Sanità 10 Settembre 2026 18:05

Anziani non autosufficienti, intesa sul nuovo Piano nazionale: più integrazione tra cure, assistenza e servizi sociali

Via libera in Conferenza Unificata al Piano 2025-2027. Al centro presa in carico integrata, domicilio, Punti unici di accesso e sostegno alle famiglie.

di CDRR
Anziani non autosufficienti, intesa sul nuovo Piano nazionale: più integrazione tra cure, assistenza e servizi sociali

Un percorso meno frammentato, nel quale la persona anziana e la sua famiglia non debbano essere lasciate sole a mettere insieme assistenza sanitaria, servizi sociali, interventi domiciliari e sostegni economici. È questa, almeno nelle intenzioni, la direzione del nuovo Piano nazionale per l’assistenza e la cura della fragilità e della non autosufficienza nella popolazione anziana 2025-2027, sul quale oggi è stata sancita l’intesa in Conferenza Unificata.

Il Piano è uno dei passaggi attraverso i quali prende forma la riforma delle politiche per le persone anziane avviata con la legge 33 del 2023 e attuata dal decreto legislativo 29 del 2024. E non va confuso con il Piano nazionale per la non autosufficienza 2025-2027, già adottato nei mesi scorsi: i due strumenti sono strettamente collegati, ma hanno funzioni diverse. Il nuovo Piano concentra infatti la programmazione sulla fragilità e sulla non autosufficienza nella popolazione anziana e prova a mettere in relazione, dentro un unico disegno, interventi sanitari, sociali e sociosanitari.

Dalla somma dei servizi a un percorso più integrato

Il punto forse più importante, dal punto di vista di chi ha bisogno concretamente di assistenza, riguarda il tentativo di costruire una presa in carico realmente integrata.

Il decreto legislativo 29 individua nei Punti unici di accesso, i PUA, uno degli snodi centrali del percorso. È qui che devono essere raccolte le richieste, fornite informazioni e orientamento e, quando necessario, attivata la valutazione multidimensionale della persona. Il modello punta a far lavorare insieme professionalità sanitarie e sociali, raccordando Servizio sanitario e Ambiti territoriali sociali.

Non si tratta quindi soltanto di individuare quali prestazioni spettino alla persona, ma di leggere contemporaneamente le condizioni cliniche, il livello di autonomia, il contesto familiare, abitativo e sociale.

Da questa valutazione deve nascere il Piano assistenziale individualizzato, nel quale vengono indicati obiettivi di cura, interventi necessari, intensità dell’assistenza e responsabilità dei diversi professionisti. Il progetto deve considerare anche il ruolo della famiglia e degli altri soggetti coinvolti nella cura.

È probabilmente qui che si misura una delle principali ambizioni della riforma: provare a passare da una serie di prestazioni che spesso seguono canali amministrativi differenti a un percorso costruito intorno alla persona.

Zaffini: «La riforma comincia a diventare una politica concreta dello Stato»

A sottolineare il valore del passaggio è anche Francesco Zaffini, presidente della Commissione Lavoro, Sanità e Previdenza sociale del Senato e relatore della legge sulla riforma dell’assistenza agli anziani.

«La riforma degli anziani non è più soltanto una legge: oggi comincia a diventare una politica concreta dello Stato. L’intesa raggiunta in conferenza Stato-Regioni sul primo Piano nazionale per l’assistenza e la cura della fragilità e della non autosufficienza rappresenta un passaggio fondamentale e dà attuazione a una parte importante della riforma che abbiamo costruito con la legge 33», afferma Zaffini.

«Come relatore della legge 33 del 2023 – prosegue – ho seguito direttamente un percorso che aveva l’obiettivo di dare finalmente all’Italia una strategia organica per affrontare l’invecchiamento della popolazione e la non autosufficienza. Oggi quella riforma entra nella sua fase più importante: quella dell’attuazione concreta».

Secondo Zaffini, «per la prima volta il nostro Paese dispone di una programmazione nazionale specificamente dedicata agli anziani fragili e non autosufficienti, che integra assistenza sanitaria e sociale, servizi territoriali e domiciliari, prevenzione e sostegno alle famiglie e ai caregiver».

Restare a casa quando è possibile

Un altro asse importante riguarda proprio la domiciliarità. Il Piano si colloca nel percorso già avviato con la definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni sociali e con il rafforzamento dell’assistenza territoriale: l’obiettivo è sostenere, quando le condizioni lo consentono, la permanenza dell’anziano nel proprio ambiente di vita.

Questo significa non limitarsi all’assistenza sanitaria domiciliare, ma considerare anche gli interventi necessari per affrontare le attività quotidiane, gli adattamenti dell’abitazione, l’impiego di tecnologie e gli strumenti di teleassistenza, oltre ai servizi che possano alleggerire temporaneamente il carico delle famiglie.

Il tema non è secondario. Per molte persone non autosufficienti la possibilità di continuare a vivere a casa dipende infatti non soltanto dalla disponibilità di visite o prestazioni sanitarie, ma dall’esistenza di una rete in grado di sostenere concretamente la vita quotidiana.

È un obiettivo richiamato anche da Zaffini: «La sfida demografica ci impone di costruire un modello capace di prevenire la fragilità, preservare il più a lungo possibile l’autonomia e fare della casa, quando possibile, il primo luogo di vita e di cura. La legge 33 ha posto le basi di questo nuovo modello e il Piano approvato oggi rappresenta un passo concreto per garantire più autonomia, dignità e qualità della vita agli anziani e alle loro famiglie».

Anche il caregiver entra nel progetto di assistenza

Nel nuovo impianto il bisogno della persona anziana viene letto insieme al contesto nel quale vive. La valutazione deve prendere in considerazione anche il nucleo familiare e nel progetto individuale deve essere definito l’apporto della famiglia e degli altri soggetti coinvolti nella cura.

È un passaggio importante soprattutto nei casi in cui l’assistenza quotidiana ricade in larga misura su un coniuge, un figlio o un altro caregiver. La continuità delle cure, in questi casi, dipende spesso dalla capacità di accompagnare e sostenere anche chi presta assistenza, prevedendo servizi di sollievo o soluzioni temporanee quando il caregiver non è in grado di garantire la propria presenza.

Su questo terreno, tuttavia, la differenza sarà fatta soprattutto dalla capacità dei territori di trasformare la programmazione nazionale in servizi effettivamente disponibili.

Le risorse e il raccordo con il Fondo per la non autosufficienza

Il nuovo Piano si intreccia strettamente con il Fondo per le non autosufficienze. Il Piano nazionale per la non autosufficienza 2025-2027, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso giugno, indica risorse complessive pari a circa tre miliardi di euro nel triennio: 982,255 milioni nel 2025, 934,570 milioni nel 2026 e 1,108 miliardi nel 2027.

All’interno di questa dotazione, 250 milioni di euro per ciascun anno sono destinati agli interventi rivolti alle persone anziane non autosufficienti per la realizzazione dei Livelli essenziali delle prestazioni sociali secondo quanto previsto dal nuovo Piano. Altri 50 milioni annui sono destinati al personale con professionalità sociale necessario a rafforzare i Punti unici di accesso.

Anche su questo aspetto Zaffini insiste: «È importante anche la dimensione delle risorse: nel triennio 2025-2027 il Fondo nazionale per le non autosufficienze dispone complessivamente di 3 miliardi di euro per sostenere i nuovi Piani previsti dalle riforme per gli anziani e per la disabilità. La riforma, dunque, non resta sul piano dei principi, ma comincia a tradursi in programmazione, risorse e interventi».

La disponibilità delle risorse, tuttavia, rappresenta soltanto una parte della partita. Il passaggio successivo sarà capire quanto queste somme riusciranno a produrre servizi riconoscibili, accessibili e sufficientemente omogenei nei diversi territori.

La vera prova sarà nei territori

Ed è probabilmente questo il punto che interessa di più cittadini, famiglie e associazioni. L’intesa nazionale fissa un quadro comune, ma una parte decisiva della sua realizzazione passerà dalle Regioni, dagli Ambiti territoriali sociali, dai distretti sanitari e dalle aziende sanitarie.

La programmazione dovrà tradursi in atti regionali capaci di organizzare concretamente l’integrazione sociosanitaria, il funzionamento dei PUA, la valutazione multidimensionale, i progetti assistenziali e l’offerta domiciliare.

La questione sarà quindi capire se strumenti come il Punto unico di accesso, la valutazione multidimensionale e il Piano assistenziale individualizzato riusciranno a funzionare con modalità e tempi sufficientemente comparabili in territori che oggi presentano organizzazioni e dotazioni di servizi molto differenti.

Per una famiglia che assiste una persona anziana non autosufficiente, del resto, la riforma avrà successo non quando aumenteranno gli acronimi o gli atti di programmazione, ma quando sarà più semplice capire dove rivolgersi, chi prende in carico il caso e quali servizi possono essere realmente attivati.

L’intesa raggiunta oggi segna dunque un passaggio importante, ma non conclusivo. Il disegno della riforma è ormai definito con maggiore precisione; da questo momento la sfida si sposta soprattutto sull’attuazione e sulla capacità di trasformare il Piano in una rete di assistenza che anziani e famiglie possano effettivamente incontrare nei territori.