Miani (SIMA): "Non conta solo il picco, ma soprattutto la durata dell'esposizione. Il caldo prolungato aumenta lo stress sull'organismo e riduce anche attenzione e capacità decisionale"
L’estate 2026 entra nella storia climatica italiana come la più calda dal 1950. Secondo le analisi dell’Istituto per la bioeconomia del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR-Ibe), la temperatura media nazionale nei mesi estivi ha raggiunto i 24,3°C a due metri dal suolo, superando il precedente record del 2003, fermo a 23,6°C. Un dato che, per la Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima), deve essere letto soprattutto in termini di salute pubblica. Perché il problema non è soltanto quanto salgono le temperature, ma quanto a lungo il corpo è costretto a sopportarle e quanto riesce a recuperare tra un’ondata di calore e l’altra. “Il problema non è soltanto il picco delle temperature, ma riguarda soprattutto la durata dell’esposizione – spiega il presidente Sima, Alessandro Miani –. Ondate prolungate e temperature elevate anche durante la notte riducono la capacità dell’organismo di recuperare, rendendo lo stress termico progressivamente cumulativo”. Le conseguenze possono riguardare diversi sistemi dell’organismo, con disidratazione, colpi di calore e aggravamento di patologie cardiovascolari, respiratorie, renali e metaboliche. Ma il caldo estremo può avere effetti anche sulle funzioni cognitive. “Anche il funzionamento cognitivo può risentirne: attenzione, concentrazione, capacità decisionale e performance possono diminuire”, aggiunge Miani.
Il caldo estremo diventa anche un problema di sicurezza sul lavoro
È proprio sul terreno del lavoro che l’emergenza climatica assume una dimensione ancora più concreta. Temperature elevate e prolungate non rappresentano infatti soltanto un problema di comfort, ma possono incidere sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori. “Le temperature estreme non sono più soltanto un problema di comfort. Sono un problema di salute, sicurezza e produttività – sottolinea Miani –. Un lavoratore sottoposto a stress termico si affatica più rapidamente, può perdere concentrazione e aumentare il rischio di errore e incidente”. Il fenomeno riguarda in modo evidente chi lavora all’aperto, ma non si limita ai cantieri, all’agricoltura o alle attività esposte direttamente al sole. Anche fabbriche, uffici e altri ambienti indoor possono diventare problematici quando le temperature raggiungono livelli eccessivi. I dati del CNR confermano inoltre la particolare intensità del 2026: agosto ha fatto registrare una temperatura media nazionale di 25,6°C, con un’anomalia di +5,2°C rispetto alla climatologia 1951-1980 e di +3,5°C rispetto alla media 1991-2020. È stato inoltre il mese di agosto più caldo della serie, superando i precedenti record del 2024 e del 2017.
“Non possiamo più considerare il caldo estremo un’emergenza occasionale”
Per Sima, il dato del 2026 impone un cambio di prospettiva. Le città e i luoghi di lavoro devono essere ripensati tenendo conto di condizioni climatiche che non possono più essere considerate eccezionali. “Estati come quella del 2026 non possono più essere affrontate come emergenze occasionali – prosegue Miani –. Dovremo adattare città, edifici e organizzazione del lavoro: più verde e ombreggiamento, ambienti capaci di garantire condizioni termiche più sicure, una migliore gestione degli orari e strategie specifiche per proteggere i lavoratori durante le ondate di calore”. Le analisi del CNR mostrano, inoltre, che nei mesi di giugno, luglio e agosto Roma, Firenze e Torino sono state più volte interessate da ondate di calore, definite come periodi nei quali le temperature massime hanno superato il 90° percentile per almeno sei giorni consecutivi. “Non siamo più di fronte a un fenomeno che appartiene soltanto al futuro. È già una nuova condizione ambientale e sanitaria con cui dobbiamo imparare a convivere e alla quale dobbiamo rapidamente adattarci”, conclude Miani
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