Lavoro e Professioni 10 Settembre 2026 17:33

Atto medico nell’era dell’IA: una nuova definizione per una sanità che cambia

Al centro il ruolo della decisione clinica, i confini della responsabilità professionale e il rapporto con pazienti sempre più immersi in una sanità digitale e complessa.

di CDRR
Atto medico nell’era dell’IA: una nuova definizione per una sanità che cambia

Che cosa fa, davvero, un medico? E soprattutto: che cosa continuerà a fare il medico quando algoritmi e sistemi di intelligenza artificiale saranno in grado di analizzare immagini, correlare migliaia di dati clinici, suggerire diagnosi e indicare possibili trattamenti?

Sono domande che fino a pochi anni fa potevano sembrare teoriche. Oggi riguardano invece il funzionamento quotidiano della sanità e, ancora prima, il rapporto di fiducia tra medico e paziente.

La medicina cambia insieme agli strumenti che utilizza, ai contesti in cui viene praticata e alle aspettative di chi vi si rivolge. Negli ultimi anni questo processo ha subito una forte accelerazione: la telemedicina ha ampliato i luoghi della cura, l’intelligenza artificiale ha iniziato a entrare nei percorsi diagnostici e decisionali, mentre il lavoro sanitario è diventato sempre più multiprofessionale e interconnesso.

In questo scenario si inserisce il lavoro dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Roma presieduto da Antonio Magi, che ha provato a interrogarsi su che cosa significhi oggi parlare di “atto medico”. La riflessione è confluita nel volume “Etica e atto medico. Riflessioni e proposte”, curato da Francesca Gambetti (Tab Edizioni), e in un parallelo “Documento Atto Medico” elaborato dalla Commissione interna dell’OMCeO e presentati oggi a Montecitorio.

Il punto di partenza è la consapevolezza che non tutto ciò che avviene nel percorso di cura coincide con l’atto medico in senso stretto e che, proprio per questo, può essere utile provare a distinguere meglio i diversi livelli dell’assistenza. Da una parte ci sono le prestazioni, le procedure, gli accertamenti, che sempre più spesso coinvolgono competenze diverse e si svolgono all’interno di équipe articolate. Dall’altra c’è quel momento, meno visibile ma centrale, in cui le informazioni vengono interpretate e tradotte in una decisione clinica.

Dove si colloca oggi la decisione clinica

È su questo passaggio che il documento insiste maggiormente. La cosiddetta deliberazione clinica viene descritta come il momento in cui il medico mette insieme dati, evidenze scientifiche, esperienza, condizioni specifiche del paziente e implicazioni etiche per arrivare a una scelta. Non si tratta quindi soltanto di applicare una procedura, ma di valutare quale indicazione possa essere più appropriata in una situazione concreta.

La distinzione assume un significato particolare oggi, quando una parte crescente delle informazioni può essere elaborata con il supporto di sistemi digitali e strumenti di intelligenza artificiale. Questi strumenti possono offrire un aiuto molto importante: permettono di analizzare grandi quantità di dati, riconoscere correlazioni, suggerire ipotesi, velocizzare alcuni processi. Ma il tema posto dall’OMCeO è soprattutto quello di capire dove collocare la responsabilità della scelta finale.

Secondo l’impostazione proposta dall’Ordine, infatti, l’esecuzione di determinate procedure può essere condivisa all’interno di un’équipe multidisciplinare, mentre il giudizio clinico resta legato alla responsabilità del medico, chiamato a integrare evidenze scientifiche, valori etici e storia del paziente.

Ed è qui che il discorso sull’atto medico esce dal perimetro strettamente professionale e interessa anche il cittadino.

Per chi entra in contatto con il sistema sanitario, infatti, non è sempre facile comprendere come nasce una decisione. Un referto può essere prodotto con il supporto di un software, un percorso può essere orientato da un algoritmo, una priorità può derivare da criteri standardizzati. Tutto questo può migliorare l’efficienza e, in molti casi, anche l’accuratezza. Ma può anche rendere meno immediata la percezione di chi stia realmente valutando il caso e assumendo la responsabilità di ciò che viene proposto.

La riflessione promossa dall’Ordine sembra muoversi proprio in questa direzione: ricordare che l’innovazione tecnologica non elimina il bisogno di un soggetto che interpreti le informazioni, le inserisca nella storia clinica della persona e possa spiegare il senso di una scelta.

Il rapporto di fiducia con il cittadino

È un aspetto che tocca direttamente il rapporto di fiducia. Nella presentazione del volume, il presidente dell’OMCeO di Roma, Antonio Magi, lega infatti l’autonomia dell’atto medico proprio a questa dimensione: “Difendere l’autonomia e l’identità dell’atto medico significa in ultima analisi preservare la relazione di fiducia con il cittadino e tutelare la democrazia stessa”.

Il riferimento alla democrazia allarga molto il campo, ma può essere letto anche attraverso aspetti piuttosto concreti della quotidianità della cura. Fidarsi di un medico non significa soltanto attribuirgli una competenza tecnica. Significa sapere che dietro una decisione c’è un professionista che può motivarla, discuterla con il paziente, modificarla quando necessario e assumersene la responsabilità.

In una sanità sempre più complessa questo passaggio rischia talvolta di diventare meno evidente. Il cittadino entra spesso in contatto con singoli frammenti del percorso: una visita, un esame, un referto, una prescrizione, una prenotazione, un consulto a distanza. Ogni passaggio può essere appropriato, eppure non sempre è semplice coglierne il filo complessivo.

Da questo punto di vista, la ridefinizione dell’atto medico può essere letta anche come un tentativo di restituire maggiore chiarezza a un sistema che, mentre diventa più sofisticato, può apparire al paziente anche più difficile da decifrare.

Il tema riguarda, del resto, il modo stesso in cui è cambiata la percezione del medico. Per molto tempo questa figura è stata associata a un’autorità fondata soprattutto sul possesso di un sapere difficilmente accessibile al paziente. Oggi questa rappresentazione appare molto meno aderente alla realtà. Le informazioni sanitarie sono ovunque, i cittadini arrivano spesso alla visita dopo aver consultato siti web, social network, piattaforme digitali e, sempre più frequentemente, strumenti di intelligenza artificiale. La conoscenza medica, inoltre, si costruisce dentro reti di professionisti, tecnologie e sistemi organizzativi molto più articolate rispetto al passato.

Non significa necessariamente che il medico perda centralità. Potrebbe piuttosto cambiare il motivo per cui viene considerato centrale. Non più soltanto perché possiede informazioni che il paziente non possiede, ma perché è chiamato a selezionarle, metterle in relazione e attribuire loro un significato all’interno della storia concreta di una persona.

È forse proprio in questo passaggio che la discussione sull’atto medico diventa più interessante.

Se un sistema di intelligenza artificiale può contribuire a formulare un’ipotesi diagnostica o suggerire possibili opzioni terapeutiche, ciò che il cittadino può continuare a cercare nel medico non è semplicemente “la risposta”, ma una valutazione che tenga insieme il dato clinico e la persona. Due pazienti con la stessa patologia possono avere condizioni generali, priorità, fragilità e aspettative molto diverse. La medicina si trova continuamente a confrontarsi con questa variabilità, che non sempre può essere ricondotta a uno schema.

Un lavoro multidisciplinare

Non a caso il volume insiste sulla dimensione umana e relazionale della cura. Francesca Gambetti osserva che il medico non è più una figura isolata né l’unico depositario di un sapere specialistico, ma si trova al centro di un sistema multiprofessionale. Allo stesso tempo, avverte, algoritmi, protocolli e linee guida possono favorire una progressiva trasformazione della cura in una sequenza impersonale di prestazioni tecniche, se non vengono inseriti all’interno di una relazione capace di conservare ascolto e capacità di valutazione.

Il lavoro nasce proprio da un confronto molto ampio tra discipline e competenze diverse. Oltre alla curatrice Francesca Gambetti e alla presentazione del presidente dell’OMCeO Roma Antonio Magi, il volume raccoglie i contributi di Maria Cristina Amoretti, Antonio Da Re, Mario De Caro, Gaetana Natale, Giovanni Scarafile, Corrado Bibbolino, Velia Bruno, Gianfranco Damiani, Barbara Rossi, Marinella D’Innocenzo, Aldo Di Blasi, Adolfo Pagnanelli, Silvia Iorio, Valentina Gazzaniga, Andrea Isidori, Maria Grazia Tarsitano, Giuseppe Quintavalle, Dalila Ranalletta, Fabio Palazzo e Bruno Zuccarelli.

Un insieme di voci provenienti da ambiti clinici, filosofici, giuridici, economici e organizzativi, coerente con l’intenzione di affrontare l’atto medico non solo come questione professionale, ma come tema più generale che riguarda il modo in cui la sanità si sta trasformando.

Anche il documento programmatico riflette questa impostazione e individua tre dimensioni dell’agire medico: la deliberazione clinica, la prestazione sanitaria e le attività di ricerca, formazione e organizzazione. L’atto medico, dunque, non viene fatto coincidere soltanto con il gesto clinico o chirurgico, ma viene ricondotto a un processo più ampio che comprende la decisione, la relazione con il paziente e il contesto nel quale le cure vengono organizzate.

In questo quadro anche il consenso informato acquista un significato meno burocratico. Se il paziente deve essere partecipe delle decisioni che riguardano la propria salute, diventa importante che possa comprendere non soltanto quale trattamento gli viene proposto, ma anche come si è arrivati a quella proposta e quali elementi sono stati presi in considerazione.

L’intelligenza artificiale rende probabilmente questa esigenza ancora più evidente. Più gli strumenti utilizzati diventano complessi, più può diventare difficile per un cittadino capire quale peso abbiano avuto nel proprio percorso e quanto, invece, sia frutto della valutazione del professionista.

Una centralità che cambia forma

Il rapporto tra medicina e tecnologia, allora, potrebbe essere meno semplice di una contrapposizione tra uomo e macchina. L’intelligenza artificiale non arriva necessariamente per sostituire il medico e la sua utilità in molti ambiti della sanità è già evidente. Il problema sembra piuttosto quello di capire come inserirla nella relazione di cura senza rendere più difficile individuare responsabilità, motivazioni e passaggi decisionali.

Anche perché la sanità digitale non modifica soltanto il modo in cui lavorano i professionisti. Sta cambiando lentamente anche le aspettative dei cittadini.

Abituati a ottenere in pochi secondi informazioni e risposte attraverso smartphone e piattaforme digitali, potremmo essere portati a immaginare che lo stesso modello possa essere trasferito integralmente alla medicina. Ma un’informazione sanitaria, anche molto accurata, non è sempre sufficiente a orientare una scelta. Talvolta il problema non consiste nel sapere quale possibilità esista, ma nel capire quale tra diverse possibilità abbia senso per quella persona, in quel momento della sua vita.

Da qui emerge forse una nuova forma di centralità del medico: meno legata all’esclusività del sapere e più alla capacità di governare la complessità.

La proposta dell’OMCeO di Roma non pretende di chiudere una discussione che, con ogni probabilità, accompagnerà a lungo l’evoluzione della sanità. Lo stesso Ordine presenta questa definizione come una guida aperta ai futuri progressi scientifici.

Per il cittadino, però, questo confronto può avere già oggi un significato piuttosto concreto. In una sanità nella quale una quota crescente di dati, immagini e informazioni sarà elaborata da tecnologie sempre più sofisticate, probabilmente non diminuirà il bisogno di sapere chi sta tenendo insieme tutti questi elementi.

La domanda, insomma, potrebbe non essere soltanto quanto sia intelligente la tecnologia che entra negli ospedali e negli ambulatori. Sempre più spesso sarà anche capire chi la usa, come la interpreta e in che modo quella capacità di calcolo entra nella relazione tra una persona e chi se ne prende cura.

È anche da questa risposta che potrà dipendere una parte della fiducia dei cittadini nella sanità dei prossimi anni.