I primi dati del progetto OPS! mostrano bisogni sociali, relazionali e informativi che spesso precedono l’accesso in emergenza.
La fragilità che arriva in Pronto Soccorso non coincide sempre con la gravità clinica. Può essere solitudine, disorientamento, difficoltà cognitive, barriere linguistiche, assenza di una rete sociale o fatica nel comprendere percorsi e informazioni sanitarie. E, in molti casi, comincia molto prima dell’evento che porta all’accesso in emergenza.
È quanto emerge dai primi risultati del progetto di ricerca-azione OPS!, attivo nei Pronto Soccorso di Bologna e Imola (bella fopto il gruppo di studio) e rilanciato a pieno ritmo nei primi mesi del 2026. L’iniziativa coinvolge studenti e studentesse dell’Università di Bologna in attività di accoglienza, ascolto, informazione e osservazione nelle sale di attesa, con l’obiettivo di comprendere meglio i bisogni delle persone e sperimentare modalità per umanizzare l’esperienza in Pronto Soccorso.
Il progetto è promosso da Alma Mater, Azienda USL di Bologna, IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna, Istituto Ortopedico Rizzoli, Ausl Imola e Regione Emilia-Romagna, con l’ideazione e il coordinamento del Centro Antartide.
Fragilità sociali accanto ai bisogni clinici
Una prima codifica esplorativa di 16 diari osservativi raccolti sul campo restituisce un quadro in cui la fragilità è una presenza costante, spesso poco visibile.
Tutti i diari segnalano la presenza quotidiana nei Pronto Soccorso di pazienti over 75, persone con ridotta mobilità, disabilità o difficoltà cognitive e sensoriali. In 15 diari su 16 emergono già in sala di attesa forme di sofferenza emotiva o sociale, tra cui ansia, paura, solitudine e disagio psichico, preesistenti rispetto all’ingresso in Pronto Soccorso.
Particolarmente fragili risultano le persone con reti sociali carenti e una distanza significativa dai servizi territoriali. Anche i caregiver emergono come una categoria esposta, spesso unici punti di riferimento per la persona assistita e a loro volta portatori di bisogni logistici e umani.
Disorientamento e barriere durante l’attesa
Accanto alle fragilità già presenti prima dell’accesso, il progetto individua anche condizioni che possono svilupparsi o intensificarsi all’interno del Pronto Soccorso.
In 13 diari su 16 compaiono disorientamento e difficoltà nel comprendere i monitor, le chiamate o i percorsi tra i reparti. In 9 diari emergono invece barriere linguistiche o culturali.
A queste si aggiungono esigenze apparentemente semplici ma rilevanti durante l’attesa: mettersi in contatto con un familiare, trovare un caricabatterie per il cellulare, ricevere spiegazioni, essere ascoltati e sentirsi riconosciuti come persone.
Bisogni che, in un contesto caratterizzato da forte pressione e da priorità prevalentemente cliniche, non sempre possono essere intercettati in modo continuativo dagli operatori sanitari.
OPS! come ponte tra persone e servizi
Gli operatori del progetto intervengono proprio su questo terreno, offrendo ascolto, orientamento e piccoli aiuti concreti nelle sale di attesa.
Le rilevazioni precedenti avevano già mostrato, durante la presenza di OPS!, un aumento della percezione di ascolto e accoglienza dal 64% all’80%, mentre le valutazioni positive sulla qualità delle informazioni erano passate dal 43% al 55%.
La nuova fase della ricerca approfondisce in particolare i temi della fragilità, dell’aggressività e delle dinamiche relazionali nei contesti dell’emergenza-urgenza.
La necessità di integrare sociale e sanitario
I primi dati del 2026 indicano che umanizzare l’attesa non significa solo renderla più confortevole, ma riconoscere bisogni che spesso non trovano spazio nella cartella clinica.
Il Pronto Soccorso, grazie alla possibilità di accesso continuo, intercetta infatti non soltanto necessità sanitarie, ma anche problemi sociali, relazionali e assistenziali che riguardano l’intera comunità.
Da qui, secondo il progetto, emerge la necessità di rafforzare la sinergia tra servizi sanitari e sociali, non solo nella gestione delle situazioni già emerse, ma anche attraverso interventi sul territorio capaci di intercettare prima le condizioni di rischio e di fragilità.