambia però nei 205 ragazzi identificati come maggiormente a rischio di sviluppare un disturbo da gaming o un uso problematico di Internet. In questo sottogruppo, la CBT ha portato a una riduzione più marcata dei sintomi. Il dato suggerisce che la prevenzione potrebbe essere più efficace quando viene indirizzata ai ragazzi che presentano già segnali di vulnerabilità, invece di utilizzare un unico intervento per tutti.

1.793 adolescenti coinvolti in un programma di prevenzione scolastico

La ricerca, denominata PROTECTconfirm, è stata condotta tra il 2020 e il 2024 in 44 scuole secondarie del Baden-Württemberg, in Germania. Dei 2.198 studenti coinvolti nei programmi scolastici, 1.793 hanno partecipato allo studio. I ragazzi avevano tra 11 e 18 anni, con un’età media di circa 13 anni, e sono stati assegnati casualmente a uno dei due programmi. Entrambi gli interventi prevedevano quattro incontri settimanali di 90 minuti durante l’orario scolastico. I ricercatori hanno poi valutato i ragazzi all’inizio dello studio e dopo 1, 4 e 12 mesi, per verificare l’eventuale comparsa o riduzione di comportamenti problematici legati a videogiochi e Internet.

CBT ed educazione ai media: due modi diversi di fare prevenzione

Il primo programma, chiamato PROTECTtraining, utilizzava tecniche della terapia cognitivo-comportamentale. I ragazzi lavoravano sulla motivazione al cambiamento, sulla gestione delle emozioni, sui pensieri disfunzionali e sulle capacità di affrontare i problemi. L’obiettivo era fornire strumenti concreti per riconoscere e modificare alcuni dei meccanismi che possono favorire comportamenti problematici. Il secondo programma, PROTECTinfo, aveva invece un’impostazione più informativa. Gli adolescenti affrontavano temi come uso dello smartphone, privacy, comunicazione online, videogiochi, cyberbullismo e rischi legati ai media digitali. La differenza principale era quindi nell’approccio: da una parte un intervento orientato a modificare pensieri e comportamenti, dall’altra un programma finalizzato soprattutto ad aumentare la consapevolezza sui rischi del mondo digitale.

Tra tutti gli adolescenti la differenza tra i due programmi è minima

Guardando l’intero gruppo di 1.793 ragazzi, la terapia cognitivo-comportamentale non ha mostrato un vantaggio statisticamente significativo rispetto all’educazione ai media. Dopo 12 mesi, il punteggio medio di gravità dei sintomi era 8,8 nel gruppo CBT e 9,4 nel gruppo di educazione ai media. Il risultato è importante perché evita una conclusione troppo semplice: lo studio non dimostra che la CBT sia più efficace per tutti gli adolescenti. Al contrario, quando viene proposta indistintamente a un’intera popolazione scolastica, il suo vantaggio rispetto a un programma informativo non emerge in modo significativo.

Nei 205 ragazzi più a rischio il risultato cambia

La situazione è diversa quando i ricercatori hanno concentrato l’analisi sui 205 adolescenti considerati ad alto rischio di sviluppare un disturbo da gaming o un disturbo da uso di Internet. In questo gruppo, dopo 12 mesi, il punteggio medio di gravità dei sintomi era 14,7 nei ragazzi che avevano seguito la CBT, rispetto a 17,7 in quelli che avevano partecipato al programma di educazione ai media.

La differenza è risultata statisticamente significativa e indica una maggiore riduzione dei sintomi tra i ragazzi sottoposti all’intervento cognitivo-comportamentale. Al contrario, nei 1.588 adolescenti che non erano considerati ad alto rischio, non sono emerse differenze significative tra i due programmi. Il dato sposta quindi il punto centrale della ricerca: la domanda non è soltanto se la CBT funzioni, ma per quali adolescenti sia più utile.

Sapere che Internet può creare problemi non basta sempre

Lo studio suggerisce che una semplice informazione sui rischi del mondo digitale potrebbe non essere sufficiente per i ragazzi che presentano già una maggiore vulnerabilità. Conoscere i rischi non significa automaticamente riuscire a cambiare comportamento. Quando entrano in gioco difficoltà nella gestione delle emozioni, nel controllo degli impulsi, nell’affrontare i problemi o nel modificare abitudini consolidate, può essere necessario un intervento più strutturato. È proprio su questi aspetti che lavora la CBT, fornendo strategie per riconoscere i meccanismi che mantengono il comportamento problematico e affrontarli in modo diverso. Per questo, nei ragazzi già a rischio, un intervento psicologico mirato può avere un valore maggiore rispetto alla sola educazione digitale.

La prevenzione potrebbe concentrarsi sui ragazzi più vulnerabili

Il risultato non significa che parlare a tutti gli adolescenti di privacy, cyberbullismo, videogiochi e uso consapevole dello smartphone sia inutile. Al contrario, l’educazione digitale può rappresentare una componente importante della prevenzione. La ricerca suggerisce però che prevenzione universale e intervento mirato non sono necessariamente equivalenti. Un possibile modello potrebbe prevedere informazioni di base per tutti gli studenti e, allo stesso tempo, una maggiore attenzione ai ragazzi che mostrano già segnali di rischio, ai quali proporre interventi più specifici. Questo aspetto interessa anche la scuola e i servizi sanitari: individuare precocemente gli adolescenti più vulnerabili potrebbe permettere di concentrare risorse e competenze sui ragazzi che hanno maggiori probabilità di sviluppare un problema, invece di utilizzare lo stesso livello di intervento per tutta la popolazione.

Dalla prevenzione alla presa in carico: il passaggio più importante

Lo studio non significa che ogni ragazzo che utilizza molto Internet o gioca frequentemente ai videogiochi debba essere considerato malato o sottoposto a una terapia. L’uso intenso della tecnologia, da solo, non equivale a una diagnosi. Diventa invece importante prestare attenzione quando compaiono perdita di controllo, comportamenti persistenti e conseguenze sulla vita quotidiana, per esempio sulla scuola, sulle relazioni o sul benessere psicologico. In questi casi, riconoscere precocemente il rischio può facilitare l’accesso a un supporto adeguato. È questo il principale messaggio che arriva dalla ricerca: non serve necessariamente fare più prevenzione, ma fare una prevenzione più mirata. Per le scuole e per i servizi di salute mentale significa poter distinguere tra l’esigenza di informare tutti gli adolescenti e quella, più specifica, di offrire un intervento psicologico ai ragazzi che mostrano una reale vulnerabilità.

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