One Health 7 Settembre 2026 11:35

Quanto verde serve davvero per stare meglio? La ricerca prova a misurare la “dose”

Uno studio della Shanghai Jiao Tong University ha seguito 43 studenti per sei settimane, utilizzando anche i dati raccolti con Apple Watch. Durata, frequenza e tempo complessivo trascorso nel verde possono essere associati a diversi indicatori di salute mentale e fisiologica

di Viviana Franzellitti
Quanto verde serve davvero per stare meglio? La ricerca prova a misurare la “dose”

Non basta più chiedersi se stare nella natura faccia bene: la domanda, ora, è quanto tempo bisogna trascorrere nel verde e con quale frequenza per ottenere i possibili benefici. A cercare di rispondere è uno studio condotto da ricercatori della Shanghai Jiao Tong University, in Cina, e pubblicato sulla rivista Environmental Research. Il lavoro ha coinvolto 43 studenti universitari sani, 22 uomini e 21 donne, con un’età media di circa 23 anni, seguiti per sei settimane attraverso valutazioni psicologiche e dati raccolti con dispositivi indossabili. L’obiettivo era analizzare in modo più preciso il rapporto tra esposizione agli spazi verdi e diversi aspetti del benessere, dal sonno al funzionamento durante il giorno fino agli indicatori emotivi e alla variabilità della frequenza cardiaca. I risultati non individuano una singola quantità di natura valida per tutti, ma suggeriscono che durata della singola esposizione, numero di visite e tempo complessivo settimanale possono essere associati a esiti differenti.

Dalla domanda “fa bene?” alla domanda “quanto serve?”

Negli ultimi anni numerosi studi hanno collegato il contatto con gli ambienti naturali a stress, umore, qualità del sonno e benessere psicologico. Il problema è che gran parte delle ricerche precedenti si è concentrata sulla presenza o sull’assenza di verde intorno alle abitazioni oppure ha utilizzato questionari per chiedere alle persone quanto spesso frequentassero parchi e altri ambienti naturali. Questo rende più difficile stabilire quanto dura realmente l’esposizione, quante volte viene ripetuta e quale sia il tempo complessivo trascorso nel verde. Il nuovo studio ha cercato di superare almeno in parte questo limite utilizzando il monitoraggio tramite smartwatch e osservando contemporaneamente diverse dimensioni dell’esposizione.

43 studenti monitorati per sei settimane

I partecipanti erano 43 studenti sani della Shanghai Jiao Tong University, con un’età media di 23,14 anni. Nel periodo di osservazione hanno effettuato in media 3,68 visite settimanali agli spazi verdi, trascorrendo circa 28 minuti per singola esposizione e raggiungendo una media di circa 104 minuti complessivi a settimana. I ricercatori hanno combinato le informazioni sull’esposizione al verde con valutazioni validate della qualità del sonno e dello stato psicologico e con indicatori fisiologici ricavati dal dispositivo indossabile, tra cui la variabilità della frequenza cardiaca (HRV). L’utilizzo di dati raccolti nel corso della vita quotidiana ha permesso di osservare l’esposizione in maniera più dettagliata rispetto ai tradizionali questionari basati sul ricordo dei partecipanti.

17-35 minuti: la durata associata agli indicatori del sonno

Uno dei risultati più interessanti riguarda la durata della singola esposizione. Le analisi hanno individuato un’associazione tra sessioni di circa 17-35 minuti trascorse nel verde e alcuni indicatori legati al sonno. Il dato non significa che dopo 17 minuti inizi automaticamente un effetto benefico, né che 35 minuti rappresentino una soglia terapeutica. Si tratta di una relazione statistica osservata all’interno di questo specifico gruppo di studenti. Tuttavia, il risultato è interessante perché suggerisce che anche periodi relativamente brevi di esposizione, inseriti nella normale routine quotidiana, possono meritare ulteriori studi come possibile componente di strategie di promozione del benessere.

Tre volte alla settimana per il funzionamento durante il giorno

Un altro elemento emerso dall’analisi riguarda la frequenza delle esposizioni. Circa tre visite settimanali agli spazi verdi hanno mostrato le associazioni più forti con gli indicatori di funzionamento durante il giorno. In altre parole, non sembra essere importante soltanto quanto dura una singola permanenza nel verde: anche la ripetizione dell’esposizione nel corso della settimana potrebbe avere un ruolo. È proprio questo uno degli aspetti che distingue il lavoro da una semplice conferma del principio secondo cui “la natura fa bene”: i ricercatori hanno cercato di capire se quantità diverse di esposizione fossero collegate a risultati differenti.

70-120 minuti alla settimana e gli indicatori emotivi

Quando l’attenzione si è spostata sul tempo cumulativo trascorso nel verde, è emersa un’altra fascia interessante: circa 70-120 minuti complessivi alla settimana sono risultati associati a esiti emotivi e a differenze nei pattern dell’HRV. Anche in questo caso il dato va interpretato con cautela. Non significa che due ore di parco alla settimana costituiscano una “dose” prescrivibile per prevenire ansia o depressione. Significa piuttosto che, nel campione studiato, una determinata quantità complessiva di esposizione era associata a specifici indicatori psicologici e fisiologici.

Non esiste ancora una “prescrizione verde” per la salute mentale

È probabilmente questo il punto più importante da chiarire. Nonostante il titolo dello studio utilizzi il concetto di “green dose”, i risultati non identificano una dose universale di natura da prescrivere ai pazienti. Lo studio è osservazionale, il campione è piccolo e composto da giovani adulti sani di una singola università. Inoltre, le associazioni osservate non dimostrano che sia stata proprio l’esposizione al verde a provocare i cambiamenti negli indicatori considerati. Potrebbero intervenire altri fattori, dalle abitudini personali all’attività fisica, dalle condizioni ambientali al contesto sociale. Gli stessi autori sottolineano, infatti, che il lavoro rappresenta soprattutto un’esplorazione delle relazioni tra le diverse dimensioni dell’esposizione e gli esiti di salute.

Per i pazienti, oggi, non sostituisce una cura

Il risultato non cambia quindi le indicazioni terapeutiche per chi soffre di depressione, disturbi d’ansia, insonnia o altre condizioni di salute mentale. Una passeggiata nel parco non può essere considerata un sostituto di una valutazione clinica o di un trattamento quando questi sono necessari. Il possibile interesse sanitario è un altro: se ulteriori studi confermassero queste associazioni, l’accesso agli spazi verdi potrebbe diventare uno degli elementi da considerare nelle strategie di prevenzione e promozione della salute, soprattutto perché si tratta di un’attività potenzialmente semplice e a basso costo.

Il problema dell’accesso al verde è anche una questione di salute

Ed è qui che il risultato assume una dimensione che va oltre la curiosità scientifica. Se il contatto regolare con gli spazi verdi dovesse dimostrarsi realmente utile per il benessere psicofisico, non tutte le persone partirebbero dalla stessa condizione. La disponibilità di parchi, giardini pubblici e aree naturali varia infatti tra quartieri e territori, così come la loro sicurezza, qualità e accessibilità. Una possibile applicazione futura della ricerca potrebbe quindi riguardare non soltanto le abitudini individuali, ma anche la progettazione degli ambienti urbani e l’equità nell’accesso a luoghi favorevoli alla salute. In questo senso il tema del verde entra nel più ampio discorso sui determinanti ambientali della salute.

Studi più grandi prima di trasformare i minuti in una raccomandazione

Il prossimo passo sarà capire se gli stessi risultati emergano in campioni più ampi e diversificati, includendo persone di età differenti e soprattutto soggetti con disturbi del sonno, ansia o depressione. Sarà inoltre necessario verificare attraverso studi longitudinali e interventistici se esista davvero un rapporto causale tra quantità di esposizione al verde e miglioramento degli esiti di salute. Per ora, dunque, i 17-35 minuti, le tre esposizioni settimanali e i 70-120 minuti complessivi non sono numeri da trasformare in una prescrizione clinica. Sono piuttosto un’indicazione preliminare che rende più precisa una domanda destinata a diventare sempre più importante: non soltanto se il nostro ambiente influenza la salute, ma quanto conta concretamente il tempo che trascorriamo al suo interno.

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